Quando entrò nella stanza l’aria condizionata era stata spenta da un pezzo ed il caldo umido di luglio le si aggrappò alla gola togliendole, per un attimo, il respiro. Non sapeva perché si trovasse lì, la telefonata era stata breve, l’interlocutore sconosciuto ed il tono preoccupante. Forse il motivo era proprio il tono preoccupante della comunicazione. Una volta sentito lo squillo e guardato il display comunicarle che il numero chiamante era privato, aveva risposto quasi soprappensiero.– Tu non mi conosci, io si. Ho bisogno di te. Disperato. Ti prego, vieni. – Poi aveva specificato un indirizzo che lei non conosceva.Non era neanche riuscita a dire una parola, lui aveva riattaccato subito lasciandola perplessa. Numero privato, voce sconosciuta.Si era sentita in dovere di muoversi subito e si incamminò di buon passo verso quella destinazione, senza sapere cos’avrebbe trovato e, soprattutto, chi.Lo stabile fatiscente la guardava dal fondo della strada incutendole una sensazione di disagio. Un fabbricato degli anni quaranta, disabitato almeno da trenta, forse di più. Casa di estrazione popolare con ballatoi su ognuno dei tre piani. Il portone di legno era accostato, spinse e, guardando a destra e a sinistra, entrò piano. Nessun’anima viva né dentro, né fuori, nessun rumore, nulla. Dall’androne, enorme e fresco, si diramavano due rampe di scale. Quella di destra era occlusa da assi di legno e laminati di alluminio rotti, quella di sinistra da una catasta di sedie e un frigorifero aperto. Guardò l’elettrodomestico come fosse quello di casa sua: anche se, vuoto e coricato su un lato, esprimeva fatiscenza, era pur sempre un frigorifero che aveva contenuto cibo e, quindi, vita. Lo scavalco e iniziò a salire le scale, gradino per gradino, guardandosi attorno, attenta. Un rumore alle sue spalle la fece trasalire. Si spalmò contro il muro della rampa così velocemente da farsi male sbattendo il gomito destro contro la parete. Si voltò, un minuscolo topo uscì dalla catasta di sedie e si allontanò rapido e silenzioso. Iniziava ad avere paura ma qualcosa di soprannaturale dentro di lei le consigliò di respirare profondamente e di proseguire nella salita. Aveva una cosa da fare. Non sapeva cosa ma era stata chiamata lì per farla. Comandò alle gambe tremanti di muoversi, la coscia destra si contrasse, il ginocchio si piegò e ricominciò a salire. Il fruscio dei pantaloni di lino e lo strisciare delle scarpe con la suola di gomma sul marmo impolverato unici compagni di viaggio.
Racconto a tempo (11.00,14.00,17.00)
Quando entrò nella stanza l’aria condizionata era stata spenta da un pezzo ed il caldo umido di luglio le si aggrappò alla gola togliendole, per un attimo, il respiro. Non sapeva perché si trovasse lì, la telefonata era stata breve, l’interlocutore sconosciuto ed il tono preoccupante. Forse il motivo era proprio il tono preoccupante della comunicazione. Una volta sentito lo squillo e guardato il display comunicarle che il numero chiamante era privato, aveva risposto quasi soprappensiero.– Tu non mi conosci, io si. Ho bisogno di te. Disperato. Ti prego, vieni. – Poi aveva specificato un indirizzo che lei non conosceva.Non era neanche riuscita a dire una parola, lui aveva riattaccato subito lasciandola perplessa. Numero privato, voce sconosciuta.Si era sentita in dovere di muoversi subito e si incamminò di buon passo verso quella destinazione, senza sapere cos’avrebbe trovato e, soprattutto, chi.Lo stabile fatiscente la guardava dal fondo della strada incutendole una sensazione di disagio. Un fabbricato degli anni quaranta, disabitato almeno da trenta, forse di più. Casa di estrazione popolare con ballatoi su ognuno dei tre piani. Il portone di legno era accostato, spinse e, guardando a destra e a sinistra, entrò piano. Nessun’anima viva né dentro, né fuori, nessun rumore, nulla. Dall’androne, enorme e fresco, si diramavano due rampe di scale. Quella di destra era occlusa da assi di legno e laminati di alluminio rotti, quella di sinistra da una catasta di sedie e un frigorifero aperto. Guardò l’elettrodomestico come fosse quello di casa sua: anche se, vuoto e coricato su un lato, esprimeva fatiscenza, era pur sempre un frigorifero che aveva contenuto cibo e, quindi, vita. Lo scavalco e iniziò a salire le scale, gradino per gradino, guardandosi attorno, attenta. Un rumore alle sue spalle la fece trasalire. Si spalmò contro il muro della rampa così velocemente da farsi male sbattendo il gomito destro contro la parete. Si voltò, un minuscolo topo uscì dalla catasta di sedie e si allontanò rapido e silenzioso. Iniziava ad avere paura ma qualcosa di soprannaturale dentro di lei le consigliò di respirare profondamente e di proseguire nella salita. Aveva una cosa da fare. Non sapeva cosa ma era stata chiamata lì per farla. Comandò alle gambe tremanti di muoversi, la coscia destra si contrasse, il ginocchio si piegò e ricominciò a salire. Il fruscio dei pantaloni di lino e lo strisciare delle scarpe con la suola di gomma sul marmo impolverato unici compagni di viaggio.