Versi e prose

Due punti non possono essere mai così distanti da non trovare un segmento che li unisce

Creato da IOeMR.PARKINSON il 06/06/2011
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Un Haiku di Ryokan Daigu

Post n°58 pubblicato il 11 Maggio 2012 da IOeMR.PARKINSON
 
Tag: Poesie

Si narra che un giorno un ladro entrò nella capanna di Daigu e gli rubò le poche cose che aveva, dimenticandosi, però, di prendere un cuscino. Ryokan lo inseguì gridando: hai dimenticato il cuscino, potrà servirti. Questo fatto, probabilmente, gli ispirò l'haiku che segue:

Il cuscino dimenticato

alle sue spalle:

la luna è la mia finestra.

di Ryokan Daigu

Nel primo verso: il ladro ha dimenticato il cuscino, per la fretta o per distrazione, ma che importa...Questo verso introduce l'argomento della poesia.Il secondo verso è legato al primo ? Ryokan alle sue spalle lo insegue per dargli il cuscino? Oppure ormai il fatto in se ha già perso di temporalità e il verso è legato ad un' altra esperienza della vita del poeta o del ladro, ad un'altra stagione dell'esistenza di entrambi o addirittura ad una altra esistenza che solo i legami sottili del karma hanno intrecciato?Il terzo verso, in apparenza è in disarmonia con i primi due, ma è proprio così? La luna nel suo eterno (solo in rapporto alla vita umana) peregrinare ha già fatto da spettatrice e coglie il poeta in un momento particolare e lo estranea, con la sua presenza silenziosa, dai piccoli fatti della vita quotidiana. Quello che è successo ha perso ogni significato, perché per Ryokan quello che veramente conta, ora, è che la luna è alla sua finestra, tutto il resto appartiene al passato e quindi non esiste più, conta solo l'incanto sempre nuovo dell'attimo presente che solo un verso può fermare per l'eternità.

Nota: Daigu Ryokan, è stato un monaco Zen della scuola Soto, vissuto fra il 1758 ed il 1831. Il suo nome significa "grande pazzo, buono e generoso" e, per alcuni, questo monaco vissuto per trent'anni in una capanna sui monti è una figura paragonabile a San Francesco d'Assisi, forse per l'importanza che la compassione aveva nella nella sua vita. (note biografiche)

 
 
 

