La maglietta iniziava a chiazzarsi di sudore d’ansia e di calore. Primo piano, un corridoio lungo e stretto con tre porte gli si pararono davanti come scelte di vita inaspettate. Non poteva sbagliare. Non voleva sbagliare. Si lasciò alle spalle le prime due porte, chiuse, qualcosa o qualcuno le diceva che la porta giusta era l’ultima, quella di fronte a lei, socchiusa anch’essa. Arrivò e spinse. Il calore era insopportabile, l’odore di stantio e di piccoli animali ormai putrefatti le entrava dentro come lama calda nel burro. Quella stanza non vedeva vita da decenni e le venne in mente che, effettivamente, l’aria condizionata era stata spenta da un bel pezzo. Sorrise al pensiero di una giovane donna che azionava l’interruttore del condizionatore in una casa disabitata da anni. Assurda situazione di un improbabile pensiero. La stanza era in linea con il resto dell’edificio fatiscente, mobili accatastati, alcuni ancora coperti da teli di plastica altri, rosicchiati dai topi e dalle tarme, ricoperti di polvere ed escrementi. Iniziò a chiedersi il motivo per cui era finita in quel luogo. Quella voce, al telefono, l’aveva turbata. Quando era bambina e i suoi litigavano per il più futile motivo si rifugiava in soffitta. Non era una bimba, lei, i posti bui e polverosi non le facevano paura, non credeva al “babau” dall’età di quattro anni e l’uomo nero non era mai esistito, per lei. Esistevano le fate e gli angeli e la proteggevano sempre, anche quando da sotto sentiva le urla dei suoi e i piatti che si infrangevano contro i muri della cucina. Stava bene lei, li, da sola, fra cassapanche di ricordi e i giornali ingialliti. Un piccolo rumore alla sua destra la fece trasalire e la ridestò da quei ricordi sopiti nel cuore. Un ragazzo, seduto su una poltrona ancora ricoperta dal nylon la fissava dietro una coltre di fumo. Collegò il rumore alla pietrina di un accendino.– Chi sei? – mormorò piano.– Non ha importanza, ora che sei qui. –rispose il ragazzo.Non riusciva a vederlo, la camera era in penombra e la finestra rotta dietro di lui lasciava che il sole invadesse la stanza impedendole di metterlo a fuoco, controluce.– Perché mi hai fatto venire qui? – Domanda più che legittima, vista la situazione.– Devo restituirti quello… non mi serve più - disse indicando un tavolino alla destra di lei. Si voltò e vide un piccolo pupazzo di pezza, un orsetto marrone consumato dal tempo.
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La maglietta iniziava a chiazzarsi di sudore d’ansia e di calore. Primo piano, un corridoio lungo e stretto con tre porte gli si pararono davanti come scelte di vita inaspettate. Non poteva sbagliare. Non voleva sbagliare. Si lasciò alle spalle le prime due porte, chiuse, qualcosa o qualcuno le diceva che la porta giusta era l’ultima, quella di fronte a lei, socchiusa anch’essa. Arrivò e spinse. Il calore era insopportabile, l’odore di stantio e di piccoli animali ormai putrefatti le entrava dentro come lama calda nel burro. Quella stanza non vedeva vita da decenni e le venne in mente che, effettivamente, l’aria condizionata era stata spenta da un bel pezzo. Sorrise al pensiero di una giovane donna che azionava l’interruttore del condizionatore in una casa disabitata da anni. Assurda situazione di un improbabile pensiero. La stanza era in linea con il resto dell’edificio fatiscente, mobili accatastati, alcuni ancora coperti da teli di plastica altri, rosicchiati dai topi e dalle tarme, ricoperti di polvere ed escrementi. Iniziò a chiedersi il motivo per cui era finita in quel luogo. Quella voce, al telefono, l’aveva turbata. Quando era bambina e i suoi litigavano per il più futile motivo si rifugiava in soffitta. Non era una bimba, lei, i posti bui e polverosi non le facevano paura, non credeva al “babau” dall’età di quattro anni e l’uomo nero non era mai esistito, per lei. Esistevano le fate e gli angeli e la proteggevano sempre, anche quando da sotto sentiva le urla dei suoi e i piatti che si infrangevano contro i muri della cucina. Stava bene lei, li, da sola, fra cassapanche di ricordi e i giornali ingialliti. Un piccolo rumore alla sua destra la fece trasalire e la ridestò da quei ricordi sopiti nel cuore. Un ragazzo, seduto su una poltrona ancora ricoperta dal nylon la fissava dietro una coltre di fumo. Collegò il rumore alla pietrina di un accendino.– Chi sei? – mormorò piano.– Non ha importanza, ora che sei qui. –rispose il ragazzo.Non riusciva a vederlo, la camera era in penombra e la finestra rotta dietro di lui lasciava che il sole invadesse la stanza impedendole di metterlo a fuoco, controluce.– Perché mi hai fatto venire qui? – Domanda più che legittima, vista la situazione.– Devo restituirti quello… non mi serve più - disse indicando un tavolino alla destra di lei. Si voltò e vide un piccolo pupazzo di pezza, un orsetto marrone consumato dal tempo.