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A volte, per i motivi più strani, ci si ferma un attimo a ripensare alla propria vita, a ripercorrerne a ritroso le tappe salienti con il rischio, non remoto, di arrivare a bilanci prematuri e conclusioni non indolori.
Raccontarsi non è mai semplice; meno ancora lo è se non ci si conosce personalmente, proprio come con voi, mia sparuta compagine di amici lettori.
Forse, in questi casi, per brevità e per lasciarne il compito ad altre ben più brillanti penne, ci può aiutare una colonna sonora: scagli la prima pietra chi non ha mai associato un periodo della propria esistenza ad una canzonetta…
A sedici anni la mie giornate scorrevano gradevolmente fra chiacchiere, feste ed una scuola che amavo, ricambiata da buoni voti e qualche riconoscimento. La mia famiglia, genere “Mulino Bianco” per capirci, mi coccolava e proteggeva. Nessuna preoccupazione per il futuro: la disoccupazione dalle nostre parti latitava (altri tempi, altri governi…), la mia tenacia avrebbe fatto il resto.
Ed io? A me il paesino stava terribilmente stretto, i successi scolastici erano la trascurabile normalità e avrei svuotato armadi e cassetti per un bacio, per un amore, per qualcuno che semplicemente mi dicesse: andiamo…
Chiedendo aiuto a Guccini, “Autogrill” sembra scritta per me, se non nella storia, almeno per le sensazioni del protagonista.
A trenta avevo un lavoro fisso, uno di quelli che fanno impazzire di gioia le mamme di sempre, un amore distratto e un capo burbero ed accentratore.
Al capo non piacevano le mie gonne, le mie idee, soprattutto il fatto che amassi “allargarmi” con iniziative personali.
Un giorno capii che, perchè le apprezzasse, bastava semplicemente fargli intendere che quelle idee erano le sue e che comunque restava il regista di tutto; di fatto dirigevo l’ufficio lasciandogli credere che era lui a farlo.
L’amore distratto volava via senza particolari rimpianti, mi tuffavo nelle mie attività di volontariato, frequentavo la sede di un partito.
In chi mi immedesimavo? Probabilmente nel “Cirano” gucciniano.
Il vecchio capo adorava rispondere “no”; a prescindere.
Un giorno ne dice uno di troppo, a qualcuno che dai banchi di Montecitorio promette ritorsioni.
Avete mai visto un politico mantenere promesse? Beh, io si, almeno in questo caso.
Il nuovo capo ama le mie gonne e dire “si”; a prescindere.
E’ giovane ed elegante anche se di tanto in tanto, piccola comprensibilissima eccezione, è stato visto con qualcosa di verde addosso…
Il nuovo capo non ama le mie idee, i miei centimetri ben superiori ai suoi, il tempo dedicato ad una categoria (disabili motori) che va a votare, ma, alla fine, quanti vuoi che siano? Il suo tempo è ormai tutto per altre e ben più solvibili categorie, più o meno i suoi “grandi elettori”.
Da qualche settimana la mia stanza è desolatamente vuota, le mie competenze si assottigliano sempre di più, le pratiche vengono deviate verso altri porti ritenuti più sicuri. Anni di lavoro mi guardano da scaffali inutilmente stracolmi; solo il telefono trasforma in voci solidarietà tanto gradite quanto improduttive.
In televisione trasmettono le immagini di un altro capo mentre annota su un foglio otto nomi e il termine “traditori”. E’ il volto del potere, così simile a se stesso ad ogni latitudine.
Cerco a lungo un testo diverso per concludere questo post; ce la metto tutta ma mi viene in mente solo “Lettera” e ancora una volta, sicuramente meglio di me, il Poeta saprà illustrarvi questo momento della mia vita alle soglie dei quaranta.
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Abito da sempre nella stessa casetta di papà, nonno e bisnonno. Da figlia della maestra del paese, prima ancora di iscrivermi alle elementari, so che si trova in Lombardia, regione italiana del continente europeo. Una volta sarebbe stata una piccola ragionevole certezza.
