L’autostrada scorreva veloce sotto le ruote dell’auto, diritta come una stecca da biliardo.Puntava spedita verso l’aeroporto, mentre gli aerei passavano sopra gli automobilisti a poco più di un centinaio di metri dalle loro teste. Se non ci fosse stato lo spartitraffico colmo di ortensie in fiore, a dividere le carreggiate, non sarebbe stato assurdo pensare che la pista d’atterraggio fosse proprio quella.I cartelli lungo il percorso si facevano più fitti man mano che ci si avvicinava, indicando le deviazioni per i terminal d’arrivo e partenza e gli spazi dedicati alle singole compagnie aeree. Frequentare un aeroporto era un toccasana, una panacea per quasi tutti i suoi mali interiori.La spiegazione non era a portata di mano, ma la tranquillità giocava un ruolo fondamentale; in particolar modo quando la sua presenza in uno scalo non era giustificata da alcun trasferimento. L’idea di essere in un luogo dedicato ai viaggi, ma con la consapevolezza di non dover andare da nessuna parte, gli dava la stessa sensazione di distacco e superiorità di quando ci si trova a passare per il proprio luogo di lavoro, sapendo di essere in ferie.In ogni caso, qualunque fosse la motivazione della sua presenza in aeroporto, aveva sempre l’abitudine di arrivare almeno un ora prima del necessario. Il tutto per porter bere un caffe di fronte alle vetrate che davano sulle piste. Ed in quel caso particolare, sulla pista 14R del terminal C. I ragazzi del bar lo trattavano ormai come un amico, gli offrivano il solito “Macchiato freddo”, in cambio di una sigaretta a testa. Lui prendeva il bicchierino monouso, vi rovesciava dentro una bustina di zucchero di canna, per allontanarsi poi con un sorriso di commiato in direzione del panorama. Alle 18.30 partiva il volo AZ1326, quando non era in ritardo.Un Airbus A-380 nuovissimo, diretto a Singapore senza scalo.Erano le 18.20 e l’aereo era già in fase di rullaggio sulla corsia che portava a fondo pista. L’aria bollente sputata fuori dai reattori sotto le ali, rendeva il profilo posteriore dell’aereo sfocato e tremolante; intanto, la piazzola di sosta dalla quale era partito, veniva rapidamente liberata dai veicoli di servizio, per far posto al prossimo arrivo. Si sedette continuando a sorseggiare il caffè, aspettando che il l’Airbus arrivasse in fondo e si fermasse di traverso, in attesa del via libera dalla torre di controllo.Una voce più che giovane interruppe i suoi pensieri suggerendo – E’ finito… -Lui girò la testa, con ancora il bicchierino tra i denti, guardò il bambino che non poteva avere più di 5 anni, poi allontanò il monouso dalle labbra per guardarvi dentro.In effetti non erano rimasti che un paio di granelli di zucchero, annegati nei fondi di quello che un intenditore non avrebbe mai osato chiamare caffè.Così sorrise, e con un flebile – In effetti... – porse il bicchierino al bambino: - vuoi gettarlo tu? – - Fallo tu! – rispose il piccolo con un’aria un po’ diffidente, che denunciava in maniera inequivocabile i buoni insegnamenti dei genitori.- Obbedisco! – rispose.- Che fai? –- Guardo gli aerei partire, ti piacciono gli aerei? Il bambino fece un sì convinto con la testa, correndo poi verso il vetro e schiacciandovi contro il naso. Mise le mani ai fianchi della testa, per non essere disturbato dai riflessi, e rimase in silenzio a guardare. Mentre l’A-380 prendeva posizione, apparvero i fari di un altro aereo, probabilmente un 737, in fase di atterraggio sulla stessa pista.Il bambino si girò spaventato gridando: -si scontrano! –-No, no che non si scontrano, quello di sotto aspetta. – rispose lui calmo. Il 737 proseguì la propria dicesa oltre l’Airbus, posando le ruote sulla pista, con uno sbuffo di fumo, un centinaio di metri più in là. Il bambino lo guardò e sorrise, poi chiese indicando il cielo:- Cosa sono quelle? –- Sono scie, gli aerei, quando volano alti nel cielo, lasciano le scie - - E cosa sono le scie?