Creato da OltreSantiago il 23/08/2008

Oltre Santiago

«Il pellegrino è colui che cerca, accettando l’incalcolabile rischio di trovare davvero. Perché trovare significa non essere più quello che si era prima. E’ cambiare. E’ morire. Per rinascere».

 

 

Oltre Santiago i vestiti bruciati: il video

Post n°18 pubblicato il 10 Gennaio 2009 da OltreSantiago
Foto di OltreSantiago

A questo link è possibile vedere il filmato realizzato cona selezione tra le 1500 foto scattate durante il Cammino di Santiago del 2005.

Spegni la luce, alza il volume delle casse... e il tempo si fermerà.

Suerte

http://www.stepat.it/oltresantiago.htm

 
 
 

(dalla) post fazione

Post n°17 pubblicato il 19 Dicembre 2008 da OltreSantiago
Foto di OltreSantiago

Non è stato facile, per nulla facile, decidere di pubblicare questo libro. Ancor prima di proporlo, peraltro in maniera molto disincantata e senza troppe speranze, mi sono chiesto se e quanto fosse giusto mettere in piazza, rendere pubbliche, quelle che sono state emozioni intime e private. Mi sono confrontato, ho voluto ricercare condivisione. Con tanti amici, con altri con cui avevo camminato insieme in quei ventisette giorni, ma soprattutto con la persona a cui il ricordo della mia sofferenza di allora, avrebbe potuto causare sofferenza attuale. Le sue parole le conserverò gelosamente nel cuore.
Non sono uno scrittore, non ritengo di esserlo. Mi piace pensare di essere semplicemente un traduttore di emozioni. Non riesco a scrivere in ogni momento, il foglio perde il suo candore bianco solo quando, improvvisamente e senza avvertimento, avverto la necessità di tradurre in parole quel che ho dentro


 
 
 

La presentazione del libro

Post n°16 pubblicato il 10 Dicembre 2008 da OltreSantiago

Martedì 16 dicembre 2008, ore 11.00
Salone di rappresentanza dell'amministrazione provinciale di Frosinone
Palazzo Gramsci

Con il patrocinio di

Regione Lazio
Presidenza del Consiglio Regionale

Provincia di Frosinone
Assessorato alla Cultura

Comune di Ceccano
Assessorato alla Cultura

Edizioni Dehoniane Bologna

Interverranno:

Interverranno:

dottor Piero Cesari
Prefetto di Frosinone

dottor Danilo Campanari
Assessore provinciale alla Cultura
 
professor Mario Sodani
teologo, bioeticista
 
professor Maurizio Lozzi
sociologo
 
dottor Ermanno D'Onofrio
psicoterapeuta, cultore della materia presso l'Università di Cassino

modera
dottoressa Roberta Catania
giornalista del quotidiano Libero


Sarà presente l'autore

 
 
 

Salvatore

Post n°15 pubblicato il 04 Dicembre 2008 da OltreSantiago

Posto l'ultima emozione legata al libro ma soprattutto al Cammino.
Stasera, mentre assolvevo ai miei compiti domestici, che tradotto vuol dire preparare spaghetti aglio, olio e peperoncino ( son tornato a casa alle 19.50 e quindi la truppa per una sera può anche accontentarsi no?), è squillato il mio cellulare.
Dall'altra parte: "Ciao, sono Salvatore".
Ci siamo conosciuti durante i rispettivi primi giorni di Cammino, una sera a Roncisvalle. Ci siamo rivisti poi a O'Cebreiro. E non ci eravamo più sentiti.
L'ho rintracciato io, abusando della cortesia del mio collega che comanda la Stazione dei Carabinieri nei dintorni di Milano dove lui abita, che gli ha fatto avere un mio biglietto con i miei recapiti. Sono stato felice di risentirlo, abbiamso (ri)stabilito un contatto e ci sentiremo ancora.
il cognome di Salvatore, nato a Palermo, è Borsellino.
Suo fratello si chiamava Paolo, era un magistrato, ed è morto in un attentato mafioso il 19 luglio del 1992, mentre andava a trovare la sua anziana mamma. Io allora ero un giovane Carabiniere, e quel giorno, solo nella mia stanza di una caserma dell'Umbria, ho pianto.
Questo è il passaggio del libro dove racconto dell'incontro con Salvatore:

