Come già anticipato nei commenti ad un post di Elistardust, la donna che vale tanto oro quanto il controvalore delle borse che le sono transitate per le mani (per traduzione, andare alla pagina 666 di AcaciaAvenue, o in alternativa attrezzarsi un po’. Via ragazzi, non è che posso fa’ tutto io: me so’ alzato alle sette meno un quarto…), come già anticipato altrove, dicevo, sto coltivando una nascente, fiorente, gorgheggiante passione per il vino. Purtroppo, non sono vitignicolmente istruito come vorrei. Come a dire, sono avvezzo ma non ho l’alito avvinazzato, amo bere ma con misura, ricordando (come già detto su questo stesso blog, ma so quattro citazioni in croce e quindi ogni tanto tendo a ripetermi, senza contare che posso sempre contare sulla dimenticanza altrui) che è d’uopo considerare gli altri come fine, mai semplicemente come mezzo. Questo lo diceva Kant, quello la di cui sorella si è poi messa su una cattiva strada. Il bere come un fine, quindi, in quanto foriero di piacere, e non come mezzo per raccogliere uno sballo con del pessimo VI.DE.C. (il famigerato Vino Della Casa, da non confondersi col VI.DE.K., ovverosia il Vino Del Koala, che è cosa ben diversa a ben guardare). Siamo, io ed il mio Sosia, per un vino di qualità. Come si distingue un vino di qualità da un vino di non qualità, ovverosia senza qualità alcuna? Con l’esperienza, che non ho, e con alcuni piccoli accorgimenti di base. Il vino che compra mio babbo, per dire, non è di qualità, è inutile che stiate lì a scrutare etichette. Lasciate perdere. Pochi giorni fa, a riprova di quanto detto, alla ricerca di un bianco l’unico papabile era tale “Biancoreale Poggio” 2006. Un IGT locale. Và ‘ia và ‘ia và ‘ia (equipollente del nordico Ma và in lech). Serve un bianco serio. Dove trovare un bianco serio il primo di novembre, festa di Ognissanti? La Coop più vicina aperta è a 35 chilometri. L’Esselunga più vicina aperta è più vicina, quindi, pur recalcitrante visto il patròn, mi dirigo verso di essa. Ore 15:30. Nel parcheggio interno del suddetto supermercato ci sono tre macchine. Con la mia. Chiudo la portiera e faccio un eco equiparabile solo agli ululati notturni postmartellata di fantozziana memoria imperitura. Bene.Mi dirigo verso il reparto vini. Da qualche tempo a questa parte entrare in un reparto vini attrezzato mi dà delle sensazioni simili a quelle che ho provato quando sono andato a casa del mio amico Willy Wonka: vago fra vini e vini come il bimbo che sono, raggiante e pur consapevole della limitatezza del mio budget. Mi serve UNA bottiglia di vino bianco. “UNA bottiglia di vino, Piero” dice il mio socio. “Eh, ho capito -ribatto- ma a casa c’è il Poggioreale”. Ma il Socio insiste: “Ti serve UNA bottiglia, Piero, UNA: ricorda che sei un prodotto atipico del proletariato moderno, non hai un reddito, non hai una macchina di proprietà e nemmeno uno straccio di maglioni a rombi nell’armadio: hai solo un passato da dimenticare, un presente incerto e un futuro fosco”. Non mi arrendo (ebbene sì, ho anche questa perversione): “Ho detto POGGIOREALE 2006, imbottigliato dalla VI.C.A.S.!”. Il Socio rema contro: “Non più di una, Piero: non puoi permetterti di spendere, lo sai”. Ma ormai non lo ascolto più.Al grido di “Maudit/maudit maudit/ je suis maudit/ maudit maudit” ho già afferrato un simpatico cestino canarino, e zampettando fra gli scaffali ci infilo: un Gewurtztraminer, un Muller Thurgau, una Vernaccia di San Gimignano, un Verdicchio, un Vermentino di Gallura, un Pomino, in più, non pago eppur pagante e pagano, ci metto anche un Moscato di Pantelleria (l’ultima volta che ho provato ad offrire qualcosa da abbinare al dolce ho riesumato bottiglie aventi una gradazione media di 36%) y un Sangre de Toro, vino rosso spagnolo di difficile reperibilità che stonerebbe con gli altri, ma a cui non ho saputo resistere in quanto è il vino che El Morisco offre a Tex Willer quando va a Pilares. Parafrasando per i più giovani, sarebbe un po’ come comprare una nuvola Speedy. Solo che questo si beve. Da notare, infine, che ho tralasciato ben più di un bianco meritevole, campano e non solo, e per di più coscientemente, indizio del fatto che forse non sono ancora completamente berserk. In effetti ho avuto riprova di questo anche quando poco tempo fa a Montalcino, in gita pro vino ma senza la Pro Loco (e che sò pazzo? Eh, freddure, aforismi, cambi di consonante a bocca di barile per compiacimenti inutili...), ho comprato il tirabusciò che costava soli 24 euri, a fronte di alcuni che costavano anche 150/200 euri...Erano in pelle di coda di Chimera d'Arezzo: begli oggettini, ma meglio non inimicarsi un leone incazzato, che per di più abita in zona.Alla cassa mi accoglie una sorridente quasi mia coetanea, nel senso che secondo me era più giovane, la quale vedendomi arrivare con otto bottiglie di vino (e SOLO otto bottiglie di vino) avrà forse pensato che la nonna, in fondo, un po’ c’aveva anche ragione. Al mio ritorno alla macchina, il parcheggio è deserto.Quando ci sarà da rimpinguare il reparto “rossi”, “saranno volatili per diabetici”. "E via il guinzaglio!".Colonna sonora, "In fondo alla boccia" Litfiba
Bibendum Est! (Est!!Est!!!)