- Sono…. – come si fanno a spiegare ad un bambino di 5 anni concetti come la condensazione, ed i fumi di scarico? - Sono le strisce che ti dicono da dove viene un aereo. E dove vuole andare.- Le scie sono un po’ come il passato di una persona, segnano il tuo cammino agli occhi di chi guarda. E come le scie, che guardandole ti fanno dare per scontato da dove un aereo sia venuto e dove sia dirretto. Allo stesso modo il passato imprime nella testa di chi ti ha conosciuto, un immagine di ciò che sei. Se sei cambiato, se sei diverso dall’impressione che hai dato in quell’attimo in cui ti hanno osservato, non conta. Come non conta il tratto di strada che un aereo ha fatto prima di lasciare la sua scia nel cielo. Per chi ti guarda tu sei e sarai ciò che loro hanno visto, nient’altro che quello.I ricordi possono essere un bene prezioso, ma anche dei pericolosi consiglieri, tanto tenaci da rendere quasi impossibile sradicare le convinzioni di chi ha confuso immagini e realtà, passato con presente. Riprese contatto con il mondo che lo circondava, quando una mano gli si poggiò sulla spalla: - Amore, che fai inginocchiato? Si alzò guardandosi attorno in cerca del bambino, che noncurante era tornato dalla madre seduta la bancone del bar a chiacchierare, poi chiede sorridente: - Ciao tesoro, come è andata oggi?- - Hmmm… sono distrutta, il volo è stato pieno di turbolenze ed i passeggeri non hanno fatto altro che lamentarsi tutto il tempo. A volte penso che sia giunto il momento di cambiare mestiere. Portami a casa, ti prego. Si incamminarono verso l’uscita mentre lui osservava l’A380 prendere velocità e sollevarsi dalla pista.A volte si riesce a far cambiare idea alle persone, anche quando sembrano ferme sulle loro posizioni. D’altronde, anche le scie che gli aerei si lasciano dietro, prima o poi scompaiono.
SCIE (Agosto '06)
L’autostrada scorreva veloce sotto le ruote dell’auto, diritta come una stecca da biliardo.Puntava spedita verso l’aeroporto, mentre gli aerei passavano sopra gli automobilisti a poco più di un centinaio di metri dalle loro teste. Se non ci fosse stato lo spartitraffico colmo di ortensie in fiore, a dividere le carreggiate, non sarebbe stato assurdo pensare che la pista d’atterraggio fosse proprio quella.I cartelli lungo il percorso si facevano più fitti man mano che ci si avvicinava, indicando le deviazioni per i terminal d’arrivo e partenza e gli spazi dedicati alle singole compagnie aeree. Frequentare un aeroporto era un toccasana, una panacea per quasi tutti i suoi mali interiori.La spiegazione non era a portata di mano, ma la tranquillità giocava un ruolo fondamentale; in particolar modo quando la sua presenza in uno scalo non era giustificata da alcun trasferimento. L’idea di essere in un luogo dedicato ai viaggi, ma con la consapevolezza di non dover andare da nessuna parte, gli dava la stessa sensazione di distacco e superiorità di quando ci si trova a passare per il proprio luogo di lavoro, sapendo di essere in ferie.In ogni caso, qualunque fosse la motivazione della sua presenza in aeroporto, aveva sempre l’abitudine di arrivare almeno un ora prima del necessario. Il tutto per porter bere un caffe di fronte alle vetrate che davano sulle piste. Ed in quel caso particolare, sulla pista 14R del terminal C. I ragazzi del bar lo trattavano ormai come un amico, gli offrivano il solito “Macchiato freddo”, in cambio di una sigaretta a testa. Lui prendeva il bicchierino monouso, vi rovesciava dentro una bustina di zucchero di canna, per allontanarsi poi con un sorriso di commiato in direzione del panorama. Alle 18.30 partiva il volo AZ1326, quando non era in ritardo.Un Airbus A-380 nuovissimo, diretto a Singapore senza scalo.Erano le 18.20 e l’aereo era già in fase di