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BERSANI ED IL NUOVO PD (CON RUTELLI, SPERO)


BERSANI ED IL NUOVO PD (CON RUTELLI, SPERO)All'indomani della grande festa democratica delle primarie PD (TRE MILIONI AL VOTO!), mi sento innanzi tutto, di porgere un ringraziamento di cuore all'On. Dario Franceschini, per quanto fatto a favore della causa democratica. e nel contempo fare un sincero in bocca al lupo al nuovo segretario eletto Pierluigi Bersani, sperando che riesca ad offrire un'immagine nuova e migliore del Paese, tenendosi al di fuori da ogni scandalo morale e politico.
Mi auguro poi che venga mantenuta l'unità del partito e di tutte le forze lealmente democratiche, a prescindere da ogni differenza interna e oltre le stesse.E per questo che auspico l'unità del partito sul modello del Partito Democratico degli States, quando dopo le primarie ed i feroci scontri fra Obama e Hillary, si è poi rimasti insieme per dare un futuro migliore al Paese.E' per questo motivo - e anche perchè sono un'inguaribile nostalgico e ricordo ancora con le lacrime agli occhi le elezioni del 2001 - che spero veramente che Francesco Rutelli non se ne vada.
C’è qualcosa di difficilmente comprensibile nell’odio belluino di certi elettori e sostenitori del centrosinistra nei confronti di Francesco Rutelli, già deputato radicale, già fondatore dei Verdi, già sindaco di Roma, già ministro e vicepresidente del Consiglio, già candidato premier dell’Ulivo e forse prossimo transfuga del Pd. La sua più che vivace biografia politica non basta a spiegare l’acredine che lo circonda.Che a odiare Rutelli sia la sinistra estrema e comunista, oltre che la destra, è perfettamente comprensibile, anzi in un mondo normale l’antipatia riscossa da quelle parti dovrebbe allungare la colonna dei “pro” invece che quella dei “contro” di un leader del Pd. Ma che a detestarlo siano anche gli interpreti dello spirito-innovativo-del-Partito-democratico, è davvero un mistero.Penso che se si è affascinati dall’idea di un partito nuovo, riformista, sufficientemente liberale, lontano dalle vecchie tradizioni comuniste, socialiste, socialdemocratiche e pure democristiane, allora la persona che passa il convento è proprio Rutelli. Rutelli è l’unico dirigente del Pd che non è stato comunista. Che non è stato socialista. Che non è stato democristiano. E’ stato radicale, e non se ne vergogna. Com’è possibile che i giovani della generazione Pd, quelli che il-Pd-è-un-partito-nuovo-e-non-l’unione-della-tradizione-comunista-e-democristiana, non si schierino con lui? Per i contenuti, forse, cioè per una certa sudditanza nei confronti della chiesa in materia di fecondazione assistita e testamento biologico. Ma Rutelli è convinto che il fondamentalismo laicista sia una pesante zavorra della cultura di sinistra. Continuare a dividersi tra clericali e anticlericali, sostiene Rutelli, è una battaglia di retroguardia, vecchia perlomeno un secolo. Rutelli spiega che una cosa è essere laici, un’altra laicisti. Una cosa è non credere, un’altra è disprezzare “il significato popolare della presenza religiosa nello spazio pubblico”. E se non si capisce la differenza, bisognerebbe chiedere a Barack Obama. Rutelli non è antiamericano, non è antioccidentale, non è anti israeliano e già solo questo lo qualifica non poco rispetto ad altri. Ha rapporti seri e consolidati con il Partito democratico americano, quello vero. Resta il fatto che se in Italia c’è qualcuno anche solo lontanamente (lontanamente) paragonabile a un gigante del riformismo europeo come Tony Blair, conversione al cattolicesimo compresa, o all’esperienza di governo dei democratici Usa, questo è Rutelli. Il curriculum è perfetto, ma nel Pd non rappresenta nessuno. Sarà costretto a uscirne? La colpa del fallimento può essere certamente sua. Oppure è vero che il Pd è “un partito mai nato”, come dice nel suo ultimo saggio.Insomma io tifo per Rutelli e - che è lo stesso - per l'Unità e la genuina Democraticità, di quello che è chiamato ad essere partito di alternanza e non solo di opposizione, come saggiamente dice il nuovo Segretario Pierluigi Bersani.