Le scuole le ho frequentate tutte, dall’asilo sotto casa all’università metropolitana. Ho sopportato pazientemente mille lezioni di matematica per rifugiarmi dopo nella ristoratrice lettura della nostra storia. Ho palpitato, ragazzina semplice e generosa, per le imprese degli antichi romani, ho amato visceralmente il Rinascimento e l’Italia dei comuni, versato qualche lacrimuccia per gli eroi del nostro Risorgimento, meditato a lungo sugli scempi delle guerre mondiali.
Ho incrociato, in questo lungo viaggio in compagnia di docenti di destra e di sinistra, l’Impero Romano e quello Mongolo, la Repubblica Cisalpina e il Regno Borbonico, l’Impero Asburgico e lo Stato Pontificio. Mi sarò distratta un attimo ma nessuna traccia di qualcosa che si chiamasse Padania.
Oggi mi spiegano che in effetti non esiste ancora ma che è solo questione di tempo, che basterebbe un referendum o, male che vada, tirar fuori quei mille moschetti che, a dire del capo, non aspettano altro che un suo fischio. Mi ripetono che questa è la ricetta giusta e che se la fabbrica qua dietro non vende più tondini d’acciaio la colpa è dei pescatori di Trani e che l’origine di tutto, dal crollo mondiale delle borse allo tsunami nipponico, non ha niente a che vedere con Bush, le banche americane e le scelte nucleari ma con quelle carogne dei falsi invalidi della Terronia, altro mitico luogo dell’immaginario collettivo.
Non credo che la mia prossima laurea sarà in economia, non riesco a rispondere a tono, preferisco soprassedere, sono una donna di una certa età e, ormai per sempre, l’educata figlia della maestra del paese.
Preferisco rifugiarmi nei miei ricordi tascabili.
Penso a Nazar, sedicenne biondo ucraino da sempre in Italia con la mamma biondissima che va a servizio nelle famiglie di mezzo paese. Ha lasciato la scuola dopo la seconda bocciatura e l’ennesima scenata di un prof. raccattato chissà dove, capace solo di consigliargli (puro eufemismo), lavori bucolici. Ha trovato un lavoretto da sherpa in un’officina meccanica, me lo racconta fiero poco prima di crollare su un divano distrutto da 9 ore di lavoro e qualche tonnellata di motori spostati.
Mentre le ballerine di Canale 5 mostrano il mostrabile si confida sui suoi due amori: la ragazzina polacca lasciata con qualche rammarico sui banchi della scuola che frequentava e Silvio Berlusconi, uno giusto, uno che sa il fatto suo, l’unico che può guidare una nazione, proprio in quanto è sicuramente vero quello che di lui si sparla. Lo invito a pensare al resto, al carrello della spesa della mamma sempre più vuoto. Mi guarda con compassione: che discorsi complicati faccio… altro che il capo. Sposta lo sguardo orgoglioso di chi ha già scelto il suo eroe verso il televisore; fra poco arrivano le veline e il sonno ristoratore.
Corina ha 9 anni, è bellissima e lo sa. Lei a scuola è la migliore, la più alta, la più bella. Fortunatamente è anche simpatica e cordiale. Ha una mamma rumena bella come poche, un papà separato che oggi convive con le amiche di sempre: birre d’ogni marca. Il sabato bacia il compagno della mamma che stentatamente sposta lo sguardo dallo sport del pomeriggio e va dal papà come si va a scuola, perché si deve, perché così ha deciso un giudice. Passerà la domenica vedendolo percorrere decine di volte il corridoio che separa l’unico divano dal frigorifero e a contare le ore che mancano alle 21.00, quando verrà la mamma a prenderla per riportarla a casa, dal compagno stravaccato sullo stesso divano di fronte alla tv, dove intanto è iniziata la Domenica Sportiva.
Corina non vuole più le bambole: “la mamma dice che ormai sono grande”. Nei centri commerciali comincia ad indugiare davanti a rossetti e diavolerie da trucco. Spostarla verso il reparto alimentari è una fatica: i gelati fanno ingrassare.