...
A Roncisvalle mi sono sistemato all’ostello. A cena, prenotata alla vicina locanda, alle 19, ho ritrovato la coppia di signori francesi e la signora bergamasca che avevo visto in treno. Poi c’era la ragazza di Milano (credo si chiami Alessandra) che ha dormito al rifugio di Saint Jean ed una ragazzetta di Brescia. Poi, c’era Salvatore: quando ho scoperto che era il fratello di Paolo Borsellino mi è venuto da piangere.

Credo sia nata in quel momento la mia nuova dimensione emotiva, quella che vivo ora. Tutto quel che avevo dentro, tutta la sensibilità che indiscutibilmente era già parte di me, ma che altrettanto indiscutibilmente avevo serrato nel cuore e nella mia anima, impedendole di manifestarsi sempre e comunque, da allora, invece, viene fuori. E piango quando mi emoziono. E me ne sbatto del mondo, se il mondo mi vede piangere.

Prima delle otto si sono alzati tutti per andare a messa: io ero indeciso, avevo programmato di trovare un angolino per sedermi a scrivere approfittando delle ultime ore di luce del primo giorno di cammino. Li ho lasciati andare, ho tergiversato qualche attimo con i miei pensieri, a tavola, ho preso un caffè e solo dopo un pò sono uscito anch’io dalla locanda. Ma quando sono passato davanti la chiesa non ho potuto fare a meno di entrare. Un richiamo irresistibile. Dopo undici anni ho fatto la Comunione, non la prendevo dal giorno del mio matrimonio.

Non ci avevo pensato, preparando frettolosamente e bruscamente il Cammino, all’aspetto religioso, alla fede. E’ sempre stato strano il mio rapporto con Dio, è sempre stato molto particolare. E la messa di quella sera, a Roncisvalle, rappresentò qualcosa di veramente intenso, qualcosa che senti dentro al petto. Accadrà altre volte, durante il viaggio verso Santiago. Ed alla fine è in una chiesa, vuota, che crollerò emotivamente, prima ancora di vedere all’orizzonte le guglie della cattedrale. Da allora, entro nelle chiese quando sono vuote. Tornato dal Cammino, l’11 settembre, l’anniversario del mio matrimonio, cadeva di domenica. Mi alzai, quella mattina, mi vestii a festa, feci la barba con maggiore cura: volevo andare a messa dove ci eravamo sposati. Solo che quella mattina, al contrario di 11 anni prima, non c’erano funzioni, sebbene ci fosse lo stesso bellissimo sole. Lo interpretai come un segno del destino: la chiesa era aperta ma vuota. Vuota come ormai è necessario sia una chiesa perché io riesca a parlare con Dio. Mi sono seduto al primo banco rivedendo negli occhi, velati dalle lacrime, il film del mio matrimonio.

Mi ha convinto il prete che stava celebrando la “Messa del pellegrino”, quando ha detto, prima in francese e poi in spagnolo, che la comunione poteva farla chi si sentiva nella giusta condizione spirituale.

Prima in francese e poi in spagnolo. Accadrà ancora, durante il Cammino, di comprendere senza sforzo cose dette in una lingua che non conosco. Del perché, me lo spiegherà mesi dopo una ragazza conosciuta in Cammino, una strana sera. Davanti ad una amatriciana in un ristorantino al centro di Roma, quando lei venne a nella capitale e mi cercò: «Perché a volte – mi disse – non si ascolta con un solo senso, si ascolta con tutti i sensi. Ma soprattutto si ascolta con il cuore ».

