Due anni fa moriva Mario Bignone, il giovane dirigente della sezione Catturandi della squadra mobile di Palermo che nel 2009, nel giro di due settimane, ammanettò prima il latitante Mimmo Raccuglia, poi Gianni Nicchi. L'ultima battaglia di Mario Bignone era stata contro un insidioso tumore, ma anche nei giorni della malattia il capo della Catturandi non aveva mai ...smesso di indagare, assieme ai suoi ragazzi, per cercare di arrestare l'ultimo superlatitante di Cosa nostra, Matteo Messina Denaro. "Alla fine ci riusciremo - amava ripetere - la squadra Mobile è una creatura straordinaria, fatta di tante storie. Ognuno dei poliziotti che ne fa parte ci mette generosità e tanto sacrificio. Alla fine il risultato arriva". Così, l'indagine su Messina Denaro prosegue, nel nome di Bignone.
La sfida impossibile di Mario il cacciatore il capo della catturandi stroncato dal cancroNELLA sua lista dei cattivi da fermare al più presto erano rimasti due obiettivi. I più difficili. Uno era il superlatitante di Cosa nostra Matteo Messina Denaro. L' altro, Mario Bignone se lo portava dentro: il capo della Catturandi della squadra mobile di Palermo da sei mesi aveva scoperto di dover fare i conti con un male terribile, che l' aveva colpito al cervello. Era l' inizio di gennaio, in quei giorni Bignone si era concesso qualche giorno di vacanza con la sua fidanzata dopo mesi di indagini estenuanti, che fra metà novembre e l' inizio di dicembre avevano portato a risultati importantissimi, l' arresto di due padrini latitanti da fin troppo tempo, Mimmo Raccuglia e Gianni Nicchi. La vacanza era terminata presto, Bignone si era ritrovato ricoverato d' urgenza a Villa Sofia.E poi, presto, su un volo diretto a Milano, per un intervento ritenuto disperato. Ma anche in quei giorni Bignone non aveva mai smesso di sorridere sornione. E ai suoi collaboratori, che non l' avevano lasciato un attimo, aveva continuato a dire: «Animo, ragazzi», come alla vigilia di ogni blitz. Prima di prendere quel volo, aveva voluto sposare la sua Giovanna: così, per mezz' ora l' atrio della Neurochirurgia di Villa Sofia si era trasformato in un grande salone delle feste. Anche se tutti gli invitati avevano gli occhi rossi, e intanto si susseguivano frenetici i preparativi per la staffetta aerea verso Milano. Bignone, elegantissimo nel suo abito blu, aveva voluto brindare dopo il fatidico «sì» davanti al vice sindaco Mario Milone, poi aveva tagliato la torta e brindato, con tanto di discorso: «Appena torno, faremo una festa vera». Era fatto così Mario Bignone, 43 anni, napoletano verace, deceduto mercoledì mattina. «Il poliziotto col maglione» l' aveva soprannominato il questore Sandro Marangoni durante l' ennesima conferenza stampa per l' arresto di un latitante. Bignone amava condividere i suoi vulcanici progetti. Subito dopo l' intervento, aveva sussurrato al capo della polizia Antonio Manganelli: «Adesso Matteo». In quella stanza d' ospedale era nato un grande progetto per una nuova squadra. Obiettivo, sferrare l' attacco finale a Messina Denaro. Bignone era diventato ufficialmente il capo del gruppo quando ancora era in quel letto d' ospedale e si muoveva con difficoltà. Ma si era alzato presto. E in questi mesi difficili di cure, ricoveri, speranze di guarire e giorni bui, non aveva mai messo di lavorare all' ultima sfida a Cosa nostra. «È l' indagine più difficile, non sarà facile, ma alla fine ci riusciremo», diceva Mario un mese e mezzo fa, davanti al mare di Mondello. «La Mobileè una creatura straordinaria - sorrideva al suo solito - fatta di tante storie. Ognuno dei poliziotti che ne fa parte ci mette generosità e tanto sacrificio. E alla fine il risultato arriva». Guardava ancora il mare di Mondelloe sussurrava: «Palermo è cambiata, ma i palermitani dovrebbero avere uno slancio morale ancora più intenso».