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Calcio, tette e popoli alla deriva


Il calcio può dire molto di un popolo. Riassumerne l'essenza intima, primordiale. Rivelare con brutale sempliità il modo in cui un paese s'evolve, regredisce, rantola in ginocchio, è sul punto del collasso sociale, economico. Di come stia sfociando nella più atroce e grottesca dittatura subumana. Il più acuto pensatore visionario può persino palparne la cultura che va a morire, spiaggiato come un delfino suicida. O per lo meno ci si può illudere che sia così. Ma le coincidenze sono spaventose, implacabili. Più di ogni trattato filosofeggiante, o pedante dottrina politica elaborata da qualche pazzo melgalomane con la gotta. "Ok, ok, l'amico ha il cervello in pappa. Ha bisogno dell'ausilio di un luminare che gli stringa le valvole, unga gli ingranaggi del cervello.". Già me li figuro, i pochi disperati che leggeranno questa dissertazione senza senso. Smidollata, non più di altre cose. Degna come tale di finire nelle più grandi librerie universitarie del paese. Ammesso che la nuova finanziaria non taglieggi con destrezza anche quelle.L'idea malsana, m'è venuta in mente guardando tre mezze partite del recente mondiale di calcio. Ventidue ragazzotti ingellati che si didibattono dietro ad una sfera di cuoio. Eppure c'è molto più dello schiaffare con forza o dolcezza ricercata una biglia in una rete. No, non sto certo riferendomi alle implicazioni sessual-socio-psicologiche del football, elaborate da un seguace della teoria freudiana applicata all'omosessualità dei molestatori di capre tibetane, state sereni. C'è molto di più. O tantissimo di meno. A seconda.Prendete la Germania. E' dall'alba dei tempi, che la nazione dei crauti e del nazismo veniva indicata come materializzazione della spartana e legnosa concretezza. Rummenigge, Matthaeus, Aughentaler. La Germania portava in sé la cameratesca organizzazione di squadra. Disciplina, pochi fronzoli, nessun maramaldeggio fine a se stesso. Ma solo risultati pratici. "Il calcio è quel gioco per cui 22 uomini rincorrono la palla per 90 minuti, ma alla fine vincono sempre i tedeschi.". Lo disse Lineker, Woody Allen o Homer Simpson. Non mi ricordo. Ma somigliava alla tragica realtà, una frase pronuciata quasi con rassegnazione sconfortata. La bruttezza e la vittoria (o quasi) di stampo teutonico hanno caratterizzato il dopoguerra pallonaro.L'Italia è invece sempre stato il popolo del sapersi arrangiare. Fascisti disorganizzati, pusillanimi, cagasotto e venduti. Arruffoni, confusionari. Caciaroni e mascalzonacci, ma capaci ogni tanto (spesso) di saper accendere una geniale miccia goduriosa anche nel calcio. Una fiamma improvvisa, tipica di un popolo che, bene o male, riesce sempre a farcela. Un guizzo di Baggio all'ultimo minuto, l'eroe improvviso Paolo Rossi. Grosso, persino Grosso, terzino di buon mestiere trasformatosi in eroe che ci fa destare e credere un popolo migliore.Nel 2010, ed è qui che la riflessione filosofica si fa più profonda fino a sfociare nella demenza illuminata, sembra mutato tutto. L'italia è un'accozzaglia senza senso e senza anima. Rancorosa e chiusa a riccio, fiera della propria insensatezza smidollata. Un gruppo di pastafrolla, su cui costruire vittorie che nemmeno il più fervido dei fantasiosi autori di favolette poteva azzardarsi a prevedere. Nessun guizzo, nessuno spiraglio per l'anarcoide lampo di genio. Le improvvise e folli invenzioni dello scugnizzo che rubava i motorini a Bari vecchia, o le brade corse di un ragazzo del Ghana cresciuto nel bresciano. Pazzo, pazzo vero come un cavallo del palio di Siena scosso che prosegue sbuffando la sua folle corsa senza una meta razionale. Odiosi, indisponenti, antipatici. Ma gli unici a poter donare quella scintilla dell'imprevedibile, che è nel nostro dna. Grande coesione, e poi il fulmine. Invece eccoci, come una specie di regime alla