Message in a bottle

Terzani (prima parte)


Non amo riempire il blog di "copia e incolla" provenienti dalla rete.Qui però faccio un'eccezione perchè si tratta di un'intervista eccezionale ad un uomo eccezionale.E' un pò lunga, ma, credetemi, vale la pena leggerla, ti lascia qualcosa. Inizia così ....Giuliano Amato, ex Presidente del Consiglio, lo cita nel suo interessante libretto, Tornare al futuro: «Persino un mio vecchio compagno di collegio, il giornalista e scrittore Tiziano Terzani oggi vive in un bungalow sotto l'Himalaya. Forse ha ragione lui. Forse hanno ragione quei catastrofisti secondo cui ci siamo cacciati in un brutto guaio...» (Giuliano Amato, Tornare al futuro, Laterza, 2002).Paolo Guzzanti, dalle colonne del «Giornale» (il quotidiano della famiglia Berlusconi) lo ha liquidato assai meno garbatamente come «Sinistra chic che si veste all'indiana», assimilandolo a quegli scrittori che con le loro parole di dissenso, armano la mano ad estremisti assatanati e assassini.Ma cosa dice di così clamoroso Tiziano Terzani — giornalista in pensione, Premio Luigi Barzini all'inviato speciale (1997), due lauree, cinque lingue parlate correttamente (tra cui il cinese), girovago, scrittore di numerosi libri di successo (Pelle di Leopardo, 1973; Giai Phong! La liberazione di Saigon, 1976; La porta proibita, 1985; Buonanotte, Signor Lenin, 1992; Un indovino mi disse, 1995; In Asia, 1998) «evaso di professione» come lui stesso ama definirsi, e Bambino Permanente — per suscitare commenti più (e meno) autorevoli, da sinistra e da destra?Nel suo ultimo libro, che è venuto a presentare in Italia (Lettere contro la guerra, Longanesi, 2002), avanza un'ipotesi davvero particolare, di questi tempi di ammazzamenti e di sangue: e se all'odio provassimo a contrapporre la non-violenza? Se alla forza opponessimo il rispetto? Se alla rabbia e all'orgoglio proponessimo semplicemente la pace?Intervista a cura della redazione di Italialibri D. Il controllo dell’informazione riveste un’importanza strategica per indirizzare il consenso del pubblico, per prevalere nei conflitti internazionali ma anche per mantenere il potere politico a casa propria. Gli scrittori e gli intellettuali che hanno spazio sui mezzi di comunicazione rappresentano per il dissenso un potente strumento per far sentire le proprie ragioni. Ricordiamo il ruolo giocato dai dissidenti che contribuì al crollo del regime nell’Unione Sovietica. Quali sono le opportunità e quali rischi si presentano a questi “campioni del dissenso”, come quelli che a Parigi si sono dissociati dal governo italiano. Non più in URSS quindi, ma oggi, nel mondo occidentale, in Europa, in Italia?Io non farei questa grande distinzione, non vogliamo darci troppa importanza; non credo che oggi la situazione italiana sia tale che, chi non è d’accordo con “quello là che fa le corna” [Terzani si riferisce al presidente del consiglio Silvio Berlusconi, che in una foto di gruppo a un convegno internazionale di ministri degli esteri si produsse nell'inconfondibile gesto alle spalle del suo collega spagnolo ndr], sia un dissidente. Voglio dire, il bello della pluralità democratica è che ci sono tante opinioni. Evidentemente, in una situazione come quella italiana, in cui i grandi mezzi d’informazione sono, quelli televisivi, in mano a un solo gruppo di potere, e la stampa, in mano a pochi altri gruppi industriali, si crea una situazione abbastanza anomala in cui un’idea dominante finisce per essere “di regime”.Non esageriamo però. Per esempio: io che dico, invece di «guerra», «pace», sono un dissidente?… Sono una voce, apparentemente di minoranza, una voce fuori dal coro dell’odio, della rabbia meschina, dell’orgoglio mal riposto. Non mi sento un dissidente. Intellettuali — io odio anche questa parola, perché gli intellettuali sono quelli che “complicano il semplice", io invece ho sempre cercato di “semplificare il complicato”. Trovo che chi ha accesso ai mezzi di comunicazione e chi ha delle riflessioni da fare su quello che succede nel mondo ha una grande responsabilità.Quando la mia innominabile concittadina [Oriana Fallaci ndr] — a cui riconosco il sacrosanto diritto di avere una sua opinione e il suo sacrosanto diritto di affrontare questi grandi temi della vita che sono la vecchiaia e la