Message in a bottle

Terzani (parte seconda)


D. Rispetto alle obiezioni che scaturiscono dalla sensibilità occidentale, di fronte a certe manifestazioni della cultura islamica e afghana, quali sono le soluzioni che Lei suggerisce? In che cosa si concretizza la soluzione pacifica? E come può sperare di imporsi sulle logiche economiche occidentali, che considerano l'Afghanistan una zona strategica per il petrolio?Nella civiltà occidentale, della quale io sono orgogliosissimo membro nonostante la mia apparenza così da “santone” — io sono “fiorentinissimo”, felice di esserlo, anche se mi devo trovare con delle concittadine con cui condivido proprio poco — dobbiamo smettere di pensare, ma lo dobbiamo smettere nel fondo, che la nostra civiltà sia superiore o che noi abbiamo il monopolio di alcunché, della civiltà, della felicità, del benessere, della dignità delle donne, di tutto. Non abbiamo questo monopolio. Ci sono altre civiltà che la pensano diversamente e che vedono noi come “civiltà del male”, così come noi pensiamo di loro. Quanto ai problemi che ogni civiltà ha, devono essere visti all’interno di quella civiltà. Esempio: il burqa è un problema delle donne afghane. Le donne afghane sono meravigliose — non so se voi conoscete l’organizzazione RAWA (Revolutionary Association Women of Afghanistan) — si pongono i loro problemi e l’idea che noi, perché siamo i più forti, i più potenti, dobbiamo andare a liberare la gente altrui, è una cosa assurda, sacrilega.La libertà ognuno se la deve conquistare per conto suo. Si può aiutare, dare una mano, ma la libertà bisogna conquistarsela da soli. È come scalare le montagne: se si vuol godere di arrivare in cima alla montagna, non è che ci si può mandare un altro, non è che qualcuno ci può portare in cima con un elicottero… Quella montagna bisogna conquistarsela da soli.Se le donne afghane trovano che il burqa sia qualcosa che offende la loro dignità, scaleranno quella montagna, arriveranno in cima e butteranno via il burqa. Non ci devono essere i paracadutisti americani che glielo vanno a togliere.Io non propongo una soluzione pacifica. Io dico che oggi la catena della violenza, dell’odio che produce l’odio, è tale che noi non rischiamo lo scontro delle civiltà, ma la fine di tutte le civiltà. In questa situazione, sia noi che i nostri “nemici”, abbiamo a disposizione delle armi di distruzione di massa come l’uomo non ha mai avuto prima. Il rischio che a un orrore si sommi un altro orrore sempre più grande finirà che la catena di violenza produrrà la fine del mondo in cui viviamo.Guardiamo l’antrace, nato nei laboratori americani, usato da un americano per terrorizzare l’America, domani le bombe atomiche, chimiche, batteriologiche che già Bush promette di usare contro l’Iran, l’Iraq…Secondo me, la "non violenza" è l’unica alternativa da considerare per salvare l’umanità e anche la più conveniente, perché trovo che oggi il costo umano della guerra sia spaventoso. Noi crediamo di avere vinto la battaglia di Kabul…, ma come umanità non abbiamo vinto niente. Se guardiamo gli americani, gli afghani… L’umanità ci ha guadagnato da tutta questa situazione in cui siamo? Casino in Medio Oriente, casino lungo la frontiera afghano-pakistana, orrore dappertutto... Bologna [l'assassinio di Marco Biagi, a opera delle BR ndr]…Voglio dire, dal punto di vista un po’ più alto, è una situazione di tranquillità? Stiamo andando verso una soluzione? Secondo me, no. Stiamo andando verso un abisso di barbarie. Vogliamo continuare così? Ci aspettiamo stupidamente che domani andiamo a risolvere tutto? Non abbiamo risolto niente. Il mondo non era mai stato così insicuro, così pericoloso, come da dopo l’11 settembre. La guerra non