MARCA BUDAVARI

Coretti e corsetti


Che fra arte e perdizione vi sia un saldo legame, la Storia ce l’ha ormai ampiamente insegnato. Lo dimostrano personaggi illustri, capaci di distinguersi brillantemente in entrambi i campi, da Verlaine a Rimbaud, da D’Annunzio ad Amanda Lear, passando per Dalì, Pasolini, Smaila. Potrebbe allora sembrare ridondante agli occhi di qualcuno sottolineare come tale legame sia particolarmente stringente in campo musicale. Tuttavia, sappiamo come la nostra sia una società in continua evoluzione. Una società in cui non si fa in tempo a scaricare il software per l’hardware che questo è già obsoleto. Una società in cui si apprende da alti prelati di come la Chiesa non sia omofobica, a patto che quel branco di sodomiti superstiti se ne stia rinchiuso nel buio delle loro perverse cellette in favi grondanti peccaminosità. Perché è giusto tutelare le diverse sensibilità. Pur nel pieno rispetto delle reciproche posizioni, naturalmente.Una società insomma ormai prona, pardon, pronta, capace di accettare anche quelle scomode verità che sono rimaste a lungo sopite e che ci sembra adesso opportuno svelare. In particolare, con la presente vogliamo soffermarci su uno degli orientamenti sessuali più a lungo dibattuti in campo psicologico, in campo psichiatrico, in campo psicoterapeutico, e nei rispettivi appartamenti ogni qualvolta il maltempo non abbia consentito attività all’aperto. Parliamo del feticismo, un termine la cui etimologia è stata a lungo fraintesa in fetore anziché feticcio, vale a dire nella tendenza a beneficiare di una particolare eccitazione concentrando la propria attenzione su una specifica parte del corpo del partner o su alcuni indumenti da questo indossati, come calze, scarpe, scarpe col tacco, stivaletti, corpetti, stiletti, e tutti quegli indumenti che vi chiedevate cosa diavolo ci facessero nel baule di vostro nonno. Ora, grazie ad una attenta ricerca, pur senza alcuna pretesa di esaustività, siamo riusciti ad individuare una serie di brani musicali sia italiani che stranieri, talvolta di assoluti insospettabili, che rimandano più o meno esplicitamente, più o meno coraggiosamente, più o meno a questo tipo di sessualità. Marilyn Manson, pensate, con il suo look ambiguo ed il fascino da ribelle emtivieiano? No, no. Forse Ozzy Osbourne, il neurolabile delle diete alternative? Non ci siamo. Allora i Burzum, esclameranno i più satanisti fra voi, cercando di disegnare un pentacolo sulle piastrelle del bagno col sangue di un volatile della grande distribuzione. Siete fuori strada. E’ molto, molto, molto di più, tanto di più che nemmeno in una Toyota Yaris potrebbe entrarci, con grande scorno del colosso nipponico. Tanto di più, che raccomandiamo ai più impressionabili fra voi di non proseguire oltre nella lettura, perché potreste trovarvi  quegli idoli adolescenziali di cui in seguito dovreste necessariamente, inevitabilmente, drammaticamente cambiare opinione. Se state ancora leggendo significa che siete individui amanti delle emozioni forti. E me ne compiaccio. O talmente egocentrici da non aver mai avuto miti. E, segretamente, vi ammiro. O magari far parte di quel gruppo di lettori che per noia, distrazione o fraintesa astuzia saltano incautamente i paragrafi. In quest’ultimo caso, mal ve ne incoglierà.Era uno strano anno, quel 1983. L’Italia, ancora ebbra di emozioni mondiali, scopre con stupore la nascita del primo governo a guida socialista, l’informatica decolla e la nazione vive nell’angoscia di stare per precipitare in quell’incubo che Orwell aveva così lucidamente pronosticato. E se quella volta andò bene, lo stesso non potrà dire la generazione seguente. In un contesto tanto frammentario ed incerto, una giovane artista, Ornella Vanoni, pubblica “Uomini”, fra i cui brani spicca “La donna cannibale”. Un pezzo con una pulsante carica erotica complessiva, i cui riferimenti al feticismo si condensano, per quanto non del tutto consapevoli, nel verso “…e di te, di te/io posso prevedere quel che resterà/lo stretto indispensabile per un collier/ti avrò per sempre su di me”. Segno evidente di una contaminazione, di un connubio fra feticismo e musica che negli anni si era fatto sempre più evidente.Non