"Suicida!Sucicida! Delinquente!Infame!" grida simili mi raggiungevano dda tutti i lati. Dove erano quei sicari dal cuore impietrito? A volte li vedevo con uno sguardo, viscidi in quelle tenebre, e spesso, quando la mia disperazione toccava l'auge, li attaccavo estraendo estreme energie. Questo invano poiché colpivo a pugni l'aria in quei parossismi di collera. Sghingnazzate sarcastiche mi ferivano le orecchie, mentre volti neri sparivano nell'ombra.A chi potevo appellarmi? La fame mi torturava, la sete mi infuocava.Mi apparivano avanti agli occhi atti comuni dell'esperienza materiale. La barba mi era cresciuta, l'abito cominciava a rompersi a causa del logorio dell'usura, in quella regione a me sconosciuta. Ma la circostanza più dolorosa, non era anche il terribile abbandono a cui mi sentivo consegnato, ma l'assedio incessante di quelle forze perverse che sorgevano tra quei cammini ermi ed oscuri.Mi irritavano, mi annichilivano la possibilità di coordinare le idee. Desideravo ponderare con maturità la situazione, inquadrare le regioni e stabilire nuove direzioni al pensiero, ma quelle voci, quei lamenti mescolati ad accuse personali, mi disorientavano irrimediabilmente.Che cerchi, infelice? Dove vai, suicida?Tali ingiurie ripetute incessantemente ferivano il mo cuore. Infelice sì; ma suicida? Mai! Questi rimproveri a mio vedere non erno giusti. Io avevo lasciato il corpo fisico controvoglia.Ricordavo ancora il mio testardo duello con la morte. Riascoltavo ancora gli utlimi pareri medici, pronunciati nella Casa di Salute; ricordavo l'assistenza devota che avevo ricevuto, le cure dolorose che avevo subito in quei lunghi giorni che seguirono la delicata operazione agli intestini. Sentivo, durante questi ricordi, il contatto con il termometro, la putura sgradevole dell'ago della siringa, e per finire, l'ultima scena che ha preceduto il grande sonno: mia moglie ancora giovane e i tre figli contemplarmi nel terrore dell'eterna separazione. Dopo... il risveglio in quel paesaggio umido e oscuro e quella grande camminata che sembrava senza fine.Perché la pecca di suicida, quando ero stato costretto ad abbandonare la casa, la famiglia e la dolce convivenza con i miei? Anche l'uomo più forte conoscerà delle emozioni. Fermo e risoluto da principio, ho cominciato ad abbandonarmi a lunghi periodi di sbigottimento, e ben lontano con il continuare in quella fermezza morale, per ignorare la propria fine, ho sentito che le lacrime così tanto trattenute sgorgavano con più frequenza, traboccando dal cuore.A chi appellarsi? Per quanto grande fosse stata la mia cultura intellettuale portata dal mondo, ora non avrei potuto modificare la realtà della vita. Le mie conoscenze, davanti all'infinito, somigliavano a piccole bolle di sapone portate dal vento impetuoso che trasforma i paesaggi. Io ero qualche cosa che il tifone della verità trasportava così tanto lontano. Intanto, la situazione non mutava il mio essere interiore nell'altra realtà. Domandavo a me stesso se non ero impazzito, oservavo la mia coscienza vigile, rendendomi chiaro che continuavo ad essere io stesso, per i sentimenti e per la cultura raccolta nell'esperienza materiale. Continuavano quelle necessità fisiologiche senza alterazioni. La fame indeboliva tutte le mie fibre, anche se il progressivo esaurimento non mi rendeva completamente esausto. Di quando in quando trovavo delle verdure che mi sembravano campestri, intorno ad esili filetti d'acqua su cui mi lanciavo assetato. Divoravo le foglie sconosciute, incollavo le labbra a quella sorgente torbida, quando me lo permettevano le forze irresistibili, spingendomi avanti.Molte volte ho succhiato il fango della strada, ho ricordato l'antico pane di ogni giorno, versando copiosi pianti. Non era raro, anzi, era indispensabile il nascondersi a quelle enormi mandrie di esseri animaleschi, che passavano a gruppi, come animali selvaggi insaziabili. Erano una visione terrificante! La disperazione mi impadroniva. Ad un certo punto ho cominciato a pensare che doveva esistere un Autore della Vita, fosse dove fosse. Questa idea mi ha confortato. Io, che avevo detestatop le religioni del mondo, provavo la necessità di un conforto interiore. Medico estremamente allineato al negativismo della mia generazione ora avevo bisogno di rinnovare le mie posizioni. Diventava imprescindibile confessare il fallimento dell'amor proprio, a cui mi consacravo con orgoglio.E quando le energie mi mancavano del tutto, quando mi sono sentito assolutamente incollato al fango della