L'Uomo dei sogni

Post n°57 pubblicato il 15 Aprile 2012 da IOeMR.PARKINSON
 

L'uomo dei sogni (di Valentina Tomasoni) “Offerte di lavoro… Cercasi figura professionale qualificata per incarico di “consegna dei sogni”. Disposto a turni diurni e notturni a seconda delle esigenze. E’ gradita esperienza minima. Frequenti trasferte fuori spazio e tempo”. 450 Giannicolò Aspettaunmomentino dopo aver letto quell’annuncio sul giornale pensò all’attestato di qualifica professionale in “Specializzazione in Consegna dei sogni ” conseguito alla Dream School of Rainbow, vicino alla Via Lattea, ormai dimenticato in un cassetto, insieme alle delusioni che il lavoro di “uomo dei sogni” gli aveva portato. Si ricordava ancora il nome dell’albergo in cui soggiornava durante il corso: “la tana di Orione”. Bel posto quello… Di giorno lezioni teoriche sull’empatia tra “uomo dei sogni” e sognatore. La sera lezioni sul campo… Praticamente con il manuale in una saccoccia, l’indice dei sogni nell’altra e la formula relativa ad ognuno per consegnarli all’inconscio del sognatore, legate attorno alla vita e poi si saliva a bordo della destiny car con navigatore satellitare per la nostra galassia, e altri aggeggi per le missioni out-galaxy. Era stato un corso impegnativo e ancora di più che per gli altri per Giannicolò… lui per ogni cosa ci doveva pensare e ragionare “un momentino” in più. Così aveva perso il suo primo lavoro come “uomo dei sogni”… aspettava troppo e il sognatore si svegliava senza aver potuto sognare. Gli ispettori di All Dream are really, società di supervisione sull’attività onirica della galassia terrestre e quelle limitrofe, consegnarono i rapporti sull’operato di Giannicolò alla multinazionale dei sogni per cui lavorava e fu licenziato in tronco. Così Giannicolò si mise in proprio e fondò la sua ditta di “sogni proibiti consegnati gratuitamente”. Faceva pagare un fisso mensile alla ditta appaltatrice di sogni conoscendo i sogni dei clienti che sapeva che sognavano sempre le solite cose, quindi con un guadagno certo e risparmio di tempo. La sera si prepara il tragitto da seguire, un elenco dei clienti da soddisfare con accanto la formula del sogno che deve trasmettere al sognatore. Il sognatore si addormenta, il sensore dei sogni comincia a suonare trasferendo automaticamente al navigatore satellitare il tragitto da seguire, Giannicolò chiede l’autorizzazione alla torre di controllo per il decollo. Ci sono certe notti che Giannicolò deve correre da nord a sud della terra, anche trenta consegne sogni in una notte. E finché il sognatore accetta il segnale e la formula personalizzata viene recepita dall’inconscio… tutto va bene. Se la formula non è compatibile con l’inconscio il sogno diventa un incubo. E dai guadagni di Giannicolò vengono dedotte le mancate consegne. L’attività di “uomo dei sogni” garantiva a Giannicolò a stento il sostentamento… almeno fino al giorno in cui gli venne una fantastica idea. Allora, partendo dal fatto che la ditta appaltatrice di sogni guadagnava sul fatto che più sogni positivi faceva la gente più il giorno dopo le persone erano portate a spendere soldi. Nel senso che la “consegna dei sogni” era un’attività collaterale della “Money and dream”, infatti la multinazionale faceva capo a boutique, supermercati, concessionarie d’auto, ecc. Dicevo partendo dai molteplici settori in cui operava la “Money and dream”, Giannicolò elaborò un codice speciale per un sogno standardizzato particolare, che veniva consegnato insieme al sogno sognato realmente e che stimolava ulteriormente il buon umore del sognatore. Un po’ confusa la questione… Certo che speculare sui sogni delle persone! Giannicolò mise da parte la coscienza e si mise al lavoro finché trovo il “sogno ideale che stimola l’attività celebrale”. Cominciò a studiare i suoi verbali di consegna dei sogni che teneva archiviati in ordine impeccabile in raccoglitori suddivisi per galassie, tematica del sogno. In un angolo teneva anche il raccoglitore nero che conteneva i “sogni mancati”. Elaborò una formula generale comune a tutti i sogni, codificandoli poi per categorie: amore, famiglia, felicità, serenità, soldi… A dire il vero quelli sarebbero stati al primo posto. La formula generale la chiamò “sognare per vivere meglio (e spendere di più)”. Sottopose alla “Money and dream” il suo progetto che fu accolto con entusiasmo. Giannicolò si dimenticò di un dettaglio: la sua idea funzionò alla grande, ma nei suoi calcoli non aveva tenuto conto che “sognare per vivere meglio” portò buon umore ai ricchi e ai poveri… ma “spendere di più “ portò ulteriore sofferenza a chi non poteva permettersi nemmeno di comprare un pezzo di pane in più… La “Money and dream” raddoppiò i suoi guadagni, Giannicolò poté comprarsi una nuova “destiny car” un nuovo satellite dotato di ogni comfort. Ma tutto questo improvviso benessere non fu abbastanza a non farlo sentire in colpa. No, non era giusto! Decise di non collaborare più con la multinazionale, chiuse l’attività di “uomo dei sogni” e iniziò un nuovo lavoro: addetto alle stelle cadenti. Tutti potevano pensare ad un desiderio da esaudire quando vedevano una stella cadente e all’ufficio “raccolta desideri” non c’era distinzione fra ricchi e poveri… i desideri non hanno prezzo… e i sogni? Nemmeno.

 
 
 

Wanda

Post n°55 pubblicato il 12 Aprile 2012 da IOeMR.PARKINSON
 

Racconto di Valentina Tomasoni  (controvento)


Wanda quando è felice canta... Wanda quando è triste piange... Wanda quando è arrabbiata grida.
Wanda quando soffre non parla...  Wanda è folle. Ma è la persona più autentica, più vera che io abbia mai incontrato.
E' una bellissima donna, non molto alta, formosa, con dei lineamenti talmente perfetti  del  viso  da  sembrare anche  adesso che  ha  quasi sessant'anni una bambola. Le ingiustizie che ha dovuto subire nella vita hanno segnato la sua mente ma non il suo viso.