a caso, appena qualche anno prima Guccini aveva inciso la splendida, emblematica “Eskimo”. Quello che potremmo definire un caso da manuale. L’eskimo, dunque, un oggetto che per ammissione dello stesso autore “non era la rivolta permanente”, ma rappresentava bensì l’attaccamento morboso ad un capo d’abbigliamento di matrice inequivocabilmente feticista, non meno di quanto lo sia la coperta di Linus. Tanto è vero che l’autore, succube di questo legame ed incapace di liberarsene, confessa all’amata di allora di aver tutt’ora “un eskimo addosso uguale a quello che ricorderai”. Un accanimento patologico, evidentemente . Non a caso, parlando di sé prima dell’incontro con l’oggetto che sarà poi il suo spettro, dirà “portavo una coscienza immacolata che tu tendevi a uccidere”, applicando un evidente meccanismo di spostamento a protezione dell’eskimo stesso. Non accettando infatti che sia l’oggetto del suo amore la causa della sua perdizione, un pensiero inaccettabile per l’autore, lo scagiona e protegge, accusando invece quella povera donna che in fondo gli pagava anche il cinema. Ma questi, a ben guardare, non erano che i pallidi riflessi di una tendenza che a livello internazionale aveva, e già da tempo, assunto una consistenza ben maggiore, frenata nella penisola probabilmente da quel retroterra cattolico che mentre i Doors incendiavano l’europa ed il mondo al suono di “Light my fire”, aveva consacrato ad emblema di cristiana moralità e di italico cantautorato “Non ho l’età” della Cinquetti. Significativo in questo l’esempio dei Rolling Stones che, ispirati forse da compagnie sulfuree (per cui tuttavia non si può non provare una certa simpatia), avevano individuato in una canzone dei “The Temptations” (un nome irrimediabilmente sulfureo) la scelta più appropriata per la causa feticista e più in generale per quello che verrà in tempi più recenti chiamato BDSM, nelle sue varie sfumature. Una vera icona del genere, “Ain’t too proud to beg”, che tradotto suona “Non sono troppo orgoglioso per supplicare”. Un titolo che non lascia spazio all’immaginazione né a ventilati fraintendimenti interpretativi. Consapevoli che tutto questo per l’epoca potrebbe suonare come uno sberleffo, i quattro celano parzialmente il testo con una reinterpretazione strumentale tutto sommato rassicurante, la cui portata dirompente risuona tuttavia nel verso “se devo dormire sul tuo zerbino notte e giorno solo per non farti andar via, lascia che i tuoi amici ridano, anche questo posso sopportare”. E non veniteci a raccontare che Mick Jagger agli albori della carriera per arrotondare facesse le pulizie, pur riconoscendogli un’assoluta autorità in fatto di polveri.Arriviamo così, inevitabilmente, alla genesi dell’intreccio fetomusicale. Infatti, il precursore di tutto questo, il capostipite, il bardo inarrivabile dello “spillo dodici” è proprio lui. Il re del rock. Elvis Presley. Certo, ci rendiamo conto che una tale affermazione suoni come molto grave, impegnativa, forse addirittura blasfema, e come debba essere supportata da prove schiaccianti ed incontrovertibili per poter essere sostenuta. Non chiediamo di meglio che di poter citare le parole dello stesso Presley, semplicemente tradotte per poterle rendere il più possibile accessibile a lettori non anglofoni. La canzone in questione è “Blue suade shoes”. Scarpe di pelle scamosciata blu. Questo non dimostra niente, direte. Forse. Ma come affermare lo stesso di fronte a “mi puoi sbattere a terra, camminarmi in faccia, diffamare il mio nome dappertutto, fai tutto quello che vuoi, ma lascia stare le mie scarpe di pelle scamosciata blu”? Quali altre ipotesi, se non quella di un vero e proprio manifesto del feticismo, fin troppo anticipato ed esplicito, potremmo considerare per interpretare tali parole in maniera intellettualmente onesta? Forse che quello fosse l’unico paio di scarpe in pelle scamosciata blu presente sul mercato, in piena epoca post fordista? Forse che allora le scarpe di pelle scamosciata blu fossero quotate in borsa? Forse che gli Stati Uniti abbiano subìto un embargo di pelle scamosciata blu negli ultimi cinquant’anni? Ho detto subìto…E ho detto tutto. Colonna sonora, "Il mistero di Giulia" Litfiba