Terra, senza forze per alzarmi, ho chiesto al Supremo Autore della Natura che mi stendesse le sue mani paterne, in una così amara emergenza.Quanto tempo è durata la preghiera? Quante ore ho consacrato alla supplica con le mani congiunte, imitando il bambino afflitto? So soltanto che una pioggia di lacrime mi lavava il viso, che tutti i miei sentimenti si concentravano in quella preghiera dolorosa. Allora, sono stato completamente dimenticato? Non ero ugualmente figlio di Dio, nonostante non avessi pensato di rconoscergli questa attività sublime quando ero impegnato nella vanità dell'esperienza umana? Perché l'Eterno Padre non mi avrebbe perdonato, quando forniva il nido agli uccelli inconsapevoli e proteggeva benevolmente il fiore delicato dei campi agresti? Ah! è necessario aver sofferto molto per capire tutte le misteriose bellezze della preghiera, è necessario aver conosciuto il rimorso, l'umiliazione, l'estrema sventura, per prendere con efficacia il sublime elisir della speranza. Fu in questo istante che le nebbie dense si dissiparono e qualcuno è sorto, come emissario dei Cieli. Un simpatico anzianotto mi ha sorriso paternalmente. Si è inclinato, ha fissato i suoi grandi occhi lucidi nei miei, e ha parlato:-Coraggio, figlio mio! Il Signore non ti abbandona.Un pianto amaro mi bagnava tutta l'anima. Commosso, avrei voluto tradurre il mio giubilo, commentare quella consolazione che mi giungeva, ma anche riunenbdo tutte le forze che mi restavano, ho soltanto potuto domandare:-Chi siete, generoso emissario di Dio?L'inaspettato benefattore sorrise benevolo e rispose:-Chiamami Clarêncio, sono soltanto un tu fratello.E accorgendosi del mio esaurimento ha aggiunto:-Adesso, rimani calmo e silenzioso. Bisogna riposare per acquistare nuove energie.Successivamnte, ha chiamato due compagni che si comportavano in modo servile e zelante, e ha ordinato:-Prestiamo a questo nostro amico i soccorsi di emergenza.Un bianco lenzuolo è stato steso lì, a guisa di barella improvvisata, presentandosi entrambi gli operatori per trasportarmi con generosità.Quando mi alzarono con attenzione, Clarêncio pensò un istante, e come chi ricorda un impegno inderogabile chiarì:-Andiamo senza indugio. Bisogna raggiungere Nosso Lar con tutta urgenza.
CAPITOLO II - CLARÊNCIO
"Suicida!Sucicida! Delinquente!Infame!" grida simili mi raggiungevano dda tutti i lati. Dove erano quei sicari dal cuore impietrito? A volte li vedevo con uno sguardo, viscidi in quelle tenebre, e spesso, quando la mia disperazione toccava l'auge, li attaccavo estraendo estreme energie. Questo invano poiché colpivo a pugni l'aria in quei parossismi di collera. Sghingnazzate sarcastiche mi ferivano le orecchie, mentre volti neri sparivano nell'ombra.A chi potevo appellarmi? La fame mi torturava, la sete mi infuocava.Mi apparivano avanti agli occhi atti comuni dell'esperienza materiale. La barba mi era cresciuta, l'abito cominciava a rompersi a causa del logorio dell'usura, in quella regione a me sconosciuta. Ma la circostanza più dolorosa, non era anche il terribile abbandono a cui mi sentivo consegnato, ma l'assedio incessante di quelle forze perverse che sorgevano tra quei cammini ermi ed oscuri.Mi irritavano, mi annichilivano la possibilità di coordinare le idee. Desideravo ponderare con maturità la situazione, inquadrare le regioni e stabilire nuove direzioni al pensiero, ma quelle voci, quei lamenti mescolati ad accuse personali, mi disorientavano irrimediabilmente.Che cerchi, infelice? Dove vai, suicida?Tali ingiurie ripetute incessantemente ferivano il mo cuore. Infelice sì; ma suicida? Mai! Questi rimproveri a mio vedere non erno giusti. Io avevo lasciato il corpo fisico controvoglia.Ricordavo ancora il mio testardo duello con la morte. Riascoltavo ancora gli utlimi pareri medici, pronunciati nella Casa di Salute; ricordavo l'assistenza devota che avevo ricevuto, le cure dolorose che avevo subito in quei lunghi giorni che seguirono la delicata operazione agli intestini. Sentivo, durante questi ricordi, il contatto con il termometro, la putura sgradevole dell'ago della siringa, e per finire, l'ultima scena che ha preceduto il grande sonno: mia moglie ancora giovane e i tre figli contemplarmi nel terrore dell'eterna separazione. Dopo... il risveglio in quel paesaggio umido e oscuro e quella grande camminata che sembrava senza fine.Perché la pecca di suicida, quando ero stato costretto ad abbandonare la casa, la famiglia e la dolce convivenza con i miei? Anche l'uomo più forte conoscerà delle emozioni. Fermo