Come già anticipato nei commenti ad un post di Elistardust, la donna che vale tanto oro quanto il controvalore delle borse che le sono transitate per le mani (per traduzione, andare alla pagina 666 di AcaciaAvenue, o in alternativa attrezzarsi un po’. Via ragazzi, non è che posso fa’ tutto io: me so’ alzato alle sette meno un quarto…), come già anticipato altrove, dicevo, sto coltivando una nascente, fiorente, gorgheggiante passione per il vino. Purtroppo, non sono vitignicolmente istruito come vorrei. Come a dire, sono avvezzo ma non ho l’alito avvinazzato, amo bere ma con misura, ricordando (come già detto su questo stesso blog, ma so quattro citazioni in croce e quindi ogni tanto tendo a ripetermi, senza contare che posso sempre contare sulla dimenticanza altrui) che è d’uopo considerare gli altri come fine, mai semplicemente come mezzo. Questo lo diceva Kant, quello la di cui sorella si è poi messa su una cattiva strada. Il bere come un fine, quindi, in quanto foriero di piacere, e non come mezzo per raccogliere uno sballo con del pessimo VI.DE.C. (il famigerato Vino Della Casa, da non confondersi col VI.DE.K., ovverosia il Vino Del Koala, che è cosa ben diversa a ben guardare). Siamo, io ed il mio Sosia, per un vino di qualità. Come si distingue un vino di qualità da un vino di non qualità, ovverosia senza qualità alcuna? Con l’esperienza, che non ho, e con alcuni piccoli accorgimenti di base. Il vino che compra mio babbo, per dire, non è di qualità, è inutile che stiate lì a scrutare etichette. Lasciate perdere. Pochi giorni fa, a riprova di quanto detto, alla ricerca di un bianco l’unico papabile era tale “Biancoreale Poggio” 2006. Un IGT locale. Và ‘ia và ‘ia và ‘ia (equipollente del nordico Ma và in lech). Serve un bianco serio. Dove trovare un bianco serio il primo di novembre, festa di Ognissanti? La Coop più vicina aperta è a 35 chilometri. L’Esselunga più vicina aperta è più vicina, quindi, pur recalcitrante visto il patròn, mi dirigo verso di essa. Ore 15:30. Nel parcheggio interno del suddetto supermercato ci sono tre macchine. Con la mia. Chiudo la portiera e faccio un eco equiparabile solo agli ululati notturni postmartellata di fantozziana memoria imperitura. Bene.Mi dirigo verso il reparto vini. Da qualche tempo a questa parte entrare in un reparto vini attrezzato mi dà delle sensazioni simili a quelle che ho provato quando sono andato a casa del mio amico Willy Wonka: vago fra vini e vini come il bimbo che sono, raggiante e pur consapevole della limitatezza del mio budget. Mi serve UNA bottiglia di vino bianco. “UNA bottiglia di vino, Piero” dice il mio socio. “Eh, ho capito -ribatto- ma a casa c’è il Poggioreale”. Ma il Socio insiste: “Ti serve UNA bottiglia, Piero, UNA: ricorda che sei un prodotto atipico del proletariato moderno, non hai un reddito, non hai una macchina di proprietà e nemmeno uno straccio di maglioni a rombi nell’armadio: hai solo un passato da dimenticare, un presente incerto e un futuro fosco”. Non mi arrendo (ebbene sì, ho anche questa perversione): “Ho detto POGGIOREALE 2006, imbottigliato dalla VI.C.A.S.!”. Il Socio rema contro: “Non più di una, Piero: non puoi permetterti di spendere, lo sai”. Ma ormai non lo ascolto più.Al grido di “Maudit/maudit maudit/ je suis maudit/ maudit maudit” ho già afferrato un simpatico cestino canarino, e zampettando fra gli scaffali ci infilo: un Gewurtztraminer, un Muller Thurgau, una Vernaccia di San Gimignano, un Verdicchio, un Vermentino di Gallura, un Pomino, in più, non pago eppur pagante e pagano, ci metto anche un Moscato di Pantelleria (l’ultima volta che ho provato ad offrire qualcosa da abbinare al dolce ho riesumato bottiglie aventi una gradazione media di 36%) y un Sangre de Toro, vino rosso spagnolo di difficile reperibilità che stonerebbe con gli altri, ma a cui non ho saputo resistere in quanto è il vino che El Morisco offre a Tex Willer quando va a Pilares. Parafrasando per i più giovani, sarebbe un po’ come comprare una nuvola Speedy. Solo che questo si beve. Da notare, infine, che ho tralasciato ben più di un bianco meritevole, campano e non solo, e per di più coscientemente, indizio del fatto che forse non sono ancora completamente berserk. In effetti ho avuto riprova di questo anche quando poco tempo fa a Montalcino, in gita pro vino ma senza la Pro Loco (e che sò pazzo? Eh, freddure, aforismi, cambi di consonante a bocca di barile per compiacimenti inutili...), ho comprato il tirabusciò che costava soli 24 euri, a fronte di alcuni che costavano anche 150/200 euri...Erano in pelle di coda di Chimera d'Arezzo: begli oggettini, ma meglio non inimicarsi un leone incazzato, che per di più abita in zona.Alla cassa mi accoglie una sorridente quasi mia coetanea, nel senso che secondo me era più giovane, la quale vedendomi arrivare con otto bottiglie di vino (e SOLO otto bottiglie di vino) avrà forse pensato che la nonna, in fondo, un po’ c’aveva anche ragione. Al mio ritorno alla macchina, il parcheggio è deserto.Quando ci sarà da rimpinguare il reparto “rossi”, “saranno volatili per diabetici”. "E via il guinzaglio!".Colonna sonora, "In fondo alla boccia" Litfiba