Al momento del ringraziamento sono stato capace solo di piangere, appoggiato ad una colonna di pietra che mi ricordava Santa Maria, la mia chiesa.
Poi, alla fine, il prete ha chiesto a tutti i pellegrini di avvicinarsi all’altare. Le luci si sono spente, un sacerdote ha cominciato a suonare l’organo e si è illuminata solo la statua della “Vergine del Cammino”: ha impartito a tutti noi una benedizione speciale, ripetendola in sei o sette lingue. Ho pianto ancora senza vergogna, ho pianto serenamente. Sono uscito per ultimo, quasi, dalla chiesa e volevo cercare un posto per scrivere. Appena fuori dalla collegiata, però, c’era il gruppetto della cena, usciti anche loro dalla stessa messa. Mi sono unito a loro. Mentre chiacchieravamo, con gli occhi ancora gonfi per il pianto e la stanchezza fisica, ad un certo punto sono arrivate due macchine della Guardia Civil e hanno fatto un posto di blocco: mi sono avvicinato per chiedere se potevo fare una foto con loro ma mi hanno risposto, gentilmente ma fermamente, no. Ho stimolato la curiosità degli altri, e così mi hanno quasi costretto a dire loro che il motivo dell’interesse era legato alla mia professione, che sono un maresciallo dei Carabinieri e che ho avuto modo di lavorare in Italia con la Guardia Civil per una indagine su alcuni baschi sospettati, a Roma, di essere terroristi dell’Eta. Salvatore è intervenuto nella discussione, sostenendo che lui e la sua famiglia hanno un debito di riconoscenza verso Polizia e Carabinieri. Gli ho risposto, mentre sul capannello che avevamo formato era calato un silenzio incredibile, come se intorno a noi non ci fosse altro che i Pirenei, che «siamo noi, è questo Paese, ad essere in debito, e lo rimarremo per sempre, nei confronti di tuo fratello». Si è avvicinato a me, e dopo aver premesso che stava facendo una cosa che faceva solo con sua madre, mi ha abbracciato e baciato.
Ci siamo emozionati tutti.

Incontrai ancora Salvatore, il giorno che arrivai in cima a O Cebreiro. Lui era lì dal giorno prima, non aveva camminato per una tendinite, ma all’indomani avrebbe ripreso lo zaino in spalla. A Santiago lo avrebbe atteso la moglie e da lì sarebbero partiti insieme per stare finalmente qualche giorno insieme. Io dovevo proseguire, non c’era posto per dormire nemmeno sulle scale. Andandomene dal rifugio ripensai all’amore che traspariva dalla parole di Salvatore quando parlava della moglie. Piansi. E solo ora, rileggendo il mio diario, mi rendo conto che il 19 luglio, il giorno in cui Salvatore aveva incominciato il suo Cammino, era l’anniversario della morte di suo fratello.
...

suerte sempre, para todos
Gianluca

 
 
 

Incipit *

Post n°14 pubblicato il 25 Novembre 2008 da OltreSantiago

«Il pellegrino è colui che cerca, accettando l’incalcolabile rischio di trovare davvero. Perché trovare significa non essere più quello che si era prima. E’ cambiare. E’ morire. Per rinascere».

 

 

 

 

 

A Martina e Andrea

 

 

 

 

 

 

Domenica 17 luglio 2005

Ore 15.45

 

Se è vero che anche il più lungo dei cammini comincia con un primo passo, è altrettanto vero che, per quello che mi riguarda, il primo passo è stato quello più doloroso. Mi sono sentito male, stamani, poco prima di uscire di casa. Pensavo che il cuore mi scoppiasse, mi mancava l’aria ed improvvisamente mi sono ritrovato sudato. Le ho rubato un bacio. Sono entrato nella stanza di Martina, che ormai è diventata la sua stanza da notte. Dormiva nella sua postura classica e i lineamenti, anche nel sonno, tradivano la sua sofferenza. Ho avvicinato le mie labbra alle sue e le ho sfiorate. Se n’è accorta, e si è sottratta bruscamente. Poi, sono andato, per l’ultima volta, a dare un bacio a Martina e Andrea. Lo avevo già fatto almeno dieci volte, dopo essermi svegliato. E’ incredibile come, per quanto malissimo, io sia riuscito a dormire la notte precedente della mia partenza.

