L’aria è pregna di sapori, e della sensazione che in meno di un’ora accadrà qualcosa di speciale. E’ il mio secondo concerto, il primo in uno stadio, il primo in tribuna numerata, ed in un posto così lontano dal palco da farti credere che forse non ne sia valsa poi tanto la pena di spendere 80 euro… ma man mano che la folla cresce, quel pensiero scappa via… Il cellulare funziona a tratti, parte dei miei amici sono sulla tribuna opposta, e si inganna l’attesa tra un “dove siete” e un “noi ti vediamo benissimo” cercando tra mille persone. Almeno 5 euro spesi per beccarli, ma alla fine ci si riesce, ed è come sentirli accanto e vedere il concerto assieme. Mi guardo intorno, ed una fila davanti a me, c’è un ragazzino, pressappoco tredicenne, qualche segno di acne giovanile in viso, due occhiali sottili, e l’aria tipica e stranamente dolce del “soggettone” di scuola che tutti avremmo schernito se fosse stato nostro compagno di classe. Esile, capelli scuri con la riga di lato, accompagnato da suo padre, un distinto signore che ha evidentemente fatto di tutto per vestirsi “casual” dato l’evento. E’ riuscito a dismettere la cravatta, e la giacca, ma più in là di quello non è riuscito ad andare, ed allora rimangono i pantaloni classici, la camicia a righe, la sottile cinta di cuoio ed i mocassini.E’ un po’ spaesato, appena arrivato ha pulito con un fazzoletto il proprio sedile, poi ha aperto lo stesso fazzoletto e lo ha appoggiato sul sedile del figlio, per evitare che anche lui si sporcasse. Il ragazzino lo ha ringraziato, e per una volta ha evitato di riprenderlo tirando fuori l’aria dei ragazzini quando crescono e cominciano a pensare che i genitori non capiscano un cazzo e di dirgli che “tanto ai concerti non ci si siede praticamente mai”. La sera scende, calano le luci, e l’anima ti trema di emozioni, per qualcosa che in fondo è solo un grande spettacolo, ma che in quel momento è quanto di meglio si possa sperare dalla vita. Non mi interessa parlare del concerto, a quello ci penserà qualcun altro. Sono le sensazioni a margine che mi piacciono, quelle banali, quelle troppo poco importanti da meritare un apposito post su di un forum.. La musica comincia, va avanti, in un tripudio di applausi, gioia e voci che gridano. Il prato è pieno a tre quarti, poco dietro la calca alcuni ragazzi ballano, altri rimangono stesi a terra, a guardare il cielo che attorno ha qualche nuvola, ma è terso proprio sullo stadio, come se le stelle fossero comprese nel prezzo del biglietto.Stesi, dicevo, forse non per tutti è importante guardare il concerto, forse è importante soltanto esserci, il resto non conta… Su “One” i due ragazzi davanti a me si baciano, ed un pizzico di nostalgia mi punge il cuore; sugli spalti di fronte a me, tra i miei amici, c’è una ex che non vedo da tanto ma a cui inspiegabilmente voglio ancora tanto bene e che mi manca un po’. Bono parla di pace, e tutti applaudono, e penso che questi messaggi sono meglio di mille angelus papali, e che ci vorrebbe un concerto così per tutti, ogni domenica mattina, piuttosto che un sermone della bibbia. Tra me e chi mi siede a sinistra è calata la tranquillità dopo giorni di velato astio, se ci fosse sempre un concerto per questi momenti sarebbe bellissimo. Il ragazzino si gira verso il padre, evidentemente assordato dalla musica e che probabilmente sogna il lieve e dolce stridio di violini da concerto, e gli da una pacca sulla spalla.E’ un gesto veloce, istantaneo, è tutto quello che gli è dato di fare; sta crescendo, è quasi un uomo, ma quella pacca vale un abbraccio immenso, è un “grazie per avermi portato al più fantastico evento dell’anno, del decennio, di tutta la mia vita”.Era tutto ciò che serviva ad un padre per sapere di aver fatto felice il proprio figlio. Gli abbracci ed i baci di bambino hanno adesso la forma dei sorrisi e della sua gioia mentre salta al ritmo della batteria di Larry Mullen, e quello basta. Il concerto finisce, “the end” sullo schermo dietro il palco. Si va via con la stanchezza addosso ed i piedi doloranti, non ricordo se io sia stato mai altrettanto felice di tutto questo dolore… Grazie a chi mi ha convinto ad andare. g.
