Ce l’ha fatta ancora. Come uno slanciato centrattacco l’ha inzaccata di testa, nell’angolino. Ed esulta, lui ed il suo stuolo di devoti e striscianti galoppini delle libertà tiranniche. Era dato per agonizzante, comatoso, defunto. Un despota coi giorni contati prima del giorno del giudizio. Ma ancora una volta non sono riusciti a schiacciare la testa del serpente. Inettitudine evidente delle opposizioni, ed abominevole capacità del gran serpente di rigenerarsi, rinascere nel giro di un mese. Esattamente il tempo che gli è stato regalato. Quaranta giorni per ricucire le fila, mettere in movimento l’atroce macchina del proprio potere massonico, corrompere, gridare in modo scomposto al complotto, comprare voti con affanno mercanteggiante e risorgere. Ha riacquistato il potere, ed ha vinto. E’ invincibile. Ed anche la tanto vituperata “vittoria di Pirro” ora consentirà al diabolico tiranno di dettare legge. Scegliere se andare alle elezioni. I suoi governi sono un unico, continuo, spot elettorale. Bastava votare la sfiducia qualche giorno dopo la presentazione della mozione, ed il tiranno sarebbe caduto. Invece eccolo lì, giubilante e vittorioso che sorride e rotea i pugni al cielo. Gli è stato gentilmente concesso un mese in più anche dalla corte Costituzionale, chiamata a pronunciarsi sul legittimo impedimento, quel covo di comunisti che divorano bambini gli ha dato ossigeno, pensa te. Scilipoti ed un manipolo di personaggi picareschi acquistati per due lire, dopo notti di insonni ripensamenti, hanno ridato vita al mostro “che divora la pianura”, gli ridanno vita politica. Per tre voti. In questo guazzabuglio nauseabondo che dovrebbe essere la politica italiana, bastano tre voti comperati come al mercato ortofrutticolo rionale. Niente di nuovo sotto questo sole. Una Politica che è il risvolto più ripugnante e corrotto delle società italiana. La lotta per il potere che si vince con la corruzione. Vince e va avanti chi bara, ruba, compra. Chi corrompe vince, ottiene il potere, appalti, lavori, successo. Una marasma di rivoltante ed indegno, che non si riesce ad abbattere dalla testa. Il padrone dell’Italia è lì, sempre in piedi, ed a farlo cadere ci vogliono i cannoni.Ci provano i ragazzi a fare la rivoluzione. In ogni città d’Italia. Studenti soprattutto, ma anche cassintegrati, disperati, disoccupati, immigrati. E in mezzo a loro i soliti infiltrati ad arte per svilire la forza della protesta. Qualcuno riuscirà mai a capire e dirci chiaramente chi sono i mandanti di questi vergognosi infiltrati, pagati per i loro numeri? Verrà mai quel giorno? E' una storia vecchia, ormai. Ci provano i manifestanti veri, perché consapevoli di non avere un futuro. E secondo il serpe e i suoi sguatteri, dovrebbero rimanere a casa sui libri, a studiare per diventare precari. O al limite “a guardare le ragazze come facevo io alla loro età”, parole e musica del Megapresidente illuminato.In ogni città infuria la protesta, tra gli scranni del parlamento va in scena la pantomima. Ridicola, comica, a tratti patetica. Ercolino assiste, mentre con una biro corregge uno ad uno i discorsi dei suoi fidi sguatteri, aggiungendoci delle chicche. Come il solerte maestrino dei subumani che hanno fatto il compitino da seconda elementare. Un picco di genuinità lo si ha solo con Maria Antonietta Concioni. “Non posso votare la fiducia ad un presidente secondo cui Eluana Englaro era capace di generare”, dice. Qualche refolo di verità anche per Bersani, che rimprovera l’unto puttaniere miliardario di aver perso il contatto con la realtà. “Lei lo sa che da gennaio grazie alla sua manovra una corsa dell’autobus costerà un euro e mezzo? Non sono tutti miliardari in questo paese, lo sa?”. Gli dice. Peccato, poteva spingersi più in là. Completare dicendo che non tutti sono come quelle puttanelle invitate ai festini e che viaggiano con le auto blu, ma c'è gente che prende i mezzi pubblici. Non tutte le extracomunitarie sono Ruby cui regala sette mila euro, ma lavorano nei cantieri per seicento euro al mese. Il concetto di Bersani era buono, andava completato. Troppa demagogica realtà dei fatti, forse. Ci pensa Di Pietro. Invita il Premier a consegnarsi alla magistratura come un Noriega qualsiasi. Ello, sdegnato, si alza e lascia l’aula tra gli applausi e lo sguardo commosso dell’equina Brambilla. Cosa avrà mai detto di strano Di Pietro? La banalissima realtà dei fatti che non si possono dire. E quando si è d’accordo con Di Pietro è il segno che la deriva è stata passata da un pezzo. Quando la presunta demagogia è soltanto tragica realtà. E molti s’indignano.Poi è un bailamme desolante di urla e risse sfiorate. Eccoli lì, quei moderati che tanto esalta ed invoca il sultano. Si sfiora la rissa da stadio. Una certa Catia Polidori, introvabile (forse rapita) da giorni, vota per la fiducia al governo. Lei, una fedelissima di Fini. “Cagna!” la epiteta il finiano Granata dando inizio alla quasi rissa. La bionda è una delle capesse del Cepu. Ci vuole poco per comperare una del genere. Basta minacciare ritorsioni per la sua azienda e nessun fondo da implementare dopo la riforma Gelmini. A pensare male si fa peccato, ma ci si sbaglia raramente. Scilipoti tuona la sua lacerante decisone per il bene dell’Italia. E per la vilipesa libertà dell’agopuntura, trascurata dal suo partito.“Il Parlamento respinge la mozione”. Per tre voti. Esulta il popolo dei subnormali tra gli scranni. Il governo di Cepu e dell’agopuntura resiste. Per tre voti. Ed ecco i MODERATI in tutto il loro splendore giubilante. Gasparri indirizza un gestaccio al presidente della Camera, cospiratore e comunista. La Russa scatta in piedi e dà inizio ad inni balilla. Vogliono la testa di Fini, i gran moderati del paese. Ercolino è raggiante, fiero di quel maniche imbarbarimento delle istituzioni, della politica e del mondo che egli ha creato. Mentre a parole evoca la moderazione responsabile. Intonano canti di quella “moderazione e ragionevolezza” che gli appartiene e che ello invoca a gran voce. “Dimissioni! Dimissioni!”, gridano rivolti a Fini. E poi, l’accattivante: Dimettiti coglionazzo!” che neanche ai mercati del pesce. Il decoro svilito da Di Pietro è finalmente riacquistato dal Parlamento, con odi così delicate. E moderate, soprattutto.Si chiude con l’apice del surreale tragicomico. Uno sventolio di tricolori da parte degli adepti. Un filo di imbarazzo per i secessionisti padani che quel tricolore lo hanno materialmente e ideologicamente bruciato. Ma sono talmente contenti che ci passano sopra, intonando “Va pensiero”. Meriterebbro d'esser spediti in un isolotto. Circondati da squali affamati, destinati a morire di fame i poveretti, dovessero cibarsi solo dei loro cervelli morti, grandi come un nocciuolo di ciliegia.Viva l’Itaglia, Viva La Padania libera! Viva Silvio e viva Scilipoti!”.