Creato da I_mie_racconti il 17/04/2013

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Insegnami a essere figlia: La decisione.

Post n°23 pubblicato il 11 Giugno 2013 da I_mie_racconti

 

Insegnami a essere figlia: La decisione.

Post n°593 pubblicato il 25 Aprile 2013 da lascrivana

Non riuscivo più a riconoscermi. Da quella sera al casolare, non riuscivo a togliermi Danila dalla testa. E perché avrei dovuto farlo? Io l'amavo alla follia e, seppur mi facesse impazzire con le sue titubanze e le proprie indecisioni, avevo deciso che non avrei più insistito, avrei rispettato la sua decisione. Ma ci sarei riuscito? L'arrivo di quel tronfio italo americano poi! Il promesso sposo di Simona non mi piaceva per nulla. Il solo fatto di sbandierare in ogni occasione quanto era stato bravo a fare i soldi oltreoceano lo rendeva antipatico quasi a tutti, tranne a Simona appunto. Ma anche Danila sembrava affascinata dal suo modo di fare, e questo mi faceva rodere dalla gelosia. Ricordo la volta che li vidi entrare nella boutique più costosa del paese. Sbirciando dalla vetrina, rimasi di sasso quando vidi Danila provare una gonna talmente corta da togliere il fiato. Così come non mi sfuggì il luccichio negli occhi del promesso sposo di Simona, doveva sposare lei e guardava le gambe della mia ragazza! Ricordo di essere fuggito via, il battito del cuore accelerato oltre ogni limite, un macigno alla bocca dello stomaco. Ma come potevo competere con quel buffone dai capelli impomatati? Lui aveva tutto, soldi, fascino e l'esperienza dovuta all'aver girato il mondo. Cosa avrebbe fatto Danila se quello le avesse fatto delle avance? La cosa non mi avrebbe stupito, pur volendo sposare Simona, appariva il tipo che quando punta qualcosa fa di tutto per averla. Da quel giorno poi, sembrava quasi che Danila volesse evitarmi. Perennemente in compagnia dell'amica del cuore, appariva sempre nervosa quando c'incontravamo. Più volte la invitai ancora al casolare ma lei, pur con gentilezza, rifiutava sempre, con una scusa o con un'altra. Il tarlo della gelosia ormai si era talmente insinuato in me che persino mia madre se ne accorse. Una sera entrò nella mia stanza di soppiatto tanto che non l'udii nemmeno. Quando si sedette sul letto ebbi un sobbalzo e mi voltai di scatto, il volto rigato di lacrime.- L'amore è un bellissimo sentimento figlio mio, ma a volte può far star male all'inverosimile vero?- La guardai per un attimo poi le buttai le braccia al collo, bagnandole la maglia che sapeva di lavanda.- Tra un mese finisce la scuola mamma...- Le dissi con voce rotta.- Mi arruolerò volontario nell'esercito, non ce la faccio più a rimanere qui...- Lei mi allontanò dolcemente da se e mi guardò, il bel volto attraversato da una miriade di emozioni tanto da farmi  pentire di aver detto quelle parole.- Tra poco sarai maggiorenne e potrai decidere del tuo futuro tesoro...ma non si affrontano i problemi fuggendo...pensaci e sopratutto non parlarne con tuo padre per il momento...- E, dopo avermi stampato un bacio sulla fronte, uscì dalla stanza lasciandomi ancor più confuso di prima.... 

                                                           C@nt@storie.

 

 

 
 
 

Insegnami a essere figlia: Cesare l'americano.

Post n°22 pubblicato il 27 Maggio 2013 da I_mie_racconti


Insegnami a essere figlia: Cesare l'americano.
Post n°582 pubblicato il 14 Aprile 2013 da lascrivana

 Ormai la gravidanza di Simona iniziava a essere abbastanza evidente. E scoraggiata dall'evolversi degli eventi e avendo paura di rimanere zitella: si convinse ad accettare la mano offerta da Cesare, il fratello emigrato in America di comare Assunta.