è una soluzione: se vi pare una soluzione, spiegatemelo.Tutte le rivoluzioni fatte finora sono rivoluzioni esterne (la rivoluzione cinese, francese, russa, vietnamita, cambogiana…) che hanno cercato di portare giustizia, cambiare il mondo, ecc.., non hanno fatto che spaventosi massacri. Il risultato finale: un gran casino e una grande miseria, sia spirituale, che materiale. Forse è il momento di pensare che la grande rivoluzione da fare non è quella fuori, ma quella dentro; che in verità le radici della guerra non sono fuori, ma dentro di noi, nelle passioni, nelle voluttà, nel nostro voler arraffare tutto, nel nostro pensare che noi possiamo controllare la natura, la conoscenza, uccidere animali, terra, mondo animale e poi rifarlo artificialmente. Noi siamo dei grandi assassini, però siamo già capaci di clonare la vita, questa è l’assurdità.Allora dico: se le vere ragioni della guerra non sono fuori, ma dentro di noi, cominciamo a fare la rivoluzione dentro di noi, forse è quella meno violenta, che non fa massacri e forse, alla lunga, crea quelle condizioni in cui tutti ci troveremo meglio. Prendiamo coscienza di chi siamo e incominciamo a riflettere: non siamo solo corpi, non siamo solo materia. Dobbiamo ricominciare, chi sa, a pregare, chi non sa, a fare altro. L’unica rivoluzione oggi veramente possibile è quella dentro di noi, ma ci vorrà tempo, molto tempo.Diceva il mio amato Gandhi — che io non voglio certo importare in Europa — che per fare un esercito di non violenti non occorrono soltanto dei generali, ma anche dei coraggiosissimi soldati. Quando vado a parlare nelle scuole dico che per addestrare un paracadutista a essere un assassino, tagliare le gole, torturare, tagliare le gambe, ci vogliono sei mesi; ma addestrare uno alla non violenza ci vuole forse un’intera vita. Il fatto che sia così lungo ci impedisce di cominciare? Vogliamo continuare a sgozzarci? Tocca a noi decidere.D. Con l’evoluzione del modo di fare le guerre come è cambiato il mestiere di reporter?Le guerre non si vedono più, gli americani hanno imparato la lezione del Vietnam. In Vietnam hanno perso la guerra perché permettevano ai giornalisti come me di andare al fronte e di raccontarla. La guerra del Golfo è stata la prima guerra che gli americani sono riusciti a tenere inscatolata e poi — stupendo — hanno vinto meravigliosamente la guerra psicologica.Nessuno ha visto questa guerra, nessuno ha capito che cosa sia successo, nessuno può essere convinto e sicuro dei fatti dell’11 settembre, perché le prove non ci sono, non sono state date, nessuno può andare a controllare, nessuno ha accesso a quello che è successo. E la guerra è stata un continuo impacchettamento, infatti io lo dico in vari modi: questa non solo una guerra di bombe più o meno intelligenti, di missili, di computer... È una guerra soprattutto di bugie, che sono cominciate ancor prima della guerra.Il reporter di adesso dovrebbe essere più creativo e più inventivo del passato. Dovrebbe non stare col gruppo. Purtroppo, ormai c’è questa perversione del twentyfour hours news, per cui bisogna sempre produrre nuove cose. I giornali tutti i giorni devono pubblicare qualcosa di nuovo… Ai miei tempi era diverso: io, poi, sono stato fortunatissimo perché scrivevo per un settimanale una/due volte al mese, per cui avevo tempo per la riflessione. Questo non vuol dire, come ho visto in molti casi, che la gente non si prepari. Se uno deve andare in Afghanistan, sarà bene che si legga una storia dell’Afghanistan, che legga una storia dell’Islam, che capisca che cosa vuol dire burqa…Vedo purtroppo che molti dei giovani che incontro, sono bravissimi, hanno fatto queste scuole orribili di giornalismo — che secondo me