Ha gli occhi grandi, di un verde, che a volte sembra più giallo, che a volte sembra marrone... uno sguardo dal quale traspare la sua anima: gioiosamente-sofferente. Come ama definirla lei stessa.
Wanda ha due lauree: in pedagogia e filosofia. Ha insegnato per quasi venticinque anni al liceo classico del quartiere. Me la ricordo ancora quando la incontravo sulle scale fasciata nei suoi eleganti tailleur, trucco impeccabile e un'eleganza innata nelle movenze.
Anche allora cantava quando era felice... ma cantava sotto voce, non come adesso a squarcia gola.
Il suo repertorio canoro spazia da Mina alla Callas, il suo sogno era di diventare cantante

lirica, ma dovette rinunciarvi quando si accorse di
esser  incinta  del  suo  primo  e  unico  figlio:  Matteo.  A  quel  tempo insegnava come professoressa di lettere durante il giorno e alla sera
andava a lezioni di canto.
Il suo maestro divenne anche il suo amante e il padre di suo figlio. Wanda non parla mai di Achille... una volta si è lasciata sfuggire il suo nome, ma niente di più.
Il figlio di Wanda, Matteo, morì in circostanze misteriose. Si pensò al suicidio... ma Wanda non si rassegnò mai all'idea che il figlio avesse potuto togliersi la vita per una delusione amorosa. Cercò di reagire alla morte del figlio, ma già il suo equilibrio psichico era fragile e precario  e Wanda trovò rifugio alla sua sofferenza, nella follia.
Lei tutti i giorni apparecchia la tavola per due, cucina i cibi preferiti di
Matteo parla, ride con suo figlio. Vive nel suo mondo.
Quando mi vede sul balcone, abitiamo sullo stesso piano, ai lati opposti del palazzo, mi invita ad andare a bere il caffè da lei.
Lo fa quando è felice, quando è triste non mi guarda nemmeno e quando è arrabbiata mi insulta pure. Ormai lo so, lo sanno tutti... e così come
Wanda sa rallegrarci la giornata quando canta, così ci fa riflettere sul
significato della nostra esistenza quando il suo dolore si esprime con il silenzio, che dura anche giorni interi. Chiude tutte le finestre, abbassa le serrande. E ogni volta che entro nel piazzale di casa, alzo lo sguardo con la speranza di vederla sul balcone o di sentirla cantare, chiacchierare o ridere.
Può la fine di un amore portare alla disperazione? Può la perdita di un figlio portare alla follia? Può un padre ignorare la sofferenza di sua figlia? Wanda nei suoi rari momenti di lucidità dice sempre che lei ha avuto tanto dalla vita, le è stato tolto troppo, e le è rimasto poco... abbastanza però per aver ancora voglia di vivere.
Tra un mese diventerò mamma anch'io, sono preoccupata perché temo il momento del parto, ma allo stesso tempo sono felice  perché non vedo l'ora di poter tenere in braccio mio figlio. Stefano, mio marito, è più agitato di me. Cerco di immaginare la nostra vita insieme al nostro bambino... E' un maschio, e lo chiameremo Leonardo.
Anche Wanda è ansiosa di vedere il nostro piccolo e ogni volta che vado a trovarla, lei mi racconta di quando è nato il suo Matteo: “Stavo correggendo i temi di italiano della prima liceo classico... ero seduta al tavolo in soggiorno, a casa di mio padre... Le finestre erano aperte, era appena passato il temporale... la pioggia si era portata via il caldo torrido di quei giorni di fine estate. Ero scalza... mi alzai dalla sedia e andai in giardino... il contatto dell'erba bagnata con i miei piedi mi faceva sentire ancora più viva. Mi guardavo attorno cercando i colori del mondo... I colori del mondo, a volte non è necessario vederli... basta chiudere gli occhi e immaginare. Sentì la prima contrazione... una fitta di dolore: il mio Matteo stava chiedendo il suo arcobaleno.