Cesare arrivò in paese in un caldo pomeriggio di primavera mentre eravamo quasi tutti in piazza a goderci il bel sole. Frenò dolcemente la macchina accostandola al marciapiede, e ci salutò con una suonata di clacson e un largo sorriso che a fatica s'intravedeva da dietro due folti baffetti. Gli scuri capelli impomatati erano tirati tutti all'indietro rivelando radi capelli bianchi tra la chioma lucida.  Appena vide me e Simona, scese dalla macchina  con un'eleganza che era insolita alla gente del posto: e ci raggiunse. Portava pantaloni scuri a sigaretta e sotto la giacca damascata grigio perla, indossava una camicia bianca con colorate stampe floreali (tipica americana). Malgrado fosse vicino alla quarantina, sembrava un giovanotto rispetto agli uomini del luogo: sicuramente più trascurati.

Quando comare Assunta comunicò a Simona l'arrivo del fratello: lei si precipitò subito a casa mia per comunicarmene la notizia implorandomi di accompagnarla. Devo dire che appena Cesare vide Simona rimase alquanto sbalordito davanti alla sua bellezza, che la gravidanza aveva accentuato ancora di più. Dopo averci galantemente salutato, Cesare c'invitò al bar per un gelato e poi a fare un giro nella sua macchina sportiva rossa fiammante.

Arrivati in città,  parcheggiata la macchina, decidemmo di fare una passeggiata sul corso. Affascinate dall'eleganza di una vetrina di un negozio d'abbigliamento, Simona ed io ci fermammo un po' per dare una sbirciatina all'interno. Cesare accortosi del nostro sguardo rapito, ci convinse a entrare e a scegliere qualche capo di nostro gradimento, insistendo che lui sarebbe stato ben felice di regalarcelo. Non ce lo facemmo di certo ripetere due volte; un'altra occasione del genere non tanto facilmente si sarebbe ripetuta: poiché si trattava di un negozio di gran lusso. Per curiosità mi volli provare una gonna più corta di quelle che indossavo abitualmente: le morbide pieghe del tessuto scozzese ondeggiavano poco sopra il ginocchio, rivelando le gambe ben tornite fasciate dai collant di nailon grigio chiaro, che la commessa mi aveva consigliato di abbinare. Io non avrei voluto comprarla avendo il timore d'indossarla: poiché i miei genitori non me lo avrebbero mai permesso. Cesare non volle sentire ragioni e insistette a regalarmela, aggiungendo che quel capo mi stava così bene che sembrava cucito apposta per me.

Il mio pensiero volò subito su Davide e all'espressione che avrebbe assunto quando me l'avrebbe vista addosso. Non avevo mai avuto un capo così bello prima d'ora, e sicuramente questo avrebbe acceso di più il suo desiderio. Arrossì al solo ricordo di quello che era successo nel vecchio casolare l'ultima volta che ci eravamo visti. Da un lato mi sentivo sporca solo per aver fatto certe cose e provato determinate sensazioni; dall'altra mi convincevo: che se Dio aveva creato certe cose a un uomo e a una donna, era perché andavano vissute in tutta la sua totalità. Io amavo e desideravo Davide da voler andare oltre quel nostro semplice esplorarsi, anche se d'altro canto ero ben decisa a non dare ascolto ai miei impulsi e di resistere fino al matrimonio. Quando le mie amiche mi chiesero com'era andata, io evitai palesemente di narrargli tutto nei dettagli. Ciò che avevamo fatto erano cose troppe intime e come tale dovevano restare! E poi mi vergognavo così tanto da non volerne nemmeno parlare.

-Allora Danila che te ne pare di quest'abito bianco che Cesare vuole comprarmi per le nostre nozze?-

a voce squillante e gioiosa di Simona interruppe le mie fantasie. Era da un po' che non la vedevo così raggiante, e le esternai la mia gioia e ammirazione per come le stava quello splendido vestito bianco, che le nascondeva egregiamente il ventre prominente con le pieghe di velo fluttuanti che partivano morbide da sotto l'attaccatura del seno, mentre la generosa scollatura lasciava intravedere, due seni bianchi e sodi. Cesare, ammaliato da tanta avvenenza, già pregustava notti idilliache. E fu proprio quello sguardo adorante a farmi capire che le nozze sarebbero avvenute al più presto. Il solo pensiero che ben presto avrei perso la mia migliore amica nelle lontane terre d'America: smorzò la mia allegria malgrado la certezza che per lei sarebbe stata la soluzione migliore.

                                                               L@ur@

 
 
 

Insegnami a essere figlia: Una magica serata.