andrebbero tutte chiuse — sanno operare con queste macchine, ma non hanno né la curiosità, né l’umiltà di prepararsi a certe grandi storie. Non si può scoprire l’Afghanistan da paracadutisti…Adesso questo mestiere è certamente più difficile e più difficile diventerà, perché l’informazione è ormai manipolata. La pubblicità, le pubbliche relazioni, sono diventate ormai l’anima di tutto, la pubblicità ha preso il posto della letteratura. Nessuno più gratta, tutti si accontentano della facciata. Siccome io, alla fine della mia vita, mi rendo conto che i fatti nascondono spesso la verità. Già l’accertamento dei fatti è difficile, se poi questo è anche uno schermo della verità, immagino la difficoltà di capire cosa c’è dietro.D. Affinità e differenze tra la morte di Maria Grazia Cutuli e del fotoreporter Raffaele Ciriello.Non vedo niente. Sono morti tanti giornalisti. È la solita storia: se vai al fronte, rischi che ti sparino. Gli operai muoiono perché maneggiano il mercurio, i giornalisti maneggiano le pallottole e ogni tanto gli arrivano addosso. È un mestiere pericoloso…Ma anche fare il guidatore del tram è pericoloso. Voglio dire, la cosa strana è la glorificazione di queste morti e anzi, direi di più, nel caso della Cutuli la spettacolarizzazione della morte, che io trovo veramente fuori luogo. Quello che ho visto scritto di questa giovane donna — io non la conoscevo — era rivoltante, rivoltante… Discorsi sulla sua sessualità, ma dico, è assurdo. Se muore un operaio di Porto Marghera, si va a scoprire se la sua sessualità…? come si vestiva…? È morto, è morto un operaio e la sua famiglia piange. Punto e basta.Viviamo in un mondo perverso, voi vivete in un mondo perverso e godete della vostra perversità: è questo che vi rende vittime e assassini allo stesso tempo. Io da trent’anni non mi avveleno della vostra roba. Voi vivete in un Paese in cui vi è stato detto che è cominciata una guerra e ve la siete subito dimenticata. Questa è una grande guerra, una guerra che coinvolgerà l’umanità, le cui scelte saranno determinanti per le generazioni a venire. La guerra è appena cominciata in Afghanistan, sarà una guerra che vi colpisce in tanti modi.Eppure, i vostri splendidi giornali che comprate a mazzo la mattina, vi hanno turlupinato, prima, con le balle sulla guerra e, negli ultimi giorni che io sono qui in Italia, con nove/dieci pagine sul delitto di Cogne. Ma perché li comprate? Il delitto di Cogne è un problema per i poliziotti, per un prete, per uno psicologo… Ribellatevi! C’è una guerra in corso, l’umanità rischia l’estinzione e i giornali nove pagine sul delitto di Cogne. Poi un giorno, siccome ammazzano un disgraziato a Bologna, il delitto di Cogne non c’è più e allora nove pagine sull’assassinio di Biagi, nove pagine. E domani, quando un cane morderà una signora in via Montenapoleone e le staccherà la testa, nove pagine sulla signora di via Montenapoleone, e gli psicologi dei cani... eeehhh!!! È giornalismo questo? È spettacolo.Per questo, come avete visto, vado dappertutto a parlare di pace, del mio libro (Lettere contro la guerra, Longanesi, 2002) ed evito tutto quello che ha a che fare con questa spettacolarizzazione della vita. Non vado a nessuno degli show televisivi, mi rifiuto di parlare con quei signori come quello là che ha mangiato tutte le uova prima di arrivare a Sanremo (Giuliano Ferrara, direttore de «Il Foglio»), niente, niente. Facciano il loro mestiere, non ho mai fatto il loro mestiere, quelli non sono miei colleghi, per cui Lei mi offende se mi chiamerà reporter. Non ho niente a che fare con questa gente, il signor Ferrara, Costanzo, Moscone... Vespa — come si chiama — non sono miei colleghi, non ho mai fatto il loro mestiere.