CONCERTO (Luglio '05)
L’aria è pregna di sapori, e della sensazione che in meno di un’ora accadrà qualcosa di speciale. E’ il mio secondo concerto, il primo in uno stadio, il primo in tribuna numerata, ed in un posto così lontano dal palco da farti credere che forse non ne sia valsa poi tanto la pena di spendere 80 euro… ma man mano che la folla cresce, quel pensiero scappa via… Il cellulare funziona a tratti, parte dei miei amici sono sulla tribuna opposta, e si inganna l’attesa tra un “dove siete” e un “noi ti vediamo benissimo” cercando tra mille persone. Almeno 5 euro spesi per beccarli, ma alla fine ci si riesce, ed è come sentirli accanto e vedere il concerto assieme. Mi guardo intorno, ed una fila davanti a me, c’è un ragazzino, pressappoco tredicenne, qualche segno di acne giovanile in viso, due occhiali sottili, e l’aria tipica e stranamente dolce del “soggettone” di scuola che tutti avremmo schernito se fosse stato nostro compagno di classe. Esile, capelli scuri con la riga di lato, accompagnato da suo padre, un distinto signore che ha evidentemente fatto di tutto per vestirsi “casual” dato l’evento. E’ riuscito a dismettere la cravatta, e la giacca, ma più in là di quello non è riuscito ad andare, ed allora rimangono i pantaloni classici, la camicia a righe, la sottile cinta di cuoio ed i mocassini.E’ un po’ spaesato, appena arrivato ha pulito con un fazzoletto il proprio sedile, poi ha aperto lo stesso fazzoletto e lo ha appoggiato sul sedile del figlio, per evitare che anche lui si sporcasse. Il ragazzino lo ha ringraziato, e per una volta ha evitato di riprenderlo tirando fuori l’aria dei ragazzini quando crescono e cominciano a pensare che i genitori non capiscano un cazzo e di dirgli che “tanto ai concerti non ci si siede praticamente mai”. La sera scende, calano le luci, e l’anima ti trema di emozioni, per qualcosa che in fondo è solo un grande spettacolo, ma che in quel momento è quanto di meglio si possa sperare dalla vita. Non mi interessa parlare del concerto, a quello ci penserà qualcun altro. Sono le sensazioni a margine che mi piacciono, quelle banali, quelle troppo poco importanti da meritare un apposito post su di un forum.. La musica comincia, va avanti, in un tripudio di applausi, gioia e voci che gridano. Il prato è pieno a tre quarti, poco dietro la calca alcuni ragazzi ballano, altri rimangono stesi a terra, a guardare il cielo che attorno ha qualche nuvola, ma è terso proprio sullo stadio, come se le stelle fossero comprese nel prezzo del biglietto.Stesi, dicevo, forse non per tutti è importante guardare il concerto, forse è importante soltanto esserci, il resto non conta… Su “One” i due ragazzi davanti a me si baciano, ed un pizzico di nostalgia mi punge il cuore; sugli spalti di fronte a me, tra i miei amici, c’è una ex che non vedo da tanto ma a cui inspiegabilmente voglio ancora tanto bene e che mi manca un po’. Bono parla di pace, e tutti applaudono, e penso che questi messaggi sono meglio di mille angelus papali, e che ci vorrebbe un concerto così per tutti, ogni domenica mattina, piuttosto che un sermone della bibbia. Tra me e chi mi siede a sinistra è calata la tranquillità dopo giorni di velato astio, se ci fosse sempre un concerto per questi momenti sarebbe bellissimo. Il ragazzino si gira verso il padre, evidentemente assordato dalla musica e che probabilmente sogna il lieve e dolce stridio di violini da concerto, e gli da una pacca sulla spalla.E’ un gesto veloce, istantaneo, è tutto quello che gli è dato di fare; sta crescendo, è quasi un uomo, ma quella pacca vale un abbraccio immenso, è un “grazie per avermi portato al più fantastico evento dell’anno, del decennio, di tutta la mia vita”.Era tutto ciò che serviva ad un padre per sapere di aver fatto felice il proprio figlio. Gli abbracci ed i baci di bambino hanno adesso la forma dei sorrisi e della sua gioia mentre salta al ritmo della batteria di Larry Mullen, e quello basta. Il concerto finisce, “the end” sullo schermo dietro il palco. Si va via con la stanchezza addosso ed i piedi doloranti, non ricordo se io sia stato mai altrettanto felice di tutto questo dolore… Grazie a chi mi ha convinto ad andare. g.