Post n°21 pubblicato il 22 Maggio 2013 da I_mie_racconti

Insegnami a essere figlia: Una magica serata.Post n°581 pubblicato il 14 Aprile 2013 da lascrivana

 

 

La guardai andarsene sconsolato, il cuore e la mente in fiamme. Maledissi il momento in cui avevo accettato l'invito di Serena, così come maledissi la malalingua che sicuramente aveva avvisato Danila, una delle sue care amiche certamente. Stavo quindi per voltarmi e andarmene, quando la vidi fermarsi di colpo ed esitare. Non credetti ai miei occhi vedendola tornare sui suoi passi, per la seconda volta in pochi istanti rimasi paralizzato, incapace di muovere qualsiasi muscolo. Appena mi fu di fronte, iniziai a farfugliare parole prive di senso, scuse trite e ritrite che sicuramente l'avrebbero allontanata nuovamente. Invece, con mio grande stupore, mi mise le dita sulle labbra quindi iniziò a baciarmi. Il suo corpo, caldo e sensuale sotto il leggero abito, aderì meravigliosamente al mio, mentre la sua lingua cercava la mia con passione e desiderio. Sentii i suoi denti mordicchiarmi il labbro, mai il sapore del sangue mi fu più gradito.- Andiamo al casolare...- Mi disse con una voce talmente roca e sensuale da farmi rabbrividire.

 

Nonostante siano passati parecchi anni, ho un ricordo vividissimo di quella sera. Frustrazione e delusione, paura ma anche rabbia furono i sentimenti che vissi tutti insieme, ma Danila riuscì a quietarli tutti. Appena giunti nel nostro rifugio segreto, lei si distese sulla paglia e protese le braccia in avanti.- Vieni...- Mi sussurrò, gli occhi accesi da una luce diversa. Improvvisamente mi sentii impacciato, titubante e quasi spaventato da quell'invito. Ciò che tanto avevo agognato, la cosa che desideravo più al mondo stava per avverarsi ed io come reagivo? Ma non feci in tempo a recriminare su queste cose. Danila mi afferrò una mano e mi trascinò accanto a se. Fui quasi stordito da tale impeto, che svanì subito appena iniziò a baciarmi. Mi mise una mano dietro la nuca e mi attirò vicino a se, il leggero profumo che aveva indossato ad inebriarmi completamente. Le sue labbra iniziarono a sfiorarmi il collo e le guance, mentre la lingua saettava velocissima a leccarmi, i denti a mordermi. E fu allora che decisi di rompere gli indugi. Assolutamente perso nei suoi baci e dalle carezze, insinuai una mano sotto il tessuto della gonna. Ma lei, delicatamente e senza gesti bruschi, me la tolse subito.- Non ancora...- Disse, mentre le sue labbra continuavano ad esplorare la mia pelle, ormai sudata e bollente. Sentii la sua mano infilarsi sotto la camicia, le sue dita accarezzarmi il petto quasi privo di peli. Sempre più eccitato, cercai nuovamente di farmi strada attraverso i suoi veli, ma ancora una volta venni respinto con gentilezza ma anche con fermezza.- Aspetta...sarà bello ugualmente...- Mi disse di nuovo. M'irritai molto per quei rifiuti che non capivo, e stavo per dirglielo quando la sua mano scese e non capii più nulla. Dopo avermi abbassato lentamente la cerniera, sentii le sue dita cercarmi avidamente e, quando mi trovò, la stanza cominciò a roteare. Nel frattempo, non smise mai di baciarmi il petto ormai libero dalla camicia. Quando tutto fu finito, si distese sopra di me e mi baciò a lungo.- Quando accadrà sarà bellissimo amore mio...porta pazienza...- Se non fossi stato ancora incredulo per ciò che era appena accaduto mi sarei messo a ridere. L'attirai a me accarezzandole i capelli, restammo così, allacciati e abbracciati fino a notte inoltrata.

                                                                      C@nt@storie

 
 
 

Insegnami a essere figlia: L'accusa.