La sera, dopo quasi nove ore di travaglio nacque il mio piccolo. La gioia di vedere tuo figlio che nasce ti fa dimenticare per un attimo tutte le cose sbagliate e ingiuste della vita, e ti fa pensare a quanto potrebbe essere meravigliosa se solo sapessimo  capire...  capire.  Ma  per  me,  come  madre,  comprendere perché la vita volle privarmi un istante dopo la nascita di Matteo, della mia felicità è stato praticamente impossibile. Mio figlio era nato con una menomazione al braccio sinistro... quella “diversità” lo segnò per tutta la sua breve ma intensa esistenza. Ha sempre cercato nuove sfide con se stesso... voleva dimostrare al mondo, ma soprattutto a suo nonno, che poteva fare qualsiasi cosa, come chiunque... meglio di chiunque. Non l'ho mai visto triste o scoraggiato, nemmeno quando cadde per l'ennesima volta, cercando di  arrampicarsi sul  tronco  di  un  enorme ciliegio nel giardino della casa di mio padre. Tanta era la sua determinazione, quanta era la mia paura che potesse farsi del male.
Ma alla fine riuscì ad arrivare sul ramo più alto dell'albero. “Guarda mamma dove sono”, gridò a squarciagola, “si può arrivare in alto se solo si ha la volontà di farlo”, concluse la frase... mentre rideva fra le lacrime.
Sai Anna, un figlio è una parte del tuo cuore, è dentro la tua anima, è sempre nei tuoi pensieri... e diventa il centro della tua vita dall'istante in cui senti il suo primo vagito e lo rimane fino all'ultimo dei tuoi respiri”.
Oggi è il compleanno di Stefano. Ho incontrato mio marito a un concerto di Guccini. Wanda, appassionata fan del cantautore insistette talmente tanto perché io l'accompagnassi che alla fine dovetti desistere. Pensai che mi sarei stufata, non perché non mi piacessero le canzoni di Guccini, ma perché prima di allora non ero mai andata a un concerto e credevo che non sarei resistita due ore lì seduta ferma ad ascoltare. E invece, oltre ad essere stato il giorno più importante della mia vita, fu un concerto bellissimo ed emozionante. La voce “graffiante” di Guccini, i testi delle sue canzoni, la gente che cantava insieme a lui.
Stefano era seduto accanto a me, quasi ci toccavamo. Ci fu un momento in cui i nostri sguardi si incrociarono... E per la prima volta sentì quella sensazione che provo ancora adesso la sera quando rientra dal lavoro.
La nostra storia forse è un po' troppo normale perché valga la pena di essere raccontata, ma sicuramente ne è valsa, e ne vale tutt'ora di essere vissuta e condivisa.
Stefano non ama essere romantico, non  è  tipo  da  cena a  lume di candela, da mazzi di rose rosse... e non sopporta dire “ti amo”. “E' necessario che te lo dica? Non lo senti? Io il tuo di amore lo sento anche quando non sei accanto a me, mi basta pensarti... e diciamo che per circa ventitré ore e quarantacinque minuti al giorno sento che mi ami”, mi ha detto una sera dopo che avevamo litigato. Allora gli chiesi curiosa di sapere perché quel quarto d'ora mancante alle ventiquattro di una giornata. Lui mi rispose: “Beh, almeno un quarto d'ora al giorno devo concentrarmi sul lavoro...”.
Con Stefano rido, con lui litigo, con lui faccio ogni cosa con la voglia di farla. La nostra libertà di amarci senza “possedere” , il nostro bisogno di metterci in discussione ma senza mai voler che l'altro sia diverso, sia come lo vorremo noi.
Stiamo insieme ormai da dieci anni, da otto siamo sposati. Ormai avevamo perso le speranze di poter avere un figlio.
L'anno scorso avevamo deciso di iniziare il  “calvario” per l'adozione. Sì, proprio calvario... una trafila di formalità burocratiche, visite, controlli, supervisioni,  colloqui.  Abbiamo  deciso comunque  di  adottare  un bambino. Proprio il giorno in cui ci è stato detto che la nostra richiesta era stata accettata, ho saputo di essere incinta.
E allora insieme a nostro figlio, Leonardo, sperando vada tutto bene (andrà sicuramente bene!), arriverà anche Diana, la nostra bambina argentina.
Diana ha cinque anni ed è cresciuta nelle baraccopoli di Buenos Aires. Siamo andati a vederla, naturalmente accompagnati da assistenti sociali, psicologo e via dicendo.