 

Mi aveva chiesto lei, di andare via. Non aveva detto come, non aveva detto quando. Aveva detto solo che non ce la faceva più a vedermi, a vivere sotto il mio stesso tetto. Dovevo andarmene, almeno per un pò di tempo. Dovevo metterla di fronte alla mia assenza improvvisa, ai problemi da risolvere, alla gestione dei bambini, alla loro educazione, alla bolletta da pagare. Era la mia ultima speranza, che lei si rendesse conto che nonostante tutto non poteva vivere senza di me. Una di quelle convinzioni, di quelle speranze utopiche cui ti aggrappi quando sei disperato. Ma dove andare? Per quanto tempo? Come fare? Avevo messo in campo tutto quel che potevo per farmi mandare a lavorare all’estero per qualche mese. Non importava dove, perché e a fare cosa. Sarebbe stata, pensavo, la soluzione ideale: lontano da lei fisicamente e non avrei perso lo stipendio. Come facevo, altrimenti? Ero speranzoso nell’onorevole, avevo fatto due giorni di anticamera prima che mi ricevesse, tra una riunione e l’altra. Gli avevo spiegato la situazione, lo conosco da tempo, eravamo colleghi. La sua telefonata la fece davvero, in mia presenza, ma inutilmente. Le solite burocrazie, le solite parole, magari avranno anche pensato che mi stavo inventando la storiella per tirarci fuori qualcosa economicamente. Dissi loro che non me ne fregava nulla di guadagnare di più, che rinunciavo a tutte le maggiori indennità. Avevo solo bisogno di andare via. Pierpaolo, qualche anno fa, dopo la sua improvvisa separazione di cui aveva sofferto non poco, lo aveva chiamato il suo capo e gli aveva proposto, uomo attento alle emozioni degli uomini, di andarsene sei mesi in missione in Sudafrica. Gli aveva fatto bene, a Pierpaolo, quel periodo.

Nulla da fare, un «mi dispiace» dell’onorevole segnò la fine di questa speranza. Poi, avevo tentato la soluzione interna. Il mio ufficio ha giurisdizione su tutto il Paese, per il capo sarebbe bastata una firma per mandarmi a lavorare tre o quattro mesi sulle Alpi piuttosto che alle pendici dell’Etna. Gli spiegai, e pur tentando di contenere l’angoscia che avevo dentro ebbi la percezione che si rendesse sinceramente conto che ero disperato, che ritenevo fosse questione di giorni, di ore. Tutto poteva esplodere all’improvviso, avevo paura di cosa sarebbe potuto accadere. Quella razionalità che mi portava anche a pensare che se anche quel tentativo sarebbe andato male, tempo dopo avrei avuto la necessità inversa. Tornare a lavorare più vicino a casa: come avrei fatto, altrimenti, con i miei bambini? Mi disse, il capo, che capiva la mia esigenza e che doveva solo studiare la forma, trovare comunque un inquadramento, seppur provvisorio, in un’altra struttura d’indagine. Mi accennò alla squadra messa sù per unabomber a Venezia, o forse Padova, non so. Realizzai solo che era abbastanza lontano e tanto bastava. Mi avrebbe fatto sapere al più presto, disse. Usciì, ma non ce la feci a tornare alla mia scrivania. D’altra parte star lì a guardare la foto sul desktop, quella foto di due estati prima, in Sardegna, tutti e quattro abbracciati sul roccione centrale della spiaggetta che avevamo scovato, non serviva a nulla. E mi faceva stare solo peggio. Oltrepassai la sbarra, salutai il piantone e andai a sedermi in riva al laghetto di Villa Ada. Dalla finestra del mio ufficio mi sarei potuto guardare. La guardavo spesso, dalla finestra del mio ufficio, la gente che passeggiava a Villa Ada.