Post n°20 pubblicato il 19 Maggio 2013 da I_mie_racconti

Insegnami a essere figlia: L'accusa.
Post n°576 pubblicato il 07 Aprile 2013 da lascrivana

 

Massimo cercò più volte di fare pace, ma io rimasi fermo nella mia decisione. Spesso lo sorprendevo nei pressi di casa mia, nascosto dietro un'auto o sotto un androne. Io facevo finta di nulla ed egli, codardo sino in fondo, non trovava però il coraggio d'affrontarmi, sino a che un bel giorno non lo vidi più. Anche nel calcio le cose non andavano benissimo. Ormai, il mio allenatore mi relegava spesso in panchina, ma la cosa non mi toccava più di tanto. Il mio unico pensiero restava Danila, la desideravo così ardentemente tanto da provare un malessere quasi fisico. Ricordo come fosse oggi la sera in cui venne a sapere una certa cosa, la sua rabbia e il suo dolore nel dovermi affrontare. Quel pomeriggio, alla fine dell'allenamento infatti, mi ero ritrovato dinanzi la ragazza che molto tempo prima si era azzuffata con Danila. Serena era davvero uno schianto. Era stata una delle prime, in paese, a indossare la minigonna suscitando le ire e le malelingue delle comari. Al contrario, gli uomini, non potevano evitare di voltarsi quando la incrociavano, e non parlo solo dei giovani. Genitori separati sin da quando era piccola, Serena viveva con la madre per altro assente tutto il giorno per lavoro, ed era figlia unica. Spregiudicata e provocante, sapeva padroneggiare e giocare con la propria bellezza e sensualità. Ebbene quel giorno me la ritrovai davanti sorridente. Indossava una camicetta bianca con due bottoni aperti sul davanti, il pizzo del reggiseno ben visibile sotto la stoffa. L'immancabile minigonna a tinte scozzesi inoltre, risaltava le gambe lunghe e affusolate.- Ciao Davide...come mai non giochi più...ti sei fatto male?- Mi disse con la sua voce civettuola e dal timbro ancora infantile. Io non risposi subito. Per alcuni interminabili secondi, la mia mente fu attraversata da una miriade di pensieri. Prima di tutto pensai a Danila, a quale sarebbe stata la sua reazione se mi avesse visto anche solo parlare con Serena. Pensai inoltre alle numerose chiacchiere sulla sua vita amorosa e a quanti uomini, al bar o in piazza, s'erano vantati di averla portata a letto. Pensai che solo un pazzo poteva rifiutare le avance di una ragazza come lei ma, pur riconoscendo la sua avvenenza, la consideravo volgare.- Credo che ti sia scappato un po di rossetto sulla guancia...- Mi ritrovai a rispondere goffamente. Lei sgranò gli occhi e frugò nella borsetta. Nelle sue mani apparve un piccolo porta cipria color avorio che aprì con uno scatto. Dopo essersi scrutata per bene, lo rimise via e mi guardò imbronciata.- Ma che dici...è perfetto...dai andiamo a prenderci un gelato...- E senza darmi il tempo di reagire, mi prese la mano tirandomi con forza. Non so cosa mi prese in quel momento, il mio cervello avrebbe voluto ordinare alle gambe di fermarsi, invece mi ritrovai a seguirla docile. Fu solo quando arrivammo nei pressi della piazza che fui assalito dal terrore. Lì si trovava l'unica gelateria, e lì mi avrebbero visto tutti. Non successe nulla. Prendemmo il nostro gelato che consumammo sopra una panchina e lei mi strappò una mezza promessa di rivederci, quindi scappai come se avessi commesso un omicidio. Quella sera, al casolare, Danila non si presentò. Conscio che la mia "scappatella" con Serena le fosse di certo venuta alle orecchie, mi precipitai verso casa sua senza pensare a come mi sarei comportato. Solo al pensiero di dover affrontare suo padre, di certo in casa a quell'ora, mi spaventava a morte, ma dovevo assolutamente vederla. La incrociai a metà della via. Camminava a testa bassa, le mani affondate nelle tasche dell'ampia gonna.- Sapevo ti saresti precipitato...- Mi disse in tono neutro non appena fummo di fronte.- E mi sono pentita di non essere venuta all'appuntamento, ma per quello che devo dirti un posto vale l'altro...- Fu come se un migliaio di aghi mi perforassero il cervello, sentii le gambe farsi molli, mentre una specie di sasso sembrava aver preso alloggio al centro del mio stomaco.- Cosa intendi dire?- Riuscii a malapena a blaterare.- Significa che finalmente sei riuscito a portartela a letto...- Sibilò a denti stretti, gli occhi come due carboni ardenti.-...e significa che tra noi è finita Davide...mi hai profondamente delusa...- Quindi si voltò e s'incamminò, lasciandomi lì come un cretino.- Non è vero Danila...non è successo nulla, solo un gelato...io...io ti amo Danila...- Lei si fermò senza voltarsi, le spalle scosse da un leggero tremito quindi, dopo un istante, proseguì verso casa. 

