Abito da sempre nella stessa casetta di papà, nonno e bisnonno. Da figlia della maestra del paese, prima ancora di iscrivermi alle elementari, so che si trova in Lombardia, regione italiana del continente europeo. Una volta sarebbe stata una piccola ragionevole certezza.
Le scuole le ho frequentate tutte, dall’asilo sotto casa all’università metropolitana. Ho sopportato pazientemente mille lezioni di matematica per rifugiarmi dopo nella ristoratrice lettura della nostra storia. Ho palpitato, ragazzina semplice e generosa, per le imprese degli antichi romani, ho amato visceralmente il Rinascimento e l’Italia dei comuni, versato qualche lacrimuccia per gli eroi del nostro Risorgimento, meditato a lungo sugli scempi delle guerre mondiali.
Ho incrociato, in questo lungo viaggio in compagnia di docenti di destra e di sinistra, l’Impero Romano e quello Mongolo, la Repubblica Cisalpina e il Regno Borbonico, l’Impero Asburgico e lo Stato Pontificio. Mi sarò distratta un attimo ma nessuna traccia di qualcosa che si chiamasse Padania.
Oggi mi spiegano che in effetti non esiste ancora ma che è solo questione di tempo, che basterebbe un referendum o, male che vada, tirar fuori quei mille moschetti che, a dire del capo, non aspettano altro che un suo fischio. Mi ripetono che questa è la ricetta giusta e che se la fabbrica qua dietro non vende più tondini d’acciaio la colpa è dei pescatori di Trani e che l’origine di tutto, dal crollo mondiale delle borse allo tsunami nipponico, non ha niente a che vedere con Bush, le banche americane e le scelte nucleari ma con quelle carogne dei falsi invalidi della Terronia, altro mitico luogo dell’immaginario collettivo.
Non credo che la mia prossima laurea sarà in economia, non riesco a rispondere a tono, preferisco soprassedere, sono una donna di una certa età e, ormai per sempre, l’educata figlia della maestra del paese.
Preferisco rifugiarmi nei miei ricordi tascabili.
Penso a Nazar, sedicenne biondo ucraino da sempre in Italia con la mamma biondissima che va a servizio nelle famiglie di mezzo paese. Ha lasciato la scuola dopo la seconda bocciatura e l’ennesima scenata di un prof. raccattato chissà dove, capace solo di consigliargli (puro eufemismo), lavori bucolici. Ha trovato un lavoretto da sherpa in un’officina meccanica, me lo racconta fiero poco prima di crollare su un divano distrutto da 9 ore di lavoro e qualche tonnellata di motori spostati.
Mentre le ballerine di Canale 5 mostrano il mostrabile si confida sui suoi due amori: la ragazzina polacca lasciata con qualche rammarico sui banchi della scuola che frequentava e Silvio Berlusconi, uno giusto, uno che sa il fatto suo, l’unico che può guidare una nazione, proprio in quanto è sicuramente vero quello che di lui si sparla. Lo invito a pensare al resto, al carrello della spesa della mamma sempre più vuoto. Mi guarda con compassione: che discorsi complicati faccio… altro che il capo. Sposta lo sguardo orgoglioso di chi ha già scelto il suo eroe verso il televisore; fra poco arrivano le veline e il sonno ristoratore.
Corina ha 9 anni, è bellissima e lo sa. Lei a scuola è la migliore, la più alta, la più bella. Fortunatamente è anche simpatica e cordiale. Ha una mamma rumena bella come poche, un papà separato che oggi convive con le amiche di sempre: birre d’ogni marca. Il sabato bacia il compagno della mamma che stentatamente sposta lo sguardo dallo sport del pomeriggio e va dal papà come si va a scuola, perché si deve, perché così ha deciso un giudice. Passerà la domenica vedendolo percorrere decine di volte il corridoio che separa l’unico divano dal frigorifero e a contare le ore che mancano alle 21.00, quando verrà la mamma a prenderla per riportarla a casa, dal compagno stravaccato sullo stesso divano di fronte alla tv, dove intanto è iniziata la Domenica Sportiva.
Corina non vuole più le bambole: “la mamma dice che ormai sono grande”. Nei centri commerciali comincia ad indugiare davanti a rossetti e diavolerie da trucco. Spostarla verso il reparto alimentari è una fatica: i gelati fanno ingrassare.
Incontro Joy e sua madre quasi tutte le mattine sul percorso casa-ufficio. Rincorrono lo stesso autobus di sempre fino alla fermata della chiesa. Lui avrà 5 o 6 anni, gli occhi più neri che abbia mai visto incastonati in un faccino da rivista sulla fame nel mondo. Il suo cappotto ha una taglia di troppo, lui la innata simpatia della sua età.
Accanto spicca ancora di più la figura mastodontica della mamma; nella sua terra africana è sinonimo di bellezza. Li vedo correre ogni giorno mano nella mano, lui sembra quasi trascinarla nella fretta della mattina. Una volta non ce la fanno: l’autobus è più puntuale del solito, loro no. Mi fermo, li lascio salire. La mamma mi ringrazia con gli occhi, lui in perfetto dialetto lombardo. Il piccolo traduce simultaneamente ogni parola della mamma con un malcelato orgoglio. Mi spiega la mia città con il tono televisivo di mille programmi; li lascio scendere dopo 15 gradevoli minuti; che bello adesso andare al lavoro.
Un mio amico fotografo mi chiede di accompagnarlo al raduno di Pontida. Gli hanno detto di fare poche foto, tutte inquadrando il palco e le spalle dei presenti. Deve essere bravo a farli sembrare tanti.
Mentre sceglie con cura gli angoli giusti noto, e come non potrei, il “cornuto” di turno. Alto, fiero nella sua divisa verde, lo sguardo innamorato rivolto verso il capo che bofonchia qualcosa, una mano distratta sulla spalla di un bimbo che piange disperatamente in rigorosa camicia verde. Lo chiamerò Luca, pare sia il nome moderno più diffuso in Padania. Mentre le telecamere fanno i salti mortali per non inquadrarlo, mi allontano; aspetterò in auto il mio amico, per oggi può bastare.
Questo post è per loro.
Per Nazar, Corina, Joy, Luca, per questi nuovi italiani dallo sguardo orgoglioso, pulito, sincero, ancora incontaminato. Non so che lingua parleranno, in che dialetto penseranno; se aiuteranno i loro figli a studiare la storia della Padania o dell’Unione Europea, se avranno un buco in piazza Bossi o ascolteranno melodie cinesi, le uniche che potranno trasmettere le radio “libere” nel 2030.
So solo che se ci sarà un futuro qualsivoglia lo dovremo a questa generazione. La nostra ha esaurito il suo tempo, sparpagliata com’è fra la reggia di Arcore, la casa del Grande Fratello e i seminari tenuti dall’insegnante d’italiano di Scilipoti.
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il 09/01/2022 alle 02:02
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il 10/01/2018 alle 23:44
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il 24/09/2014 alle 07:52
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il 09/09/2014 alle 09:48
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il 09/09/2014 alle 09:48