Ofyp

17.00 (fine)


– Non è mio – disse lei, voltandosi ancora verso di lui. La nuvola di fumo era densa ma lui, dietro, non c’era più. Né a destra, né a sinistra. La stanza era vuota, pregna solo dell’odore di tabacco bruciato, polvere e putrefazione.Prese in mano il piccolo orsetto, lo guardò, lo esaminò per bene. Nulla. Non capiva, stava cercando il ragazzo, con lo sguardo, attraverso tutta la stanza ma lui non c’era più. La paura che potesse comparire alle sue spalle e farle del male, ora era fortissima. Inizio a correre, la porta, il corridoio, le scale, velocemente, saltò a piè pari il frigorifero ed uscì dall’edificio.– Ma vaffanculo va… – a denti stretti, incazzata ed impaurita. Nelle mani ancora l’orsetto logoro, lo guardò di nuovo, si accorse che era anche sporco di terra, ma nulla. Lo gettò al di la del marciapiede. Mentre il pupazzo volava milioni di ricordi, come pugni nello stomaco. Rivide la sua mano di bambina lanciarlo in una buca scavata nel terreno, una buca regolare di due metri per uno, con in fondo una cassa di legno, una bara, bianca. Piccola. Di quelle con cui seppelliscono i bambini. Erano passati più di quindici anni da quando avevano seppellito quel suo compagno di classe, faceva le elementari. Era morto per una malattia di cui non ricordava neanche il nome come, del resto quello del ragazzino. Mentre il peluche compiva la sua parabola discendente, ora come allora, ricordava perfettamente che gli voleva bene.L’orsetto toccò terra e lei, in un automatismo fatto di ricordi e sensazioni, pronunciò la stessa frase di allora– Accompagnalo fin a quando non troverà la pace che merita…Si voltò verso quel vecchio edificio e, silenziosamente, raccogliendo il pupazzetto che la guardava dal ciglio della strada, una piccola lacrima, ora come allora, iniziò a rigarle il volto.