PARLANDO DA BLOGGER

X ME.. PER ANDY.. E PER TUTTI I QUINTI RAMONES


Nessuno me lo ha chiesto, ma avevo voglia di farlo. Semplicemente. Voglio scrivere qualcosa su Joey Ramone, the King of Punk, come ho letto su di una pagina web a lui dedicata. A me sembrerebbe più giusto chiamarlo l’ultima delle rock’n’roll star (c’è una canzone di Elliott Murphy che s’intitola “The last of the rock stars”, e questo vorrà pur dire qualcosa…). L’ultima delle rock’n’roll star, come mi è caduto di bocca mentre registravo un messaggio sulla segreteria telefonica di un amico assente. Hey Dj, togli quell’insipida musichetta irlandese e metti su “Here today, gone tomorrow”. E’ morto Joey, Dj, fa’ qualcosa.            In realtà non so se sia tecnicamente possibile definire Joey Ramone “una star”, né, in caso affermativo, se Joey possa essere considerato l’ultimo di cotale specie. In ogni caso suona bene, sarebbe una bella didascalia per una di quelle foto plastiche (piano americano, scossone alla capigliatura, aggrappato all’asta del microfono, occhiali rotondi con lenti colorate) che ancora si incontrano, di tanto in tanto, sulle riviste o in rete. Nella foto si vede solo lui, ma s’intuisce anche la presenza degli altri: Johnny-gambe-larghe e chitarra tenuta bassissima, Dee Dee scattante e minaccioso, di tanto in tanto agita il basso come se fosse un bazooka (sempre ammesso che i bazooka vengano agitati da qualcuno), Tommy o Marky dietro i tamburi, a picchiare silenziosi e implacabili.            E poi c’è l’ultimo Ramone, Frankie Ramone, che si ascoltava gli altri quattro con devota partecipazione, mimando ora l’uno ora l’altro. Frankie il quinto Ramone? E Andrea Ramone? E Fulvia Ramone? E pindo pallino Ramone? E tutti i quinti Ramones sparsi per il pianeta? Ora che ci penso, ho come l’impressione che i quinti Ramones facciano una brutta fine. Ho visto rampanti reazionari e inaciditi; ho visto degli imbecilli congelati in una eterna adolescenza alla carta-pecora: beh, erano tutti quinti Ramones. Guardando in uno specchio, ho visto un tale che la domenica mattina sfaccenda per casa e riceve con finta cortesia piccoli politicanti a caccia di voti. Anche lui è un quinto Ramone. Da qualche parte ho letto che non ci si può fidare di qualcuno che, almeno una volta nella vita, non abbia canticchiato “Blitzkrieg bop” o “Rockaway beach”, ma a questo punto io mi chiedo se ci si possa fidare di qualcuno di tutti questi quinti Ramones, una volta che i due-minuti-due di una canzone siano trascorsi (per qualcuno provvisoriamente – coazione a ripetere, per qualcuno in maniera definitiva – crescita/tradimento).            Cosa vuol dire restare giovani? Io ripenso a Frankie Ramone e non è sempre un bel ricordare. Ricordo di aver letto di una festa nel garage di un amico, dicembre 1977. Frankie se ne stava in fondo al garage, appoggiato al muro, con un bicchiere di plastica in mano (Coca-Cola, credo), esasperato da tutta quella brutta musica, in attesa che arrivasse il momento favorevole per farsi un silenzioso lento con qualche ragazza (una qualsiasi, ché tanto nessuna di loro era quella con cui avrebbe desiderato ballare, nessuna di loro era quella con cui non avrebbe ballato mai). A un certo punto, a Frankie parve di udire una strana vibrazione nell’aria. Veniva dall’altra estremità del garage, dal punto in cui il d.j. di turno (in realtà era sempre lo stesso) cambiava i dischi. Frankie si fece a grandi passi tutto il garage, bicchiere in mano (era Coca-Cola, credo), per andare a vedere. La canzone era già arrivata alla fine, nessuno stava ballando, per cui il disc-jockey si affrettò a togliere quella roba strana e a tornare alle solite schifezze. Mise via il disco, Frankie lo raccolse dal tavolo per dare un’occhiata al titolo. “Sheena is a punk-rocker”, the Ramones. Tombola. Frankie aveva già letto quel titolo in giro, aveva persino provato a immaginare come potesse essere una canzone con un titolo simile. Ora la realtà lo scavalcava e lo spiazzava.            A quell’epoca, Frankie viveva ancora una specie di scollamento schizofrenico tra la gioia pura e adrenalinica rappresentata dai Beatles (passione vera e profonda, ma da non sbandierare troppo in giro per non sembrare dei mosciacchioni) e la rabbia da sfogare a botte di distorsioni chitarristiche hard-rock. Il punk aveva portato con sé degli spostamenti d’accento, ma i Sex Pistols erano solo furore elettrico, urlo delirante, sputo. Qui, invece, c’era dell’altro: qui c’era gioia pura e adrenalinica che partiva con rabbia e furore e ritornava indietro come gioia pura. Qualcosa di inaudito, la quadratura del cerchio, una ricetta così semplice ed elementare da rendere difficile che qualcuno potesse pensarci. Ed anche l’averci pensato poteva non bastare, se poi non si fosse saputo come dosare gli ingredienti: loro lo sapevano in maniera naturale e istintiva.            Sheena is a punk-rocker. Ancora  anni dopo, Frankie Ramone si ritroverà a discutere con un vecchio amico (uno con cui avrebbe litigato di lì a poco, ma per altre ragioni), il quale riteneva che non si potessero ascoltare delle canzoncine così a quel volume e con quella velocità. Non c’era modo di spiegare: semplicemente non si poteva. Frankie era nato troppo tardi per le rivoluzioni, ma questa era la cosa più vicina a una rivoluzione nella quale gli fosse mai capitato di imbattersi. Forse lo è ancora oggi; oggi che Frankie Ramone non esiste più da un pezzo e Joey (il Ramone numero uno) è andato via da poco e a me è rimasta la sgradevole sensazione di non avergli parlato (in senso reale o “virtuale”, come si usa adesso) quando avrei ancora potuto e di essere fuori tempo massimo. Per questo scrivo: finché vado avanti, Joey resta vivo; riattizziamo il fuoco e ricominciamo.            “Rock’n’roll high school”, “End of the Century”, Phil Spector. La quadratura numero due. Oggi i ragazzi a scuola trafficano con i CD e tu nemmeno te ne accorgi. Una volta era diverso: portarsi un padellone a trentatre giri in classe voleva dire mettersi nell’occhio del ciclone. L’approvazione di alcuni compagni che se lo passavano di mano in mano, la disapprovazione di altri (ma che cazzo ne sapevano, che cazzo ne capivano) e poi i professori: buoni, anziani, rassegnati, tolleranti. La copertina di End of the Century è la più tradizionale e bella di tutte: senso di classicità, felicità trattenuta a stento che scorre sottopelle, nostalgia e voglia di futuro, do you remember rock’n’roll radio? Dee Dee si è tagliato i capelli, non sembrava così brutto, prima. Gli altri sono sempre uguali. Tra i solchi, Joey se la canta come un autentico rock’n’roll crooner. E’ il 1980, la fine del secolo.            Non so neanche quante volte sia stata celebrata la fine del secolo, da allora. I Ramones furono tra i primi a farlo, quando sembrava ancora troppo presto. Chi gliel’avrebbe detto, a Joey, che il nuovo secolo non lo avrebbe visto tra i suoi eroi? Ma forse non è così; forse gli eroi vivono fino a quando c’è qualcuno a ricordarli, e anche ammettendo che i quinti Ramones non siano stati un granché, alla resa dei conti ci saranno sempre dei sesti, settimi e ottavi Ramones pronti a raccogliere il testimone e a preservare il culto.            E a proposito. Ricordo una sera, in un momento imprecisato (so solo che era la fine degli anni Ottanta). Salgo in macchina, accendo la radio. Sta suonando una canzone che ne ricorda tante altre, tante altre. Mi fermo ad ascoltare: apprenderò, di lì a qualche secondo, che si tratta di un gruppo californiano, i Mr T Experience. La canzone s’intitola “The end of the Ramones”. Bella la canzone, bello il titolo. Penso che sarebbe bello scrivere una canzone con la parola “Ramones” nel titolo. Il pensiero continua a girarmi nella testa fino alla primavera del ’90. Una mattina mi recavo al lavoro in bicicletta, lungo il rettilineo della provinciale che collega Brignano a Treviglio, Germania Meridionale. Mi viene in mente un ritornello scemo che dice “spacca spacca i dischi dei Ramones”. Vado avanti per un po’ e riesco a inventarmi la prima strofa. Più tardi, durante il tragitto di ritorno, metterò insieme anche la seconda parte. Bei ricordi, questi, specialmente alla luce di quello che è successo dopo, coi Vigliacchi che s’innamorano della canzone ma non riescono a cantarla, con un titolo così. E poi la versione insieme, il fumetto sulla copertina della cassetta, le promesse non mantenute dei discografici e la canzone che alla fine uscirà lo stesso (1993), smagliante come non lo era mai stata neppure nella mia più fervida immaginazione, quella mattina che me ne andavo pedalando al lavoro. Chissà se ci avesse messo le mani Phil Spector…            L’uomo che aveva inventato il wall of sound era riuscito a mettere i violini in un disco dei Ramones. Ha tanta eco, quell’album, all’inizio disorienta, poi finisci per amarlo più degli altri, non fosse che per le intenzioni: a tuffo negli anni Sessanta e ritorno. Un po’ come nel film, con quella canzone che Riff Randall mette su in un momento di tristezza e in camera sua si materializzano i Ramones a suonargliela. I want you around: quello seduto sul letto con la chitarra acustica, quello lungo lungo che canta e fa le mosse rivolto proprio a lei, quello con il basso sotto la doccia, quello con la batteria in giardino. Borges la chiamerebbe “nostalgia del presente”: la stessa che per altri quindici anni ho provato di tanto in tanto, quando all’improvviso mi rendevo conto che i Ramones c’erano ancora e suonavano ancora rock and roll.            Vogliamo le onde radio. Ululando alla luna. Qualcuno ha messo qualcosa nel mio drink. Non voglio essere sepolto in un cimitero per animali. Buon Natale (non voglio combattere stanotte). Non voglio crescere (credo che Tom Waits, da quel grande che è, ne sia stato orgoglioso). Sto ancora aspettando l’album solista di Joey e continuerò ad aspettarlo anche dopo che sarà uscito (il valore di certe cose sta nell’attesa).            Senti, Joey: per molto tempo ho pensato che in qualche modo mi avessi imbrogliato; ma adesso, non so perché, ho come l’impressione che la colpa sia stata tutta mia. Sono stato io, che mi sono fatto imbrogliare: non ti ho ascoltato con attenzione quando mi parlavi, ho cercato di ascoltarti quando già non mi parlavi più. E adesso aspetto il tuo disco, anche se magari è già uscito e la cosa più facile da fare sarebbe quella di mettersi in macchina per andarselo a comprare. Il fatto è che solo continuando ad aspettare posso sperare di preservare in me la tua memoria e di restituire, nella mia percezione, un briciolo di dignità a tutti quelli che il rock’n’roll non è riuscito a redimere.            A me ..a Andy.. a tutti i quinti Ramones.