Gli occhi di Diana parlano da soli, ha i capelli folti e ricci... neri... e il suo “triste sorriso” ci ha conquistati. E io e Stefano dopo averla vista, ci siamo guardati: “E' nostra figlia”, abbiamo detto all'unisono.
La madre di Diana ha avuto nove figli e ha solo trentacinque anni.
Lì dove è nata Diana i bambini vengono venduti dai genitori per sopravvivere.
Sembra, anzi è crudele... ma è così!
Wanda scrive poesie. E appena finita la poesia esce sul balcone e la declama ad alta voce. Io sorrido e l'ascolto. Quella di oggi era breve ma una parola in più sarebbe stata eccessiva e una in meno... beh, non sarebbe stata una poesia di Wanda.
L'ho scritta sulla mia agenda mentre lei la recitava: oggi 2 aprile Wanda mi ha “urlato” la sua poesia: “Grido alla vita... sussurro all'amore... in silenzio guardo il mondo... svestita. Spogliata di tutto... mi rivesto con il senso dell'essere: acqua che scorre... fuoco che arde... vita che vive!”.
Wanda è un po' come una sorella per me, è più di una zia, è la persona che mi ha insegnato ad essere me stessa, senza darmi consigli.
La follia è fuga dalla realtà... la follia è il passaporto per la libertà di essere “liberi di essere”.
Ora mentre scrivo e Wanda canta a squarciagola la canzone di Guccini, Dio è morto:
“Ho visto la gente della mia età andare via lungo
le strade che non portano mai a niente, cercare il
sogno che conduce alla pazzia... ”

… Leonardo sta chiedendo il suo arcobaleno!

 
 
 

Il mito di Lilith

Post n°54 pubblicato il 05 Aprile 2012 da IOeMR.PARKINSON
 

Quello di Lilith - La Luna Nera è sicuramente uno dei miti più affascinanti dell'umanità e si presta ad una interpretazione a 360°.

In astrologia

La Luna Nera  nella Carta del Cielo è uno dei punti sensibili dello zodiaco e dà delle indicazioni  su alcuni lati oscuri dell'animo umano: delinea il centro delle pulsioni inconsce e della componente individuale di ogni persona. Nel tema natale di una persona rappresenta come questa esprime la propria passionalità ed erotismo: in particolare, in quello di una donna il modo in cui tenterà di attrarre l’uomo, viceversa per l’uomo rappresenta quale tipo di passionalità femminile lo attrae di più. Per alcuni appassionati di astrologia,  la Luna Nera, è di fondamentale importanza e nel Tema Natale è rapportata al Segno, ed è proprio la sua posizione calcolata nel tema , ovvero il segno che occupa, a determinare la sua influenza sull’ individuo.

Nel mito della creazione

"....Era creata bella come un sogno, la prima del suo sesso, la tanto desiderata. Gli appare nel giardino dell'Eden all'ombra di un carrubo o un sicomoro, ornata di preziosi monili, tanti come quelli citati in lsaia. Jahve Dio l'aveva creata "non dalla testa perché non si insuperbisse; non dall 'occhio perché non fosse ansiosa di vedere; non dall 'orecchio perché non fosse curiosa di sentire; non dalla bocca perché non fosse chiacchierona; non dal cuore perché non fosse gelosa; non dalla mano perché non toccasse quanto fosse a portata di mano; ne dal piede perché non fosse girellona: ma dal posto che nell'uomo è nascosto, e quando l'uomo è nudo, quel luogo è ancora coperto ".
Lilith si unisce all'uomo; nessuna creatura si e accoppiata prima di
Adamo, ma l'Uomo conosce e fa conoscere per la prima volta il rapporto sessuale sentito come tale. Come lo possiamo immaginare l'amore fra
queste due creature? Forse totale e intenso come noi sentiamo !'eros che pervade il Cantico dei Cantici (I, 15-17) :

"Come sei bella amica mia,
come sei bella!
I tuoi occhi sono come colombe.
Come sei bello, mio diletto,
come sei soave.
Nostro letto è l 'erba,
pareti della nostra casa i cedri ,
soffitto per noi i cipressi ".

Lilith è certamente la seduttrice, colei che più tardi, nelle epoche a venire, come Eva Madre dei Viventi è donna, sarà considerata l'instrumentum diaboli. Lilith è colei che sussurra e geme (Cant. I, 5):

"perché piagata d 'amore io sono ",

ed è la donna che offre all'uomo il frutto soave: e lui è turbato, e
travolto. Un offuscamento che ci farà ricordare Eros e Thanatos;

" Mettimi come sigillo sui tuo cuore ,
come sigillo sui tuo braccio,
perché potente come la morte e l'amore "
(Cant . VIII, 6).