                                                          C@nt@storie

Simona non faceva altro che tormentarsi per l'esito della vicenda. Sapeva che in fondo era anche colpa sua, e che quel piano machiavellico che aveva escogitato per rimanere incinta di Massimo le si era ritorto contro.

Ora l'unica cosa che aveva in mente era come vendicarsi di quell'oltraggioso affronto. In cuor suo più volte gli aveva augurato il peggio possibile, e la sua più grande soddisfazione era di saperlo sposato con una donna sterile che non fosse capace di dare un erede a quella famiglia di esseri ignobili che avevano disconosciuto il nipote che portava in grembo. Nonostante la scarsa bellezza di Massimo, si augurava che il figlio fosse maschio e somigliasse tutto al padre. Glielo avrebbe sventolato continuamente sotto il naso e gli avrebbe impedito a qualsiasi costo di avvicinarsi a lui; oppure lo avrebbe dato in adozione dopo aver inviato ai genitori di Massimo la foto dell'unico erede che mai avrebbero potuto avere: poiché Massimo era l'unico figlio maschio.

Quando Simona mi confidò tutto questo, nonostante la crudeltà che ricadeva su quell'innocente creatura che portava in grembo: evitai di contraddirla. Certa che quando la rabbia sarebbe sbollita avrebbe affrontato la questione serenamente. Io mi ero ripromessa di aiutarla facendogli da madrina al figlio o alla figlia -visto che ancora non si conosceva il sesso.

Si sa che alla fine i nodi vengono tutti al pettine, e anche la bugia di Giorgio il lattaio,  saltò fuori durante una discussione con alcuni amici che chiesero al codardo se avrebbe assolto il suo ruolo di padre sposando Simona; a quel punto, l'infame si tradì rispondendo impulsivamente che il figlio non era suo e che non aveva alcun obbligo verso il nascituro. La negazione della paternità di Giorgio fece velocemente il giro del quartiere; e alla luce di questa nuova e sbalorditiva verità, la gente iniziò a porsi delle domande e a porre rimedio all'affronto fatto a Simona. Si mossero a compassione ripromettendosi che avrebbero fatto il possibile per aiutarla. Qualcuno pensò anche di scrivere a qualche anziano parente vedovo per dargliela in moglie in modo che potesse difendere l'onore della bellissima Simona.

Davanti a tutto questo voltafaccia della gente, rimasi doppiamente sbalordita; e mi dovetti ricredere anche su Davide. Come avevo potuto credere alla menzogna di Marisa quando mi era subito venuta a raccontare dell'incontro tra Davide e Serena? Quell'invidiosa lo aveva fatto apposta a cogliere la palla al balzo! Il fatto che lui avesse potuto scegliere me invece che lei, ricca e acculturata, non le andava proprio giù! Ed io come un'allocca mi ero subito bevuta la sua balla rivoltandomi contro Davide.

Non è che lui non avesse pure una parte di colpa in quella storia; la sola idea di lui e Serena che gustavano avidamente un gelato mangiandosi con gli occhi: mi faceva ritorcere le budella dalla rabbia. Il velenoso morso della gelosia che aveva infiammato le mie gote e annebbiato la vista: mi avevano messo addosso anche una strana forma di eccitazione. Mi sentì travolta da una sconosciuta passione, e, anziché avviarmi a casa  ritornai immediatamente sui miei passi, nel posto, dove avevo lasciato Davide. Lo ritrovai ancora lì... con lo sguardo perso all'orizzonte e le braccia conserte. Come mi vide, la sua bocca si allargò in un sorriso smagliante, e iniziò a farfugliare parole di scuse giurandomi il suo amore e la sua fedeltà. Gli poggiai delicatamente un dito sulle labbra per zittirlo dicendogli che era anche colpa mia! Perché non gli davo la possibilità di sfogare con me le sue emozioni.

Lo abbracciai e lo baciai con tale trasporto e passione da lasciarlo quasi senza fiato. Poi afferrandolo per mano, lo condussi al vecchio casolare. C'erano diversi modi per far felice un uomo senza che la mia verginità fosse intaccata. In fondo confidarsi con le amiche, a volte insegna nuove strategie per tenersi legato il proprio ragazzo.

                                                            L@ur@

 

 
 
 

Insegnami a essere figlia: La prima volta.

