Nell’amena cittadina in cui risiedo si terrà nei prossimi giorni una fiera del settore orafo, che ancora rimane una delle principali attività lavorative della zona.A partire dal finire degli anni sessanta in poi la città, sull’onda del successo della prima grande azienda orafa & “figlie” successive, conobbe un periodo di boom economico. Buona parte della popolazione accantonò senza rammarico zappe e trattori e dette vita ad una miriade di azienducole e aziendille che si pascerono a quattro palmenti dei neo bisogni di un’economia tutta da creare, in un marasma di imprenditori, più o meno improvvisati, più o meno preparati ma tutti con una gran voglia di far man bassa di facili guadagni. Un’epopea che nel corso dei decenni ha visto il nascere e morire di migliaia, letteralmente migliaia, fabbriche, fabbrichette, laboratori, magazzini, capannoni, scantinati popolati da alacri dita al lavoro su maglie, magline, magliette d’oro.Il vero guadagno veniva dal nero, ovviamente, da quello che in gergo si chiama calo, cioè dalla quantità di “scarto” di lavorazione che si crea durante il ciclo manifatturiero e, ancora, da quanto si riusciva a barare sul titolo effettivo del metallo prezioso, sfuggendo ai controlli di legge. L’imprenditore orafo medio era tendenzialmente un esemplare che si riteneva scaltro, un furbacchione rozzo e grossolano, con il bisogno disperato di mostrare al mondo intero i simboli del proprio successo: macchinone, villona, bei vestiti e via andando con tutti gl’inevitabili, costosissimi, gadgets di ultimo grido.Con il passare degli anni, ai padri si sono poi spesso affiancati i figli, degna prole di cotanta stirpe, che hanno spensieratamente enfatizzato la cialtroneria paterna, arricchendola di un totale disinteresse per tutto ciò che non fosse mera ostentazione, scialacquando allegramente le fortune accumulate in precedenza dagl'inermi genitori e contribuendo non poco per inadguatezza, impreparazione e poca voglia di lavorare, all’inevitabile declino del settore, minato inesorabilmente dai mercati emergenti, dall’economia satura e da imprenditori ben più preparati e spietati degli originari pionieri.
Miserie et nobiltà
Nell’amena cittadina in cui risiedo si terrà nei prossimi giorni una fiera del settore orafo, che ancora rimane una delle principali attività lavorative della zona.A partire dal finire degli anni sessanta in poi la città, sull’onda del successo della prima grande azienda orafa & “figlie” successive, conobbe un periodo di boom economico. Buona parte della popolazione accantonò senza rammarico zappe e trattori e dette vita ad una miriade di azienducole e aziendille che si pascerono a quattro palmenti dei neo bisogni di un’economia tutta da creare, in un marasma di imprenditori, più o meno improvvisati, più o meno preparati ma tutti con una gran voglia di far man bassa di facili guadagni. Un’epopea che nel corso dei decenni ha visto il nascere e morire di migliaia, letteralmente migliaia, fabbriche, fabbrichette, laboratori, magazzini, capannoni, scantinati popolati da alacri dita al lavoro su maglie, magline, magliette d’oro.Il vero guadagno veniva dal nero, ovviamente, da quello che in gergo si chiama calo, cioè dalla quantità di “scarto” di lavorazione che si crea durante il ciclo manifatturiero e, ancora, da quanto si riusciva a barare sul titolo effettivo del metallo prezioso, sfuggendo ai controlli di legge. L’imprenditore orafo medio era tendenzialmente un esemplare che si riteneva scaltro, un furbacchione rozzo e grossolano, con il bisogno disperato di mostrare al mondo intero i simboli del proprio successo: macchinone, villona, bei vestiti e via andando con tutti gl’inevitabili, costosissimi, gadgets di ultimo grido.Con il passare degli anni, ai padri si sono poi spesso affiancati i figli, degna prole di cotanta stirpe, che hanno spensieratamente enfatizzato la cialtroneria paterna, arricchendola di un totale disinteresse per tutto ciò che non fosse mera ostentazione, scialacquando allegramente le fortune accumulate in precedenza dagl'inermi genitori e contribuendo non poco per inadguatezza, impreparazione e poca voglia di lavorare, all’inevitabile declino del settore, minato inesorabilmente dai mercati emergenti, dall’economia satura e da imprenditori ben più preparati e spietati degli originari pionieri.