rullaggio sulla corsia che portava a fondo pista. L’aria bollente sputata fuori dai reattori sotto le ali, rendeva il profilo posteriore dell’aereo sfocato e tremolante; intanto, la piazzola di sosta dalla quale era partito, veniva rapidamente liberata dai veicoli di servizio, per far posto al prossimo arrivo. Si sedette continuando a sorseggiare il caffè, aspettando che il l’Airbus arrivasse in fondo e si fermasse di traverso, in attesa del via libera dalla torre di controllo.Una voce più che giovane interruppe i suoi pensieri suggerendo – E’ finito… -Lui girò la testa, con ancora il bicchierino tra i denti, guardò il bambino che non poteva avere più di 5 anni, poi allontanò il monouso dalle labbra per guardarvi dentro.In effetti non erano rimasti che un paio di granelli di zucchero, annegati nei fondi di quello che un intenditore non avrebbe mai osato chiamare caffè.Così sorrise, e con un flebile – In effetti... – porse il bicchierino al bambino: - vuoi gettarlo tu? – - Fallo tu! – rispose il piccolo con un’aria un po’ diffidente, che denunciava in maniera inequivocabile i buoni insegnamenti dei genitori.- Obbedisco! – rispose.- Che fai? –- Guardo gli aerei partire, ti piacciono gli aerei? Il bambino fece un sì convinto con la testa, correndo poi verso il vetro e schiacciandovi contro il naso. Mise le mani ai fianchi della testa, per non essere disturbato dai riflessi, e rimase in silenzio a guardare. Mentre l’A-380 prendeva posizione, apparvero i fari di un altro aereo, probabilmente un 737, in fase di atterraggio sulla stessa pista.Il bambino si girò spaventato gridando: -si scontrano! –-No, no che non si scontrano, quello di sotto aspetta. – rispose lui calmo. Il 737 proseguì la propria dicesa oltre l’Airbus, posando le ruote sulla pista, con uno sbuffo di fumo, un centinaio di metri più in là. Il bambino lo guardò e sorrise, poi chiese indicando il cielo:- Cosa sono quelle? –- Sono scie, gli aerei, quando volano alti nel cielo, lasciano le scie - - E cosa sono le scie?- Sono…. – come si fanno a spiegare ad un bambino di 5 anni concetti come la condensazione, ed i fumi di scarico? - Sono le strisce che ti dicono da dove viene un aereo. E dove vuole andare.- Le scie sono un po’ come il passato di una persona, segnano il tuo cammino agli occhi di chi guarda. E come le scie, che guardandole ti fanno dare per scontato da dove un aereo sia venuto e dove sia dirretto. Allo stesso modo il passato imprime nella testa di chi ti ha conosciuto, un immagine di ciò che sei. Se sei cambiato, se sei diverso dall’impressione che hai dato in quell’attimo in cui ti hanno osservato, non conta. Come non conta il tratto di strada che un aereo ha fatto prima di lasciare la sua scia nel cielo. Per chi ti guarda tu sei e sarai ciò che loro hanno visto, nient’altro che quello.I ricordi possono essere un bene prezioso, ma anche dei pericolosi consiglieri, tanto tenaci da rendere quasi impossibile sradicare le convinzioni di chi ha confuso immagini e realtà, passato con presente. Riprese contatto con il mondo che lo circondava, quando una mano gli si poggiò sulla spalla: - Amore, che fai inginocchiato? Si alzò guardandosi attorno in cerca del bambino, che noncurante era tornato dalla madre seduta la bancone del bar a chiacchierare, poi chiede sorridente: - Ciao tesoro, come è andata oggi?- - Hmmm… sono distrutta, il volo è stato pieno di turbolenze ed i passeggeri non hanno fatto altro che lamentarsi tutto il tempo. A volte penso che sia giunto il momento di cambiare mestiere. Portami a casa, ti prego. Si incamminarono verso l’uscita mentre lui osservava l’A380 prendere velocità e sollevarsi dalla pista.A volte si riesce a far cambiare idea alle persone, anche quando sembrano ferme sulle loro posizioni. D’altronde, anche le scie che gli aerei si lasciano dietro, prima o poi scompaiono.