«A cosa pensi se ti dico Santiago? ». Quella strana ragazza, conosciuta di notte per via di una telefonata sbagliata, mi aveva chiesto questa cosa mesi prima, ed io gli avevo risposto che mi faceva pensare al protagonista de “Il vecchio ed il mare”. Andavo ad autori, anni fa. Per un periodo mi innamoravo e leggevo un solo autore. Hemingway era stato il compagno di una estate intera. «No, parlavo del Cammino di Santiago di Compostela », mi aveva risposto lei. Ed io avevo annotato quella breve informazione in qualche angolo del mio cervello, dopo aver scoperto che era un antichissimo pellegrinaggio, di origine medievale. Ottocento chilometri a piedi, partendo da Saint Jean Pied du Port, in Francia, fino a Santiago de Compostela, ad un passo dall’Oceano Atlantico. Fino al Portico della Gloria.

Attraversando me stesso, ma questo lo avrei scoperto molto dopo.

Dai piani alti non arrivavano notizie, i giorni passavano. Due, tre, quattro: dovevo andare. Di notte, chiamai Andrea. Non ci sentivamo da mesi e non ci vedevamo da anni. Gli spiegai brevemente quel che andava accadendo. «Vai, parti ». Sarei potuto andare da lui in Sicilia, ma non potevo trattenermi, evidentemente, che qualche giorno. Sarei potuto andare a Cuba, magari. Era un desiderio, e lo è ancora, vedere Cuba prima che muoia Castro. Avrei trovato il sole, il caldo, il rum mi avrebbe aiutato a non pensare. Sarei potuto andare in America, mio zio mi avrebbe ospitato. Ma con i soldi come avrei fatto? Non potevo mica permettermelo: avevamo utilizzato tutte le risorse economiche per la nostra casa, le vacanze al mare d’estate e in montagna d’inverno non erano mai mancate, ma a fine mese ci si arrivava sempre a fatica. E poi dovevo solo togliermi dalle scatole per un po’ di tempo, non andare in vacanza.

Santiago. Il Cammino di Santiago.

Ho deciso, e mi preparo. Utilizzerò il mio mese di ferie: poi si vedrà. Tre giorni prima della partenza mi chiama Lucia, mi dice che la mia credenziale è pronta e che posso andare a ritirarla. Mi dà appuntamento sulle scale della Basilica di San Lorenzo al Verano. 

«Ci riconosceremo, tranquillo».

Ci arrivai con la mia moto e mi resi conto, improvvisamente, di quanto il mio lavoro aveva deviato e distorto la mia vita, i comportamenti, le dinamiche di tutti i giorni. Parcheggiai lontano, “verificai” la zona e solo poi mi avvicinai. Ma “verificare” cosa? Quale temibile terrorista poteva essere appostato nei paraggi, quale poteva essere il pericolo? Perché mai questo maledetto lavoro era entrato così tanto dentro di me, perché il fatto di usare un “nome di battaglia”, un nome diverso da quello di battesimo, aveva quasi annullato la mia identità? Puntai dritto la signora seduta sulle scale. Mi sedetti al suo fianco e gli dissi solo ciao. Aveva avuto ragione lei, ci eravamo riconosciuti. Tirò fuori la mia credenziale, ci aggiunse a penna il giorno della partenza e mi raccontò, senza che io gli dicessi un bel nulla, di un ragazzo cui l’aveva data, la credenziale, in quello stesso luogo due anni prima. Era in rotta con la moglie, il Cammino li aveva riuniti ed ora avevano adottato due bambini. Piansi, la ringraziai, l’abbracciai e andai via.

Credo che il mio Cammino sia cominciato quel giorno.

 

Ieri sera ho sistemato le ultime cose nello zaino. Credo di aver ponderato tutto, di aver equilibrato il peso delle cose rispetto alle esigenze che avrò. Mi sono documentato: in internet si trovano elenchi dettagliati di cosa portare con sé e cosa è superfluo. C’è scritto quale deve essere il rapporto del peso corporeo rispetto a quello dello zaino, cosa troverai da mangiare e come fare per arrivare a Saint Jean, ammesso tu scelga di fare tutto il “Camino frances”. Qualcuno ne fa un tratto e poi lo continua gli anni successivi, altri cominciano da metà ed arrivano fino a Santiago, qualcuno percorre i chilometri in bici. Per aver diritto alla “Compostela” devi dimostrare di aver fatto almeno gli ultimi 200 chilometri in bici o gli ultimi 100 a piedi.

