Jeremy Wariner

Sweet Jeremy...


Le scarpe d’oro hanno rubato altri 5 centesimi al mito. Jeremy Wariner ha aggiunto un altro dettaglio e un altro tempo alla sua caccia al record. Vive per essere l’uomo capace di abbassare il limite dei 400 metri, fermo a 43"18 dal 1999, da quando Michael Johnson lo ha sequestrato. Wariner è il suo clone bianco, ieri ha aggiunto un altro oro mondiale e un altro personale, 43"45, al suo percorso netto. Primo sopra un podio tutto americano: LaShawn Merritt è sceso per la prima volta sotto i 44" (43"96) e Angelo Taylor ha preso il bronzo in 44"32. «Bello che ci sia altra gente che scende, vuol dire che si andrà più veloce, che la competizione ci spingerà ad accelerare». Il suo programma di avvicinamento è passato da Osaka e ora andrà oltre, la vede così «una corsa dopo un’altra corsa e ognuna porta al tempo successivo». È l’atletica vista da Matrix, un calcolo matematico in un universo parallelo dove non si perde tempo con la stampa, si firmano pochi autografi e non ci si toglie mai gli occhiali neri. Al massimo si cambia la montatura, stavolta era un rosso tecnologico luccicante. «Vincere è normale, quel che conta è abbassare i centesimi, ho fatto il personale quindi sono soddisfatto». Ha lo stesso allenatore di Johnson, Clyde Hart, segue la stessa tabella di allenamento, confronta i tempi con quelli di Mr Record che oggi è suo manager e ora ha anche le stesse scarpe, sponsor e oro.«Il mio primo ricordo dell’atletica è Atlanta 1996, gara dei 200 vinta da Johnson con il record più impressionante della storia: 19"32. Avrei voluto essere lì». Invece era un ragazzino di Waco, la città del massacro, e allora non aveva ancora iniziato a correre. Ha deciso a 16 anni, quando si è arreso al primo sogno mancato e ha mollato il football, «anche se negli Usa riconoscono solo quarterback e cestisti, io passo del tutto inosservato». Non in pista dove cede ai propositi di record, ma tira come un pazzo.Non è cattivo come sembra, a differenza del mentore Johnson è un timido vero. Al liceo lo chiamavano Pookie, il soprannome che tradizionalmente gli afroamericani danno ai loro pupazzi. Sembrava assurdo pretendere di correre i 400 insieme ai neri, invece li ha battuti tutti e non è più prendibile. Gareggia solo con il cronometro e l’omaggio delle scarpe oro sa di feticcio, più che imitazione, un ricordo.«So che ho il risultato di Michael a portata di mano, mi confronto con lui ogni giorno, non nelle corsie. Il coach conserva i suoi riferimenti e io a ogni allenamento so se ho fatto meglio o peggio di lui». Di certo è più giovane di quanto non lo fosse Johnson quando ha fatto i 43"18, ha solo 23 anni. «La mia fortuna è che riesco a essere calmo in pista come lo sono fuori». Fino a che è davanti alle telecamere. Al golden Gala di Roma, nel 2006, ha vinto, migliorato il personale di allora ed è sfilato via protetto dai soliti occhiali. Appena solo ha vomitato, il suo fisico aveva ceduto di colpo. Anche il supercalcolatore Wariner, qualche volta, esce da Matrix e si scopre umano.