Come si amano il primo uomo e la prima donna? E stato insegnato: "Tutti gli esseri compiono l'atto sessuale con la faccia di uno rivolta verso la schiena dell'altro, all'infuori di due che si congiungono schiena a schiena : cammello e cane, e all'infuori di tre , che si congiungono faccia a faccia perché la Presenza divina parlò loro, e sono l'uomo, il serpente ed il pesce"
......

dal libro  Lilith - La Luna Nera (Roberto Sicuteri)

L'articolo che segue è una analisi, a mio avviso, molto accurata del mito di Lilith, dalle sue origini così come ci è pervenuto  dalle mitologie di antiche culture, sumerica ed ebraica  principalmente, fino ad arrivare ai giorni nostri soffermandosi  sul rapporto ancestrale e attuale fra l'uomo e la donna, visto, in particolare, da un punto di vista femminile.

LILITH E IL LILIUM

Si diceva che la dea sumera Lilith, con ali e zampe di gufo, di notte rapisse i bambini dalle loro culle.
Ma in origine Lilith era la protettrice delle donne durante il parto e dei neonati. Solo dopo la transizione patriarcale fu demonizzata e trasformata in una perfida rapitrice di bambini.
(Vicky Noble, II risveglio della Dea)

Secondo le varie mitologie, tutte risalenti a poche migliaia di anni fa (cioè in epoca già patriarcale), Lilith è un demone, moglie di demoni e madre di demoni (i Lilim). Perciò è stata spesso associata alle streghe, in senso negativo. Ma è la mitologia ebraica che ci consente di far luce sulla visione che abbiamo di lei.
Per gli antichi ebrei Lilith era la prima moglie di Adamo (quindi precedente ad Eva), che fu ripudiata e cacciata via perché si rifiutò di obbedire al marito.
Sta qui la chiave del mistero: Lilith è l'archetipo della donna libera,non sottomessa all'uomo e al suo egoismo, non condizionata dalle sue imposizioni e dai suoi ricatti.
Naturalmente l'uomo nelle cui mani stava allora e sta tuttora il potere di fronte a tale ribellione non poteva fare altro che screditarla e, appunto, demonizzarla. D'altronde anche oggi le donne di questo tipo vengono demonizzate, almeno in senso metaforico. Le donne libere di tutti i tempi, da un certo punto in poi, subirono questa stessa sorte e vennero trasformate in megere vecchie e brutte, in Meduse, Ecati e in temibili "Lune Nere".

II mito di Lilith risale ai tempi in cui la Terra vide il passaggio, avvenuto circa 6000-8000 anni fa, da una società di tipo matrifocale (cioè incentrata sui focus della madre) ad una società patriarcale (cioè basata sui dominio maschile); ossia quando la donna perse il suo ruolo e il suo valore.
In questa nuovo ordinamento non c'era più posto neanche per le divinità femminili, e tanto meno per la Dea vera e propria, che venne rinnegata, demonizzata e infine dimenticata. Tant'è vero che il cristianesimo ha un Padre e un Figlio generato ai primordi senza alcuna Madre!