Post n°19 pubblicato il 16 Maggio 2013 da I_mie_racconti

Insegnami a essere figlia: La prima volta.
Post n°574 pubblicato il 03 Aprile 2013 da lascrivana

Per Simona la vita nel quartiere, dopo la vicenda con Massimo: era diventata davvero difficile. Quello che era accaduto lievitava di bocca in bocca fino a sfiorare l'assurdo. I maschi chiacchierando tra loro, sostenevano che molto probabilmente il presunto padre poteva essere chiunque: anche uno di loro.

-Io un paio di anni fa mi sono strusciato nel vecchio casolare con lei... forse potrei essere io il padre-

Una risata collettiva accolse l'ipotesi inverosimile di Gerardo:- Ma quanto sei idiota! Per fare un figlio bastano solo nove mesi, non ci vogliono mica due anni!- Rispose Marco dandogli un cazzotto scherzoso sulla nuca.

-Ahiaaa! Ma sei scemo! Mi hai fatto male... e poi che ne sai? Magari il mio seme ha aspettato che Simona diventasse più adulta!- Rincarò Gerardo non troppo convinto dei nove mesi.

-Possibile che tu sia così deficiente da pensare che sia bastato strusciarti con lei per lasciarla incinta? A mentecatto non ti ha detto la mamma che bisogna fare il rapporto completo per avere un bambino?-

-E chi ti dice che non sia possibile?-

A quel punto della conversazione intervenne Osvaldo il tonto aggiungendo: -Allora posso essere stato pure io? Una volta mi ha dato un bacio sulla guancia-. E mentre un'altra sonora risata accompagnava quest'ingenua ipotesi, Marco tranquillizzava Osvaldo il ritardato con un'amichevole pacca sulla spalla, rassicurandolo sull'improbabilità di rimanere incinte con un semplice e innocente bacio.

E mentre i maschi dicevano queste oscenità da una parte; le comari dall'altra, s'inventavano persino il giorno il posto e l'ora dell'incontro; che cambiava continuamente destinazione di bocca in bocca. E mentre una diceva che era stata Simona a invitare Giorgio in casa sua in assenza dei fratelli per fare il fattaccio: l'altra affermava di averla vista recarsi nel vecchio casolare con lui.

-L'ho vista con questi occhi!- Disse comare Giulia puntandosi due dita dritte negli occhi.

-Io invece l'ho sentita mugolare con queste orecchie- rincarò la signora Rosina toccandosi le orecchie. -A bocca mia statte zitta! Altrimenti chissà quale altre brutte verità potrebbero uscire!- esclamò poi donandosi un sonoro buffetto sulle labbra e non sapendo cos'altro inventarsi.

C'era poco da stare allegri con tutto quell'assurdo vociferare. E io iniziavo a odiare quella gente così malvagia e meschina che faceva tanto male alla mia cara amica Simona. Gli unici momenti in cui riuscivo a dimenticare tutto erano quelli in cui Davide mi stringeva tra le braccia. Era diventato davvero difficile resistergli! Le sue mani diventavano ogni giorno più impazienti, e il suo corpo sempre più seducente. Avrei voluto abbattere la mia resistenza e cedere ai suoi ardori, che mi facevano tanto arrossire d'eccitazione, anche quando lui non era presente fisicamente. Mi sentivo persino in colpevole di provare queste disdicevoli sensazioni. E poi m'inorridiva il solo pensiero di darmi in pasto come Simona a quegli sciacalli del vicinato.  Il grande affetto  che provavo per Davide, aumentava a dismisura il desiderio che avevo di fare all'amore con lui, e  di conseguenza, mi ritrovavo spesso e volentieri  a fantasticare sulla fatidica prima volta.  A volte, chiacchierando tra amiche che avevano già avuto quest'esperienza, notavo che nascevano discordanze diverse tra loro in merito alla loro prima esperienza sessuale:  c'era chi narrava che la prima volta che aveva fatto all'amore era stato così doloroso da non provare piacere; chi invece sosteneva che era stato proprio quel dolore a provocare maggiore godimento. Di conseguenza, oltre al desiderio, si aggiungeva la curiosità di sapere come sarebbe stato per me. Malgrado tutte queste sensazioni contrastanti tra loro che aumentavano a dismisura le mie fantasie: rimanevo ferma nella decisione di attendere il matrimonio per godere appieno e con la benedizione di Dio, questa così anelata esperienza.

                                                         L@ur@