Ossessionando

Bouleversée


Bouleversé. E' un aggettivo che mi piace, pieno, completo, ha una sua musicalità come soltanto certi termini francesi riescono ad avere. E sono anche convinta che significante e significato coincidano perfettamente in quel 'boule' rotondo, perfetto, concentrico, la cui compiutezza viene minata dal rovesciamento improvviso implicito nel finale di parola: versé, e la voce scende, cambia il tono, arriva il capovolgimento della situazione iniziale.Bouleversée come mi sento io in questo preciso istante che mi spiace ma agitata, scossa, sottosopra non hanno né la stessa grazia né un decimo del potere evocativo.Tanti pensieri in testa, una telefonata arrivata, una serata diversa in programma, il tasto rewind che devi decidere se premere o ignorare, il senso di sfida che si fa strada dopo essere stato a lungo sepolto, il gusto del rischio, l'adrenalina a palla, qualcosa che brucia e si consuma proprio lì, alla bocca dello stomaco.Avevo giurato mai più. So perfettamente che i conti non tornano, perlomeno non così, ma non è tutta ragione quella che ho dentro: c'è pancia, cuore, incoscienza e forse anche istinto di autodistruzione, ma per saperlo c'è un solo modo. In fondo questo essere bouleversée dentro e fuori è un ritorno a casa: impervio, pericoloso, contornato di irrealtà, ma proprio nell'assoluta negazione di concretezza trovo il suo unico, illuminante, misterioso e quindi irresistibile (non)senso.