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Bacco in Toscana 3

Post n°1594 pubblicato il 09 Maggio 2015 da valerio.sampieri
 

Bacco in Toscana
di Francesco Redi
Edizione 1685 (versione tratta da: Poesia del Seicento, a cura di C. Muscetta e P. P. Ferrante, Torino, Einaudi, 1964 vol II)
Il testo del ditirambo, con introduzione critica di notevole valore, si triva anche sul sito Classici Italiani.

Già s’avanza in me l’ardore,
Già mi bolle dentro ’ seno
Un veleno,
Ch’è velen d’almo liquore:
Già Gradivo egidarmato
Col fanciullo faretrato
Infernifoca il mio core:
Già nel bagno d’un bicchiere,
Arïanna, idolo amato,
Mi vo’ far tuo cavaliere,
Cavalier sempre bagnato.
Per cagion di sì bell’ordine,
Senza scandalo o disordine
Su nel cielo in gloria immensa
Potrò seder col mio gran Padre a mensa:
E tu, gentil consorte,
Fatta meco immortal, verrai là dove
I numi eccelsi fan corona a Giove.
Altri beva il Falerno, altri la Tolfa,
Altri il sangue che lacrima il Vesuvio:
Un gentil bevitor mai non s’ingolfa
In quel fumoso e fervido diluvio:
Oggi vogl’io che regni entro a i miei vetri
La Verdea soavissima d’Arcetri:
Ma se chieggio
Di Lappeggio
La bevanda porporina,
Si dia fondo alla cantina.
Su trinchiam di sì buon paese
Mezzograppolo, e alla franzese;
Su trinchiam rincappellato
Con granella e soleggiato:
Tracanniamo a guerra rotta
Vin rullato e alla scïotta;
E tra noi gozzovigliando,
Gavazzando,
Gareggiamo a chi più imbotta.
Imbottiam senza paura,
Senza regola o misura:
Quando il vino è gentilissimo,
Digeriscesi prestissimo
E per lui mai non molesta
La spranghetta nella testa;
E far fede ne potria
L’anatomico Bellini,
Se dell’uve e se de’ vini
Far volesse notomia.
Egli almeno, o lingua mia,
T’insegnò con sua bell’arte
In qual parte
Di te stessa, e in qual vigore
Puoi gustarne ogni sapore.
Lingua mia già fatta scaltra,
Gusta un po’, gusta quest’altro
Vin robusto, che si vanta
D’esser nato in mezzo al Chianti,
E tra’ sassi
Lo produsse
Per le genti più bevone
Vite bassa, e non broncone.
Bramerei veder trafitto
Da una serpe in mezzo al petto
Quell’avaro villanzone,
Che, per render la sua vite
Di più grappoli feconda,
Là ne’ monti del buon Chianti,
Veramente villanzone,
Maritolla ad un broncone.

Del buon Chianti il vin decrepito
Maestoso
Imperïoso
Mi passeggia dentro il core,
E ne scaccia, senza strepito,
Ogni affanno e ogni dolore;
Ma se giara io prendo in mano
Di brillante Carmignano,
Così grato in sen mi piove,
Ch’ambrosia e nèttar non invidio a Giove.
Or questo, che stillò dall’uve brune
Di vigne sassosissime toscane,
Bevi, Arïanna, e tien da lui lontane
Le chiomazzurre Naiadi importune:
Ché saria
Gran follia
E bruttissimo peccato,
Bevere il Carmignan quando è innacquato.