Anche Lilith è associata alla Luna Nera. Questo perché prima di tutto rappresenta la parte rimossa (e quindi buia e nascosta) di ogni donna: quella parte intuitiva, istintiva e selvaggia, seducente e colma di energia, imprevedibile e ingovernabile dall'uomo, ma non per questo cattiva, tutt'altro. Ma all'uomo una simile creatura fa paura e, invece di integrarla in se e nella propria cultura, stupidamente la combatte e la respinge nell'inferno." I risultati sono sotto i nostri occhi.
La Luna Nera simboleggia anche la parte in ombra dell'essere umano in generale, ciò che si e necessariamente insinuato in lui quando è venuto a contatto con la materia. Necessariamente perché, senza questa zona oscura, non ci sarebbe essere umano! Esisterebbero solo puri spiriti senza possibilità di esperienza.
La Luna Nera è dunque ciò che rende possibile l'esperienza e la crescita,rappresentate a volte come una "discesa agli Inferi". E ciò che va riconosciuto, accettato, ascoltato, integrato e quindi redento. Possiamo in parte paragonarla alla pietra grezza degli alchimisti, quella strana materia che va trasformata in oro puro: la pietra in se vale ben poco, ma senza di essa l'oro non potrebbe essere ottenuto.
Nella sua concezione originaria, dunque, Lilith era un aspetto della Dea. In quanto protettrice delle partorienti e dei neonati, rappresentava l'essenza divina della maternità, e perciò della vita e dell'inizio di ogni vita. In questo senso tutte le donne sono Lilith: perché la donna è vita, è fertilità, è passione, è trasgressione, è la bellezza di ciò che è stato creato.
Alcune moderne correnti di stregoneria, come la Wicca, conoscono tutto ciò e si rifanno per questa al nome di Lilith. Si tratta di cerchie in cui si ricerca il contatto con le energie terrestri e cosmiche, e nelle quali vige la cosiddetta Legge del Tre: tutto ciò che fai - di bene o di male - ti ritornerà indietro moltiplicato per tre. Coloro che abbracciano la Wicca cercano di vivere in un sentimento di unità e armonia con la Terra e con ogni essere vivente (altro che sacrifici di animali!...) e, soprattutto, di non ledere mai la libertà altrui. Stregoneria, in questo senso, è soprattutto il lavoro per trasformare se stessi.
I benpensanti, perciò - Chiese in testa - mettono in guardia la gente da un simile paganesimo, riesumando e insinuando sospetti di ogni genere e terribili paure.
Ma vi sono congreghe che si fermano all'aspetto demoniaco di Lilith, per cui l'uso che fanno del suo nome, così come le motivazioni alla base del loro agire, sono davvero indegne e oscure, nel senso peggiore del termine.
Oggi, faticosamente, si procede alla riscoperta del volto femminile di Dio. Da una parte se ne occupa il cosiddetto "nuovo paganesimo"; dall'altra e l'antroposofia a muoversi in questa direzione.
Ma nonostante i cambiamenti avvenuti negli ultimi decenni, tuttora viviamo in una società assolutamente maschile, dominata da tre grandi religioni patriarcali, dalle quali i miti antichi sono stati filtrati e trasformati.
Così i capelli di Medusa ora suscitano orrore, mentre un tempo simboleggiavano semplicemente la saggezza femminile. II serpente, infatti, rappresenta quasi sempre la saggezza e la conoscenza. Non è un caso che fosse uno degli emblemi di Atlantide.
Per poter interpretare correttamente un mito, perciò, è necessario liberarlo da tutti gli strati sovrapposti dalle culture e religioni successive.
Permane qualche ricordo ormai incomprensibile di ciò che veramente è Lilith: ad esempio nella radice del nome del giglio, che in latino e lilium. Le assonanze e le radici sono fondamentali nella cosiddetta "Lingua Verde". Non è strano che proprio il lilium simboleggi la purezza e che sia spesso associato alla Madonna, insieme alla rosa?
II lilium è collegato sia a Lilith che alla Madonna perché entrambe rappresentano, seppur in modo diverso, la donna innocente. II vero significato del lilium, e in particolare del giglio bianco, è infatti innocenza (oltre che regalità). Ma l'innocenza non ha niente a che vedere col fatto che nel terzo secolo san Girolamo, con calcolo, decise che Gesù era stato l'unico figlio di Maria.
Può sembrare strano, ma c'è un legame tra Lilith e la famigerata Lady MacBeth di Shakespeare.
Nonostante l'enorme differenza d'età, esse sono sorelle: perché abitano entrambe in quasi tutte le donne, di solito nelle profondità del loro inconscio, a volte più in superficie. Lady MacBeth è ciò che si può diventare a seguito dell'omicidio della propria Lilith. Perché l'ambizione sfrenata è solo il frutto della più grande insoddisfazione, e non ha altra radice.
D'altronde l'omicidio è invenzione di Caino, e la prevaricazione e invenzione di Adamo. Eva offriva solo le mele: dall'albero della conoscenza.


Maria Antonietta Pirrigheddùhttp://www.lunadivetro.it/scoperte/Lilith/Lilith.htm

 
 
 

La ragazza con il cagnolibo

Post n°53 pubblicato il 19 Febbraio 2012 da IOeMR.PARKINSON
 
Foto di IOeMR.PARKINSON

 

Ragazza con il cagnolino Cosa Posso saperne io? Ho parafrasato un haiku di Jack Kerouac. Perchè?

