L'Angolo di Nimriel®

Difettucci di fabbrica (1)


Io ho un cattivo, cattivissimo rapporto con il telefono. Qualsiasi tipo di telefono; in questo sono totalmente democratica.Fisso, cellulare, basta uno squillo che io, di primo acchito, cerco di evanescere, poi di infrattarmi come una bestiola selvatica, infine di distruggere il perturbatore della quiete.Non è sempre stato così. Ai tempi della mia adolescenza, quando ancora il cellulare non era stato neppure lontanamente immaginato, ero ben contenta di chiacchierare ore ed ore con le amichette o col ganzo di turno.Mi ricordo la feroce invidia nei confronti del fratello diciottenne che ottenne il telefono privato in camera, come dono celebrativo del passaggio ufficiale all’età adulta. Un lusso sfrenato che, poi, rispettando in pieno il veloce cambiamento in usi e costumi, a me fu concesso ben prima dei fatidici diciott’anni. In camera mia per anni ha rifulso in tutto il suo splendore un telefono
, di quelli con la rotellina coi buchini per le dita, color rosa, unica cosa di quella tinta che ho amato incondizionatamente. Dopo averlo dimenticato per anni, l’ho ritrovato tempo fa, quando mi sono trasferita nella casa di famiglia. I  miei, gente parsimoniosa, che non butta via mai nulla finchè proprio non è inutilizzabile, l’avevano confinato in soffitta. E io non l’ho certo spostato, lasciando che raccolga pure tutta la polvere che vuole, in nome dei vecchi tempi, glorioso simbolo di un’era che fu.Quella odierna è invece fatta di comunicazioni, per quanto mi riguarda, spesso moleste e inutilmente invadenti. Non esiste più il concetto di irreperibilità. Se per caso t’azzardi a non farti trovare, anche se sei paciosamente accosciato sulla tazza del cesso e non ti sembra nemmeno il caso di rispondere ad una chiamata avendo come probabilissimo sottofondo musicale il suono della tua pipì- se va bene- che spisciola nel wc, sei ritenuto un caso da analisi. Non sei legittimato a non esserci, a non rispondere perché non puoi o non vuoi parlare con nessuno. Di fatto, hai problemi; implicitamente sei asociale. E sarà pur vero ma, forse, la definizione più corretta nel mio caso è “sensibilizzata”.Come per le allergie esplose via via che l’età si fa più matura, io ho sviluppato un’idiosincrasia al telefono et similia. Mi vanno bene solo le e mail che almeno permettono di rispondere quando se ne ha voglia o tempo. Altrimenti sono infastidita, tout court, da qualsiasi altra manifestazione di ricerca immediata nei miei confronti, seppur pacifica, amabile, discreta.E’ ovvio che le cause sono varie e molteplici e nonostante le conosca tutte, una ad una, per nome e cognome, non starò certo ad elencarle perché ho pietà di chi  mi legge. Come per tanti altri aspetti della mia complessa personalità, meriterebbero anni di analisi, che però non posso permettermi e quindi ciccia, continuerò a far finta di essere sorda, cieca e muta, fino a sfiancare chi mi cerca. Soprattutto quei furbacchioni che nascondono il proprio numero di telefono, gli sconosciuti, gli anonimi.Per quelli non ho davvero pietà; non hanno nessuna possibilità che io mi degni di rispondere. Godo perversamente nel lasciare che il telefono mugoli e scodinzoli. Lo guardo con il migliore dei miei sorrisi malvagi  e mi diverto infantilmente a farlo squillare, senza remore di sorta, fino allo sfinimento, sperando che l’anonimo anneghi in una brodaglia di frustrazione insoddisfatta. Crepa, bastardo di un fellone!