 

Non me ne importava granché, della “Compostela”, anche se ora fa bella mostra di sé nel mio studio insieme alla conchiglia che da Saint Jean ho portato a Santiago, insieme alla scarpina gialla. Io il Cammino lo volevo fare tutto e tutto insieme, ma non per avere il “diploma”.

L’ultimo bacio a Martina ed Andrea, stamani, spaparanzati sul lettone, è stato come chiedergli perdono. Nemmeno loro sanno che stò partendo, che mancherò per un mese. Non so se stò facendo la cosa giusta. So solo che stò facendo l’unica cosa che ritengo possibile per salvare la mia famiglia. Spero che quando saranno grandi possano capire il senso di questa mia assenza, di questo mio Cammino. Gli ho lasciato sul comodino una scarpina come quella che avevo regalato a lei a novembre. La mia, gialla come la sua, è attaccata allo zaino. Lei non ci sarà, ad aspettarmi a Santiago: me lo sento dentro. Inizialmente ho pensato di lasciare la scarpina lì, nella cattedrale. Ora, però, mi è venuto in mente di portarla fino a Finisterre e gettarla nell’oceano. Ma non so: questo Cammino mi mette sempre più paura, paura che si sovrappone all’angoscia, ai dubbi, alle preoccupazioni per i bambini. Qui, a Genova, volevo fare un giro nei carruggi: dopo appena 200 metri mi sembrava di cadere sotto il peso dello zaino. La camicia è fradicia, sembro uscito dalla doccia. Coma farò mai ad arrivare a Santiago? Chi mi darà la forza? Sono su un treno dalle sette di stamani e non scenderò, tranne che due ore qui a Genova ed altre due a Nizza, prima di mezzogiorno di domani. Quasi trentasei ore di viaggio, per arrivare solo fino alla partenza. Mi sforzo di non pensare. Sul treno ho mangiato la pizza che mi ero portato da casa, qui a Genova ho preso un caffè. A Nizza spero di trovare qualcosa da mangiare nel caso avessi fame questa notte. Speriamo che sul treno da Nizza a Bayonne si viaggi in condizioni decenti: ho fatto il biglietto normale, prenotando la cuccetta avrei speso cinquanta euro in più. C’è un gruppo di suore, simpatiche. Credo vadano a Lourdes, che è di strada per Bayonne. Prima di partire mangerò un gelato.

 

Debora, Stefano e mia madre. Sono loro, solo loro, a sapere dove sono. Avevo stampato la mia tabella di marcia. Non sapevo se sarei riuscito a rispettarla, ma nel caso mi fosse accaduto qualcosa uno di loro tre sarebbe riuscito a trovarmi, a sapere almeno orientativamente in quale punto del Cammino mi trovavo. La domenica precedente, sette giorni prima della partenza, ero andato a comperare lo zaino al centro commerciale. Poi, al ritorno, dopo averlo nascosto in mansarda, scesi a piedi e mi avvicinai a casa di Debora. Lei, con i bambini, era lì, a fare il bagno in piscina con la nostra amica e le sue bambine. Mi accostai alla siepe, sentii le loro voci. Mi mancavano già.

* tutti i diritti riservati

 

Genova, Stazione Piazza Principe

 
 
 
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A questo link è possibile vedere, tra le altre cose, il video della presentazione del libro. Molto interessanti gli interventi di Ermanno D'Onofrio, che ha focalizzato il suo intervento su cinque aspetti che emergono dalla lettura del libro (famiglia e genitorialità,emozioni, spiritualità, condivisione, essenzialità) e Maurizio Lozzi (il viaggio come trasformazione e ricerca della verità).
C'è anche una rassegna fotografica e una (per ora scarna, dovranno inserire ancora articoli e interviste) rassegna stampa.

http://www.artdigitalstudio.net/gianlucavideo

 

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