Incontro Joy e sua madre quasi tutte le mattine sul percorso casa-ufficio. Rincorrono lo stesso autobus di sempre fino alla fermata della chiesa. Lui avrà 5 o 6 anni, gli occhi più neri che abbia mai visto incastonati in un faccino da rivista sulla fame nel mondo. Il suo cappotto ha una taglia di troppo, lui la innata simpatia della sua età.
Accanto spicca ancora di più la figura mastodontica della mamma; nella sua terra africana è sinonimo di bellezza. Li vedo correre ogni giorno mano nella mano, lui sembra quasi trascinarla nella fretta della mattina. Una volta non ce la fanno: l’autobus è più puntuale del solito, loro no. Mi fermo, li lascio salire. La mamma mi ringrazia con gli occhi, lui in perfetto dialetto lombardo. Il piccolo traduce simultaneamente ogni parola della mamma con un malcelato orgoglio. Mi spiega la mia città con il tono televisivo di mille programmi; li lascio scendere dopo 15 gradevoli minuti; che bello adesso andare al lavoro.
Un mio amico fotografo mi chiede di accompagnarlo al raduno di Pontida. Gli hanno detto di fare poche foto, tutte inquadrando il palco e le spalle dei presenti. Deve essere bravo a farli sembrare tanti.
Mentre sceglie con cura gli angoli giusti noto, e come non potrei, il “cornuto” di turno. Alto, fiero nella sua divisa verde, lo sguardo innamorato rivolto verso il capo che bofonchia qualcosa, una mano distratta sulla spalla di un bimbo che piange disperatamente in rigorosa camicia verde. Lo chiamerò Luca, pare sia il nome moderno più diffuso in Padania. Mentre le telecamere fanno i salti mortali per non inquadrarlo, mi allontano; aspetterò in auto il mio amico, per oggi può bastare.
Questo post è per loro.
Per Nazar, Corina, Joy, Luca, per questi nuovi italiani dallo sguardo orgoglioso, pulito, sincero, ancora incontaminato. Non so che lingua parleranno, in che dialetto penseranno; se aiuteranno i loro figli a studiare la storia della Padania o dell’Unione Europea, se avranno un buco in piazza Bossi o ascolteranno melodie cinesi, le uniche che potranno trasmettere le radio “libere” nel 2030.
So solo che se ci sarà un futuro qualsivoglia lo dovremo a questa generazione. La nostra ha esaurito il suo tempo, sparpagliata com’è fra la reggia di Arcore, la casa del Grande Fratello e i seminari tenuti dall’insegnante d’italiano di Scilipoti.
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E’ vezzo comune rimpiangere i tempi andati ogni volta che, per qualsivoglia motivo, ci si imbatta in qualcosa che del presente ci piace poco. In tutto questo spesso si intravede una scarsa obiettività, solo in parte giustificabile con la nostalgia per la gioventù andata. Innegabilmente, invece, sono stati compiuti passi da gigante in tanti campi e la vita quotidiana contemporanea appare enormemente semplificata.
Non si bruciano più le donne in piazza con l’accusa di essere streghe; oggi, al massimo, le si espone a culo nudo sui tram per pubblicizzare un dentifricio o le si sgozza per un presunto tradimento (ma vuoi mettere: rapido ed indolore).
A nessuno verrebbe in mente di disboscare un colle per costruirci un tempio; male che vada un nuovo centro commerciale, di quelli che poi aprono anche la domenica e ti vendono solo inutilità, ma con tanta destrezza e la giusta allegria.
E chi oserebbe nominare ministro il proprio cavallo come fece a suo tempo l’imperatore Caligola? Al massimo a qualcuno potrebbe venire in mente di nominare Bondi, che ne so, dico per dire, ministro della cultura.
Al massimo.
Già, ma a chi potrebbe venire in mente?
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Credo che uno dei modi per conoscere l'Italia di oggi sia quello di scorrere le pagine dei nostri quotidiani e valutare la durata di una notizia nelle pagine principali.
