La luce dei neon, entrando, mi acceca un po’. Serrato nella mano destra un foglietto di block notes con su scritto, a matita, quello che manca in casa. Le mani sono chiuse attorno alla maniglia del carrello, la catena che prima lo legava al suo amante di ferro, ora oscilla come un pendolo, in cerca di una fessura dove addormentarsi ancora. L’ambiente è conosciuto, mi muovo con maestria fra gli scaffali. Scelgo la verdura, la frutta. Mi perdo fra i formaggi, grande passione, fra i salumi e mi soffermo al reparto dei vini. Passeggio fra vivande e poca gente, nonostante l’ora. Il mio sguardo viene rapito da quantità di cioccolato che potrebbero farmi star bene, almeno stasera, almeno una volta, ancora. Sbatto forte. Il carrello bacia prepotentemente un suo simile. Non so che sesso abbia, ma chi lo conduce è indubbiamente opposta al mio. E’ persa anche lei nella carta colorata che avvolge cacao e latte, in quantità diverse. Alza la testa, incrocio di nervi, ottici in questo caso. Le sorrido, lei fa altrettanto. Un sorriso un po’ triste, a metà, il suo. Di scuse, il mio. Scosto il mezzo e mi allontano. Ho ancora i surgelati da prendere, lei va verso le casse. Kebab, merluzzo e gelato. Proseguo verso le casse e la vedo di nuovo, in coda. I nostri occhi si toccano di nuovo, lei mi allarga un altro sorriso, contraccambio e la raggiungo. La merce passa veloce sul rullo, la sua è poca, la mia un po’ di più. Ha i tratti somatici tipici del ceppo slavo, leggermente più duri del mio. Non è bellissima. Carina. Giovane. Bionda, non tanto alta, occhi scuri. I nostri sguardi non si incrociano più, presi da spostamenti di oggetti e soldi. Esco. Lei è fuori. Da questo supermercato si esce con i carrelli pieni e si imbusta fuori. Io aspetto l’ascensore che mi porterà all’auto, lei riempie sacchetti di fianco a me. Uno in meno, la carta casa non ci sta. Mi guarda, senza n cenno ma le vedo di nuovo i denti. Le porgo uno dei miei. Ora ne vedo molti di più. Si aprono le porte, entro. Mi volto a guardarla, curioso. E’ ferma, il mio sacchetto in mano, ha l’aria felice. Anche io. L’ascensore decide di mettersi fra noi. Senza un cenno, senza un saluto, senza una parola, la perdo. Lei ha un mio sacchetto di plastica a casa, io un suo sorriso sottopelle.
Senza parole.
La luce dei neon, entrando, mi acceca un po’. Serrato nella mano destra un foglietto di block notes con su scritto, a matita, quello che manca in casa. Le mani sono chiuse attorno alla maniglia del carrello, la catena che prima lo legava al suo amante di ferro, ora oscilla come un pendolo, in cerca di una fessura dove addormentarsi ancora. L’ambiente è conosciuto, mi muovo con maestria fra gli scaffali. Scelgo la verdura, la frutta. Mi perdo fra i formaggi, grande passione, fra i salumi e mi soffermo al reparto dei vini. Passeggio fra vivande e poca gente, nonostante l’ora. Il mio sguardo viene rapito da quantità di cioccolato che potrebbero farmi star bene, almeno stasera, almeno una volta, ancora. Sbatto forte. Il carrello bacia prepotentemente un suo simile. Non so che sesso abbia, ma chi lo conduce è indubbiamente opposta al mio. E’ persa anche lei nella carta colorata che avvolge cacao e latte, in quantità diverse. Alza la testa, incrocio di nervi, ottici in questo caso. Le sorrido, lei fa altrettanto. Un sorriso un po’ triste, a metà, il suo. Di scuse, il mio. Scosto il mezzo e mi allontano. Ho ancora i surgelati da prendere, lei va verso le casse. Kebab, merluzzo e gelato. Proseguo verso le casse e la vedo di nuovo, in coda. I nostri occhi si toccano di nuovo, lei mi allarga un altro sorriso, contraccambio e la raggiungo. La merce passa veloce sul rullo, la sua è poca, la mia un po’ di più. Ha i tratti somatici tipici del ceppo slavo, leggermente più duri del mio. Non è bellissima. Carina. Giovane. Bionda, non tanto alta, occhi scuri. I nostri sguardi non si incrociano più, presi da spostamenti di oggetti e soldi. Esco. Lei è fuori. Da questo supermercato si esce con i carrelli pieni e si imbusta fuori. Io aspetto l’ascensore che mi porterà all’auto, lei riempie sacchetti di fianco a me. Uno in meno, la carta casa non ci sta. Mi guarda, senza n cenno ma le vedo di nuovo i denti. Le porgo uno dei miei. Ora ne vedo molti di più. Si aprono le porte, entro. Mi volto a guardarla, curioso. E’ ferma, il mio sacchetto in mano, ha l’aria felice. Anche io. L’ascensore decide di mettersi fra noi. Senza un cenno, senza un saluto, senza una parola, la perdo. Lei ha un mio sacchetto di plastica a casa, io un suo sorriso sottopelle.