deriva, morto. Che va incontro al suicidio chiuso a riccio nelle sue convinzioni che suonano come una dolce morte premeditata. Anche nel calcio.Vetusti schemi ed uomini anziani, incapaci di guardare in faccia le nuove realtà multietniche, la tecnologia, la preparazione e la rinascita che comincia dalle scuole. E' la fotografia di Berlusconi che sorride subnormale e ammicante, e poi cita "gogòl". Si parla di calcio o politica? Fors'anche di televisione. Osservate la sagra paesana del mondiale sulla rete nazionale. Un cetaceo che spara fieramente frescacce, un anziano giornalista che di calcio non sa nulla e delira. Un tizio baffuto che pare "crisantemi" de "l'allenatore nel pallone". E lancia rutilanti battutine raggelanti e surreali sul "quartetto cetra". E poi, ovviamente, la sciacquetta gnocca ed ignorante come una capra, stupida per copione perchè magari la poveretta è più intelligente di Rita Levi Montalcini. Ma fa ridere e sollazza doppiamente l'uomo. E' tutto legato. E' il dipinto dell'Italia, che diviene amaramente comico osservando quanto accade nel mondo civile, nella ex Germania nazista, una volta noiosa, pedante e generalesca. Una nazionale teutonica di calcio divertente, briosa, che si lascia guardare con piacere. Che probabilmente non arriverà in fondo come in passato accadeva spesso, ma diverte lo spettatore. Ragazzi giovani, schemi freschi e accattivanti. Naturalizzati turchi, africani e brasiliani. Un popolo che attua l'integrazione anche nel calcio. Il belpaese non riesce ad attuarlo nella vita pulsante di tutti i giorni, figuriamoci nel pallone. Fermi e ingessati su posizioni ultranazionalistiche, in ogni campo. E' tutto riassunto nella frase del giovane e potente uomo della provvidenza: "L'Italia deve mantenere le sue origini, non sarà mai multietnica". Parole dense di xnenofobo razzismo che sembrano pronunciate da un generale dell ss settant'anni fa. Invece viene dalla bocca di chi blatera di libertà. Libertà che si mesciano con l'impunità estrema di colui che deve condurci alla rinascita, governando assieme a sacche di squadracce nere e verde padania. E tutto si nota guardando una partita di calcio. Potrebbro scoppiare le guerre, osservando una partita. Figurarsi storie immaginarie. E' così che si diventa pazzi, ne sono consapevole.Ma tornando al calcio, ed ai tempi moderni, c'è stato un episodio che ha scatenato questo articolo arruffato, senza senso, senza capo nè coda. Senza una tesi e nemmeno un obiettivo di fondo, come nei problemi di trigonometria appllicata alla sociologia: In Germania, un'associazione di consumatori ha stabilito che la presidentessa tedesca Angela Merkel non può andare in Sud Africa per vedersi Argentina-Germania. Sarebbe spesa inutile che graverebbe sul popolo. Balza all'occhio una differenza tremendamente avvilente rispetto ai nostri assolati e ridenti lidi. Qualcuno avrà pensato alla più evidente: I tedeschi hanno un presidente donna, e poco attraente. Di quelle che il megapresidentssimo definirebbe con una raffinata boutade "più bella che intelligente". Qui, al limite si dà il contentino a qualche ministressa avvenente, smutandata e smidollata, scappata alla sorte da velina in pensione. Ma non è questo il nocciolo, il sugo della questione. La Germania ha un'organizzazione, ed un'associazione che tutela realmente il popolo. L'Italia è il paese dei voli di stato usati per organizzare bieche orgette di ominidi attempati, impotenti e bavosi. E il paese dove si concedono appalti in cambio di abbonamenti in case di cura con mignottoni camuffati. E' il magnifico luogo di "Alice nel paese delle meraviglie" dove un ministro paga una casa con vista Colosseo allo stesso prezzo con cui una famiglia paga un monolocale con vista mondezza. Ovviamente, a sua insaputa.E quelli erano i nazisti. Quelli che un dittatorello attempato, con livore del despota posticcio, accusava con veemenza del passato, citando Kapò.