Periodicamente, un po' per necessità di spazio, un po' perche mi piace farlo, raccolgo le copie del giornale (serio, politicamente corretto e a diffusione nazionale) che compro abitualmente per riporle in un magazzino insieme a vecchie biciclette, scarponi da montagna e frullatori fuori uso, in attesa che il tempo le renda interessanti regalando a vecchi fogli sbiaditi il valore di testimonianza storica.
La classifica che ne viene fuori, senza naturalmente dare alla stessa alcun valore scientifico, sorprende e sconcerta. Un esempio? Perugia, Garlasco, Cogne sono praticamente presenti con interi paginoni e giornalmente da anni, anche quando la notizia semplicemente non c'è: basta scovare un cugino che ricorda qualcosa e il gioco è fatto, pagina riempita e proventi pubblicitari garantiti.
E dei nuovi Reali di Francia cosa dire? Carla, Nicolas e il loro matrimonio ce li siamo sciroppati per più di un mese. Sono aperte le scommesse sulla durata dello stesso e sulla permanenza in prima pagina del loro inevitabile divorzio, inevitabile come tutto quello che in qualche modo fa vendere dischi, abiti e cosmetici...
Sorvoliamo su Belen, Fabrizio e compagnia bella, capaci ormai al massimo di suscitare in me un sorrisetto amaro e veniamo al dunque, a quello che dovrebbe indignare o quantomeno far pensare: una strage di immigrati naufragati nel mar di Sicilia, 200, 300 o qualcosa in più, non lo sapremo mai ma a chi vuoi che interessi?, la ritroviano a pagina 28 al massimo il giorno dopo, fra un incidente stradale (ma era un attore di gradevole aspetto), e il primato in campionato dell'Inter.
La fame nel mondo fa la sua comparsa di tanto in tanto, sicuramente meno di Miss Italia, difterite e virus vari che nel terzo mondo provocano migliaia di vittime in più della famigerata Influenza "A" risultano del tutto sconosciuti al mittente.
Che dire: sinceramente non lo so, al massimo mi viene in mente il titolo di una vecchia canzone di Francesco de Gregori: Viva l'Italia!
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L'undici gennaio saranno undici gli anni senza Fabrizio de Andrè e non mancheranno di sicuro note celebrative più o meno sentite.
Certo l'adulazione ad esequie avvenute è sempre stato un vezzo comune a molti italiani e Fabrizio, ironico e dissacrante come era, l'avrebbe accettata con il suo solito e dolcissimo sorriso amaro, quello di chi sa ma non te lo fa pesare.
Non voglio aggiungermi al coro degli adulatori del giorno dopo e men che meno entrare nel merito parlando della sua squisita sensibilità artistica. Trascrivo solo un ricordo personale che credo, a lui sempre controcorrente, avrebbe strappato almeno un sorriso: in genere a molti cantanti e a qualche canzone si attribuiscono quasi come un titolo di merito, l'aver fatto nascere amori e passioni. Beh, a me con Fabrizio è successo esattamente il contrario: ascoltavo Amico Fragile in auto a buon volume come chi, vivendo in un condominio, può fare solo mentre guida. La parte musicale mi manda in estasi come sempre, i problemi del giorno momentaneamente relegati da qualche parte. Il telefono e una frase che ho sempre odiato mi riportano sulla terra: dove sei, quanto manca... La mia risposta scortese fu l'inizio della fine di un amore.
Fabrizio mi manchi.
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C'era proprio bisogno di un altro Blog?
Risposta facile e immediata: sicuramente no. Eppure questa era anche l'unica motivazione valida per crearlo.
In un periodo in cui solo il nulla e il superfluo sembrano godere di ottima salute, sicuramente questa implume creatura, nata senza alcun motivo plausibile, avrà un discreto successo.
Altre ambizioni? Una almeno: una sintassi accettabile.
Per il resto venga quel che venga: la buona educazione e il rispetto del codice penale sono le uniche condizioni per entrarvi; in punta di piedi o come un bulldozer fate voi!
A presto e mi raccomando: il mio ego è già abbastanza malandato per sopportare una intera giornata senza commenti!
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