Il prima ed il dopo

Estella, della vita, della morte(1)


Le bolle salivano, ed Estella le guardava staccarsi dai bordi della bottiglia e raggiungere la superficie per poi eclissarsi in uno scoppio.Uno scoppio silenzioso che gridava libertà.La libertà doveva essere esplosiva, esplosiva e frizzante, fresca e dissetante come l’acqua della fontana al centro del paese, nella quale giocava da piccola con le sue cugine. Estella girava il cucchiaino nella tazza aspettando che la polvere di cacao si mescolasse con il latte.Doveva mescolare, mescolare a lungo perché succedesse, come a dover forzare qualcosa che che non era previsto accadesse.Prima o poi, però, sarebbe successo.Succedeva sempre, e forse sarebbe successo anche a lei; a lei ed a quell’uomo bianco che aveva davanti e guardava consumare il suo caffè nero succhiandolo rumorosamente dalla tazza.   Figlia del sole, del caldo e della povertà, Estella era stata baciata dalla fortuna ottenendo in regalo una bellezza che i suoi genitori non avevano mai conosciuto.“Un dono” - diceva sua madre – “da non sprecare con i disperati di quest’isola” Così Estella era stata introdotta, ad 11 anni, ai segreti della femminilità: ai capelli lisci, alle unghie lunghe, ai tacchi alti, al rossetto ed allo smalto.Un gioco divertente che le sue cugine facevano di nascosto dalle proprie madri e che lei, invece, era invogliata a fare proprio dalla sua.Una fortuna che capita a poche, e che bello che fosse capitata proprio a lei. Gli ormoni di Estella dormivano a quel tempo e l’ingenuità aiutava ad imparare più velocemente; perché sentirsi donna era qualcosa di più profondo che cercare di esserlo per qualcuno.Sentirsi donna non prevedeva una costruzione di facciata ma una vera revisione della propria intimità; un processo che doveva annullare del tutto i comportamenti infantili e costruire qualcosa di totalmente differente.Di nuovo.Di emozionante.Di eccitante.Ad 11 anni. La scia di femminilità che Estella si portava dietro, divenne una traccia profonda nel solco dei suoi passi una volta raggiunti i 13.Una traccia che faceva impazzire più di un ragazzo; quasi tutti gli uomini a dire il vero, compresi quelli che, per dirla sempre con parole di sua madre “Uomini non potevano esserlo più”. Fu così che per Estella venne il momento del debutto in società.Un tuffo nel mondo del turismo che, se per le sue coetanee equivaleva a trovare un posto da cameriera in qualche hotel della costa, per lei e per sua madre voleva dire frequentare i luoghi dove i turisti spendevano le proprie serate tra una birra e parecchi sorrisi dispensati alle locali in cerca di un futuro sicuro.Mama Anna stringeva la mano della figlia con forza, mentre la portava in giro per i locali di Sousa; la stringeva istintivamente, convinta che questo fosse il modo per mantenerla con se mentre scrutava, analizzava e scartava i volti pallidi che brillavano al bagliore delle luci stroboscopiche. Due settimane di passeggiate fino alle 3 mano nella mano, ogni sera, prima che una notte del 13 agosto Estella non sentì la stretta della madre allentarsi all’improvviso.Una scarica di adrenalina le attraversò il corpo, conscia che qualcosa stava accadendo ma poco consapevole di cosa veramente fosse.Guardò la madre proprio mentre questa le scuoteva il polso e con un gesto del mento le indicava una direzione precisa.Estella seguì lo sguardo di lei centimetro per centimetro, come se un filo di lana collegasse i suoi occhi con l’uomo dall’altro lato del locale. - E’ quello giusto – disse Mama Anna – va da lui e chiedigli come va. Se ti offre da bere accetta, ma solo roba senz’alcool. Parla con lui e sii carina - Estella ubbidì, eccitata e spaventata allo stesso tempo; si alzò dalla sedia e con movimenti sinuosi del suo corpo che sembravano essere stati da sempre parte del suo dna, si avvicinò all’uomo e fece esattamente ciò che la madre le aveva detto di fare. Trascorse un’oretta circa a sorridere all’uomo che le parlava in una lingua incomprensibile e le guardava il corpo come fosse una cartina geografica sulla quale studiare il miglior percorso da compiere.La noia e la voglia di andar via cominciarono a diventare insopportabili proprio quando mama Anna si avvicinò a loro due e, sorridendo all’uomo, biscicò in uno stentato inglese “We have to go, see you towmorrow?”L’omo fece cenno di sì con la testa e le tese la mano, prima di fare lo stesso con Estella per poi assestarle un bacio all’angolo delle labbra.Le due donne si congedarono con un sorriso prima di uscire definitivamente dal locale per tornare a casa. La sera dopo la scena si ripetè quasi identica, fino a quando la madre la chiamò in disparte per dirle che sarebbe andata via.- Sta un po’ con lui, sii carina ma non ti concedere, per quello c’è tempo; fallo divertire ma lascia che ti riaccompagni a casa con ancora la voglia di te nei pantaloni -  Estella ubbidì; ancora una volta ubbidì, un po’ più consapevole di ciò che stava accadendo, stavolta un po’ più grande del giorno prima, un po’ più matura, ma pur sempre bambina. Passò parecchie ore sorridendo, ringraziando ed accettando baci via via meno furtivi. Estella non aveva mai baciato.Sapeva farlo, aveva visto tanti film ma non l’aveva mai fatto.Mai prima d’allora e mai l’avrebbe fatto con vero, sincero piacere. Quella sera, nel suo letto, una volta riaccompagnata a casa, pensò a tutto quello che stava accadendo.Pensò ai film che aveva visto.Pensò all’amore. -                     Mama – disse il giorno seguente davanti ad un bicchiere di latte di cocco – io non posso tornare da lui stasera, non lo amo –  (continua di seguito)