RISVEGLIO INTERIORE

Differenza fra fatalismo e arresa


La parola “fatalismo” induce, allude, alla rassegnazione: ha un "no" nel suo sfondo. La stessa parola, invece, vista alla luce della consapevolezza è Accettazione. Questa è un senso d'impotenza cosciente sorretta però da un sì, da un sereno abbandono cooperante al flusso vitale.La differenza è fondamentale: con il "no" impotente c'è la passività permanente come compagna di viaggio, inattività stagnante, mentre con l'Accettazione, ovvero con il "sì" fiducioso, non attivato dal senso dell'ego, l'impotenza passiva si trasmuta in potenza co-creativa non personale. Perchè dalla nozione che si hai del cosiddetto fatalismo, si può dire cosa abbia in comune o meno con il Wu wei, il “non agire” Taoista. Se usiamo la mera accezione da vocabolario, il fatalismo e Wu wei hanno ben poco da spartire. Hanno in comune solo un'apparenza concettuale.Infatti, qui in occidente, di questo termine – fatalismo - si ha una nozione negativa, la quale riflette una disposizione d'animo connotata da una triste rassegnazione di fronte agli eventi, che constata la realtà delle forze che sovrastano le nostre piccole volontà, davanti alle quali ci sentiamo impotenti. Invece sto tentando di far notare la differenza fondamentale che esiste fra il concetto di rassegnazione- fatalismo con quello di accettazione- abbandono, arresa.Per me, sono spiritualmente e metafisicamente opposti. Assumere un atteggiamento invece dell'altro cambia completamente l'approccio alla vita. In uno, il fatalismo è il "ciò che è" preso sostanzialmente bene, in fiducia; nell'altro invece è sempre il "ciò che è", ma questi è sopportato, subito malvolentieri. Il fatalismo è un' interpretazione... sia del passato sia del possibile futuro. E' una attività della mente. Una concettualizzazione del tempo.Il Wu wei è piuttosto una totale aderenza al presente: per cui non specula, filosofeggia, su quel che è stato o quel che potrebbe essere. Non da spazio alla fantasticheria... si attiene al ciò che accade momento dopo momento. In questa naturalezza, non gravata dal pensiero speculativo, dal sofisma, non si postula nemmeno il concetto di fatalità. Esso è la stessa fatalità, l'eterno presente, istante dopo istante, cos’ì com’è. In esso non c'è divisione fra pensiero e azione. E, non essendoci divisione interna, non c'è dualismo fra il soggetto che compie l'azione e l'azione stessa. Per questo si dice che questa è "non azione". Questo tipo di azione è spontanea: non è deliberata e calcolata da un soggetto che crede di agire personalmente, mentre in realtà è agito dal Tutto. Se invece ne è consapevole allora è arreso e fluisce nel Tao, serenamente.