e risoluto da principio, ho cominciato ad abbandonarmi a lunghi periodi di sbigottimento, e ben lontano con il continuare in quella fermezza morale, per ignorare la propria fine, ho sentito che le lacrime così tanto trattenute sgorgavano con più frequenza, traboccando dal cuore.A chi appellarsi? Per quanto grande fosse stata la mia cultura intellettuale portata dal mondo, ora non avrei potuto modificare la realtà della vita. Le mie conoscenze, davanti all'infinito, somigliavano a piccole bolle di sapone portate dal vento impetuoso che trasforma i paesaggi. Io ero qualche cosa che il tifone della verità trasportava così tanto lontano. Intanto, la situazione non mutava il mio essere interiore nell'altra realtà. Domandavo a me stesso se non ero impazzito, oservavo la mia coscienza vigile, rendendomi chiaro che continuavo ad essere io stesso, per i sentimenti e per la cultura raccolta nell'esperienza materiale. Continuavano quelle necessità fisiologiche senza alterazioni. La fame indeboliva tutte le mie fibre, anche se il progressivo esaurimento non mi rendeva completamente esausto. Di quando in quando trovavo delle verdure che mi sembravano campestri, intorno ad esili filetti d'acqua su cui mi lanciavo assetato. Divoravo le foglie sconosciute, incollavo le labbra a quella sorgente torbida, quando me lo permettevano le forze irresistibili, spingendomi avanti.Molte volte ho succhiato il fango della strada, ho ricordato l'antico pane di ogni giorno, versando copiosi pianti. Non era raro, anzi, era indispensabile il nascondersi a quelle enormi mandrie di esseri animaleschi, che passavano a gruppi, come animali selvaggi insaziabili. Erano una visione terrificante! La disperazione mi impadroniva. Ad un certo punto ho cominciato a pensare che doveva esistere un Autore della Vita, fosse dove fosse. Questa idea mi ha confortato. Io, che avevo detestatop le religioni del mondo, provavo la necessità di un conforto interiore. Medico estremamente allineato al negativismo della mia generazione ora avevo bisogno di rinnovare le mie posizioni. Diventava imprescindibile confessare il fallimento dell'amor proprio, a cui mi consacravo con orgoglio.E quando le energie mi mancavano del tutto, quando mi sono sentito assolutamente incollato al fango della Terra, senza forze per alzarmi, ho chiesto al Supremo Autore della Natura che mi stendesse le sue mani paterne, in una così amara emergenza.Quanto tempo è durata la preghiera? Quante ore ho consacrato alla supplica con le mani congiunte, imitando il bambino afflitto? So soltanto che una pioggia di lacrime mi lavava il viso, che tutti i miei sentimenti si concentravano in quella preghiera dolorosa. Allora, sono stato completamente dimenticato? Non ero ugualmente figlio di Dio, nonostante non avessi pensato di rconoscergli questa attività sublime quando ero impegnato nella vanità dell'esperienza umana? Perché l'Eterno Padre non mi avrebbe perdonato, quando forniva il nido agli uccelli inconsapevoli e proteggeva benevolmente il fiore delicato dei campi agresti? Ah! è necessario aver sofferto molto per capire tutte le misteriose bellezze della preghiera, è necessario aver conosciuto il rimorso, l'umiliazione, l'estrema sventura, per prendere con efficacia il sublime elisir della speranza. Fu in questo istante che le nebbie dense si dissiparono e qualcuno è sorto, come emissario dei Cieli. Un simpatico anzianotto mi ha sorriso paternalmente. Si è inclinato, ha fissato i suoi grandi occhi lucidi nei miei, e ha parlato:-Coraggio, figlio mio! Il Signore non ti abbandona.Un pianto amaro mi bagnava tutta l'anima. Commosso, avrei voluto tradurre il mio giubilo, commentare quella consolazione che mi giungeva, ma anche riunenbdo tutte le forze che mi restavano, ho soltanto potuto domandare:-Chi siete, generoso emissario di Dio?L'inaspettato benefattore sorrise benevolo e rispose:-Chiamami Clarêncio, sono soltanto un tu fratello.E accorgendosi del mio esaurimento ha aggiunto:-Adesso, rimani calmo e silenzioso. Bisogna riposare per acquistare nuove energie.Successivamnte, ha chiamato due compagni che si comportavano in modo servile e zelante, e ha ordinato:-Prestiamo a questo nostro amico i soccorsi di emergenza.Un bianco lenzuolo è stato steso lì, a guisa di barella improvvisata, presentandosi entrambi gli operatori per trasportarmi con generosità.Quando mi alzarono con attenzione, Clarêncio pensò un istante, e come chi ricorda un impegno inderogabile chiarì:-Andiamo senza indugio. Bisogna raggiungere Nosso Lar con tutta urgenza.