morte, cosa che lei deve affrontare, come devo affrontarli io — fa una lezione di intolleranza che diventa un grido che viene preso come oro colato e diventa vangelo nelle scuole, dall’alto della stima che suscita e del suo prestigio di grande giornalista, mi preoccupo. Perché allora, lì, la tua opinione ha un’influenza. Cambi le idee, inciti la gente all’odio e questa è una grande responsabilità.Per questo mi sono permesso di scrivere una lettera aperta, rispondendole, e di questo sono grato a Ferruccio de Bortoli, che dirige un giornale [il «Corriere della Sera» ndr] che ovviamente non è sulle mie posizioni — tanto è vero che deve sempre mettere dei cappelli in cui dice: «il grande Terzani…», come dire «queste sono le sue idee, è grande, per cui facciamoglielo dire, però…» — e che pubblica con grande coraggio questa roba che non era nel coro.Il problema che lei solleva è importante in questo senso: chi ha influenza e chi crea opinione deve fare i conti con le conseguenze di quello che dice. Nel bene e nel male. Per cui, anche quelli che oggi mi accusano di essere quello che incita… Va bene, hanno il loro diritto. Quello che mi pare sacrilego, disdicevole, è che così facendo non fanno che aumentare questa catena d’odio da cui dipende tutto il pasticcio nel quale ci troviamo. Io capisco che uno possa vedere le cose diversamente da me, ma perché non ci confrontiamo — voglio essere provocatorio — in maniera "non violenta"? Perché dire che «uno che non è d’accordo con queste cose arma la mano dell’assassino» vuol dire alimentare una catena d’odio che porta a nuovo odio. Lo dico mille volte: l’odio produce solo odio. Volete fare l’odio? Benissimo, fatelo pure. Io tenterò di star fuori.D. Rispetto all’India visitata e conosciuta nel 1961 da Pasolini (L'odore dell'India) e da Moravia (Un' idea dell'India), come si presenta oggi al visitatore il subcontinente indiano? Innanzi tutto devo dire che mi ha sempre fatto ridere… Pasolini è un grande, lo ammiro moltissimo, ma non vorrei prendere per oro colato le cose che Pasolini ha scritto sull’India. Sa qual è l’odore dell’India? L’odore dell’India è l’odore della merda. E allora, siccome lui questo non l’ha descritto, vuol dire che è stato in un’altra India che non è quella in cui sono stato io. Lui aveva un’altra visione… Hanno fatto i turisti spirituali per due settimane… Questo è meravigliosamente italiano.Me lo ricordo in Vietnam, in Cina… Uno arrivava per due settimane in Cina e scriveva un libro: Dove va la Cina; Cos’è il comunismo… Ma è vero, in Vietnam gli inglesi dicevano: «You are an expert for the first two weeks». Le prime due settimane sei un esperto, poi dopo non lo sei più. Tutti venivano per due settimane, scrivevano grandi libri, diventavano grandi esperti… Il problema era se ci stavi tre settimane, perché cominciavi a vedere tutto quello che non capivi.Pasolini ha visto la sua India, meravigliosa anche, la poesia... Uno può andare in posto per un secondo e scrivere la più bella poesia del mondo su i rapporti dei corpi, che so io; ma quanto all’India e all’odore dell’India, Pasolini l’aveva “bucata” l’India. Perché l’odore dell’India è il puzzo di merda.D. Qual è la posizione degli intellettuali indiani in relazione al pericolo atomico e al confronto con il Pakistan?Beh, lei conosce la mia collega e amica Arundhati Roy che ha preso una posizione durissima contro la bomba. Anche lì ci sono posizioni divise, grazie a Dio. L’India si vanta d’essere la più grande democrazia del mondo ed è un sistema estremamente pluralista. Trovo che, almeno io che sono molto vicino all’India per ragioni proprio fisiologiche — e anche perché ci vivo — la mia posizione illustri bene quella di tanti indiani.E, sempre per semplificare il complicato, in poche parole direi che l’India ha il diritto di avere la bomba atomica: se ce l’hanno gli altri, perché non la deve avere l’India? Ma il fatto che eserciti questo diritto è una grande tragedia per l’India stessa, perché, quando avrebbe potuto avere l’arma morale della superiorità, arma molto più potente, ha scelto invece la banalità di voler essere un Paese come tutti gli altri, che fonda il potere sul numero delle bombe. Allora: da un lato il diritto, ma, dall’altro, l’esercizio di quel diritto significa una grande povertà.