Chiamiamole coincidenze. Ogni tanto accadono e io qualche giorno fa mi trovavo al supermercato per comprare le mie quattro carabattole giornaliere quando all’improvviso, mentre ero in fila per pagare, mi volto e la vedo.Sempre uguale, forse un po’ invecchiata o forse no dato che era sempre un po’ sembrata una vecchina. Avanzava alla mia sinistra con il carrello della spesa mezzo vuoto, la cui metà piena era in gran parte occupata da un trolley verde militare. Comunque, in ottima forma.Impossibile non riconoscerla.I soliti occhiali scuri da sole sul naso a becco, il volto affilato e scavato incorniciato in un candido fazzoletto da nonnina-befana, il corpo scheletrico abbigliato con una buffa combinazione di capi chiaramente assortiti a casaccio, il cui risultato finale tendeva al naif.L’andatura era quella che ben ricordavo: lenta, esitante, pensosa, ad imitazione di un trampoliere timido e scarsamente nutrito.Erano anni che non la vedevo più e proprio in questi giorni mi ero chiesta che fine avesse fatto. Strana donnina che, per una vita, avevo incontrato lungo la strada di casa, mentre camminava lentamente sul bordo della via, carica di due buste della spesa che tanto sembravano pesare, appese com’erano alle sue braccia esili esili, lunghe lunghe, penzolanti ai lati di un corpo che immancabilmente mi faceva venire in mente le immagini dei deportati dei campi di sterminio.
I casi della vita
Chiamiamole coincidenze. Ogni tanto accadono e io qualche giorno fa mi trovavo al supermercato per comprare le mie quattro carabattole giornaliere quando all’improvviso, mentre ero in fila per pagare, mi volto e la vedo.Sempre uguale, forse un po’ invecchiata o forse no dato che era sempre un po’ sembrata una vecchina. Avanzava alla mia sinistra con il carrello della spesa mezzo vuoto, la cui metà piena era in gran parte occupata da un trolley verde militare. Comunque, in ottima forma.Impossibile non riconoscerla.I soliti occhiali scuri da sole sul naso a becco, il volto affilato e scavato incorniciato in un candido fazzoletto da nonnina-befana, il corpo scheletrico abbigliato con una buffa combinazione di capi chiaramente assortiti a casaccio, il cui risultato finale tendeva al naif.L’andatura era quella che ben ricordavo: lenta, esitante, pensosa, ad imitazione di un trampoliere timido e scarsamente nutrito.Erano anni che non la vedevo più e proprio in questi giorni mi ero chiesta che fine avesse fatto. Strana donnina che, per una vita, avevo incontrato lungo la strada di casa, mentre camminava lentamente sul bordo della via, carica di due buste della spesa che tanto sembravano pesare, appese com’erano alle sue braccia esili esili, lunghe lunghe, penzolanti ai lati di un corpo che immancabilmente mi faceva venire in mente le immagini dei deportati dei campi di sterminio.