Ofyp

Open letter.


Sai che c’é? Che non sto bene. Cioè, sto bene, ma non sto bene. Ho delle sensazioni particolari addosso. Odio stare così. Mi sento spento mentre vorrei essere acceso. Un po’ come un aereo. Ho bisogno di propulsione ma i motori non rispondono. Manca carburante. Allora mi lascio andare, in balia delle correnti che le mie emozioni mi regalano. Senza pilotare, senza strumenti, senza nulla. In caduta libera, sperando che qualcosa mi tenga in volo o che l’atterraggio sia morbido. Magari mi adagio su nuvole soffici come panna e dolci come enormi meringhe ma poi mi tocca lasciarmi cadere di nuovo. Non posso soffermarmi a godere del conforto che mi danno, non posso distendermi su di loro senza pensare a nulla. Ho un carico da portare a terra ed il viaggio è lungo. Continuo, plano. A volte correnti di sensazioni mi portano fuori rotta, mi svincolo in fretta per non rimanerne imbrigliato. Non posso permettermelo. Riprendo la rotta, a memoria. E quando arrivo, l’aeroporto ha le luci spente, rischio di schiantarmi e di rendere vano il viaggio, di perdere il carico, irrimediabilmente. E’ lì che mi chiedo se ne è valsa la pena continuare su una rotta che, alla fine, è l’unica che risulta sbagliata. E mi lascerei cadere. Ma riprendo i comandi e volteggio, nell’attesa che un piccolo led m’illumini di nuovo.