Devo andare indietro con la memoria. Quando mi sono trasferito nella città dove abito attualmente una delle prime cose che mi colpì fu una bellissima ragazza che abitava nella mia stessa strada. Quando ero a casa la vedevo sfrecciare in bicicletta: una figura snella, un corpo da modella, un viso molto bello e due occhi...si due occhi profondi ma nel frattempo vuoti. Qualche volta mi capitava di vederla a piedi: camminava con circospezione, senza guardare nessuno e si capiva dal suo sguardo che era vittima di un profondo stato d'ansia. Era come un cerbiatto smarrito.  Nel quartiere tutti la conoscevano e istintivamente la evitavano: non era normale sussurravano   e ne avevano paura. Ogni tanto scompariva,  per dei periodi di breve durata: dicevano che era ricoverata in qualche struttura ospedaliera e il vicinato respirava. Gli esseri umani che si credono normali hanno paura del diverso ed effettivamente quella ragazza era diversa. Non sto a sindacare questo atteggiamento delle persone che manifestano nei confronti di tutti gli altri individui ritenuti, a torto o a ragione, non conformi ad un cliché; non sono un sociologo! Qualcuno, fra quelli che si ritenevano più informati, diceva che una storia d'amore sfortunata l'aveva ridotta così e altri azzardavano storie più assurde e fantasiose, anche di maltrattamenti in famiglia! Gli anni sono passati, tanti anni ... e adesso che anche io, per certi versi, sono un diverso, grazie agli effetti collaterali che mi procura  mister parki, capisco quanto possa avere sofferto quella ragazza per l'emarginazione che subiva e per tutto quello che leggeva negli occhi delle persone " normali". Essa vive ancora nel quartiere, nella stessa casa  vicina alla mia, va meno in bicicletta ma in cambio si fa portare a spasso da un cagnolino, piccolo come una pulce, un po nevrotico, come tutti i cani che la crudeltà umana ha ridotto da formato maxi a formato mini! Gli anni sono passati anche per lei ma la sua bellezza non è sfiorita, anzi...; i suoi occhi sono più sereni e anche se il suo comportamento è meno sfuggente, infatti si ferma qualche volta a parlare con i vicini, si capisce che il suo problema di fondo non lo ha superato del tutto. Qualche mese fa era ferma, sul marciapiede a parlare con una vecchia signora (una di quelle che sanno tutto di tutti) che io conosco e con questa scusa mi sono fermato ad attaccare un bottone. La mia conoscente fa le presentazioni e poi per non smentirsi mi dice: " Sa, parlavo con L..... della stagione teatrale di prosa perché un amico comune, un attore che conosco, mi ha incaricata di porgere i miei saluti a L......e di dirle che in teatro tutti l'aspettano! Perché deve sapere che L....... era una bravissima attrice, una giovane promessa". Io mi accorsi dell'imbarazzo che queste parole avevano provocato nella ragazza, si perché sembra ancora una ragazza, salutai e passai oltre. Ma la curiosità mi rimase e cominciai a fare delle ricerche a nelle cronache teatrali dell'archivio del giornale locale, trovai un articolo che parlava di L ...... In parole povere riportava una notizia che riferiva che una promettente attrice, che stava per passare dai teatri di provincia a quelli nazionali, per una grave forma di esaurimento nervoso aveva dovuto lasciare le scene: si, l'articolo parlava proprio di L......Qualche giorno fa, al parco ho incontrato L......, ed io che non riesco più a farmi i fatti miei, con la scusa del cagnolino, le parlai di Susy, di una cagnetta che ci aveva fatto compagnia per tanti anni e poi non so perché le chiesi: 

 " ma non le manca il teatro?" e aggiunsi: "penso che per chi abbia calpestato anche per una sola volta le tavole di un palcoscenico, debba essere una esperienza indimenticabile!"  Mi guardò con una profonda tristezza mista a dolcezza e poi, dopo un attimo di silenzio eterno, mi rispose: "E vero! Non passa notte che io non sogni tutti gli attimi vissuti in teatro, in palcoscenico,  e non passa giorno che io non li rimpianga. Ma è andata così e ormai tutto ciò appartiene al passato! La L...... di quei giorni vive ancora inchiodata al tavolaccio di legno del proscenio mentre si inchina, sempre tremante, a raccogliere gli applausi! Oggi lei vede la larva di quella ragazza". "Ma...." accenno io. " E lei come se avesse letto nel mio pensiero: "no, signore mio, non potrei più tornare a recitare, anche se ricordo ancora tutte le parti a memoria! Sono Giulietta e anche Medea, sono la Locandiera e tante altre, ma per me stessa non sono più nessuna! Ho avuto paura....". 

E con queste parole, mi saluta,  mi lascia e si incammina lungo i viali del parco, con il suo cagnolino....

 
 
 
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