Chi l’acqua beve,
Mai non riceve
Grazie da me:
Sia pur l’acqua o bianca o fresca,
O ne’ tonfani sia bruna,
Nel suo amor me non invesca
Questa sciocca ed importuna,
Questa sciocca, che sovente
Fatta altiera e capricciosa,
Rïottosa ed insolente,
Con furor perfido e ladro
Terra e ciel mette a soqquadro.
Ella rompe i ponti e gli argini,
E con sue nembose aspergini,
Su i fioriti e verdi margini
Porta oltraggio ai fior più vergini;
E l’ondose scaturigini
Alle moli stabilissime,
Che sarian perpetuissime,
Di rovina sono origini.
Lodi pur l’acque del Nilo
Il soldan de’ Mammalucchi,
Né l’Ispano mai si stucchi
D’innalzar quelle del Tago,
Ch’io per me non ne son vago:
E se a sorte alcun de’ miei
Fosse mai cotanto ardito,
Che bevessene un sol dito,
Di mia man lo strozzerei.
Vadan pur, vadano a svellere
La cicoria e i raperonzoli
Certi magri mediconzoli,
Che coll’acqua ogni mal pensan di espellere:
Io di lor non mi fido,
Né con essi mi affanno,
Anzi di lor mi rido;
Ché, con tanta lor acqua, io so ch’egli hanno
Un cervel così duro e così tondo,
Che quadrar nol potria né meno in pratica,
Del Vivïani il gran saper profondo
Con tutta quanta la sua matematica.
Da mia masnada
Lungi sen vada
Ogni bigoncia,
Che d’acqua acconcia
Colma si sta:
L’acqua cedrata
Di Limoncello,
Sia sbandeggiata
Dal nostro ostello:
De’ gelsomini
Non faccio bevande,
Ma tesso ghirlande
Su questi miei crini:
Dell’Aloscia e del Candiero
Non ne bramo e non ne chero:
I sorbetti, ancor che ambrati,
E mille altre acque odorose
Son bevande da svogliati,
E da femmine leziose:
Vino, vino a ciascun bever bisogna,
Se fuggir vuole ogni danno;
E non par mica vergogna
Tra i bicchier impazzir sei volte l’anno.
Io per me sol nel caso,
E sol per gentilezza
Avallo questo e poi quest’altro vaso;
E sì facendo, del nevoso cielo
Non temo il gielo,
Né mai nel più gran ghiado io
[m’imbacucco
Nel zamberlucco,
Come ognor vi s’imbacucca
Dalla linda sua parrucca
Per infino a tutti i piedi
Il segaligno e freddoloso Redi.
Quali strani capogiri
D’improvviso mi fan guerra?
Parmi proprio, che la terra
Sotto i piè mi si raggiri;
Ma se la terra comincia a tremare
E traballando minaccia disastri,
Lascio la terra, mi salvo nel mare.
Vara, vara quella gondola
Più capace e ben fornita,
Ch’è la nostra favorita.
Su questa nave,
Che tempre ha di cristallo,
E pur non pave
Di mar cruccioso il ballo,
Io gir men voglio
Per mio gentil diporto,
Conforme io soglio,
Di Brindisi nel porto,
Purché sia carca
Di brindisevol merce
Questa mia barca.
Su voghiamo,
Navighiamo,
Navighiamo infino a Brindisi:
Arïanna, brindis, brindisi.
Oh bell’andare,
Per barca in mare
Verso la sera
Di primavera!
Venticelli e fresche aurette,
Dispiegando ali d’argento,
Sull’azzurro pavimento
Tesson danze amorosette,
E al mormorio de’ tremuli cristalli
Sfidano ognora i naviganti ai balli.
Su voghiamo,
Navighiamo,
Navighiamo infino a Brindisi:
Arïanna, brindis, brindisi.
Passavoga arranca, arranca;
Ché la ciurma non si stanca,
Anzi lieta si rinfranca,
Quando arranca verso Brindisi:
Arïanna, brindis, brindisi.
E se a te brindisi io fo,
Perché a me faccia il buon pro,
Arïannuccia, vaguccia, belluccia,
Cantami un poco e ricantami tu
Sulla mandòla la cuccurucù,
La cuccurucù,
La cuccurucù,
Sulla mandòla la cuccurucù,
Passavo’
Passavo’
Passavoga, arranca, arranca;
Ché la ciurma non si stanca,
Anzi lieta si rinfranca,
Quando arranca
Quando arranca verso Brindisi:
Arïanna, brindis, brindisi.
E se a te,
E se a te brindisi io fo,
Perché a me
Perché a me
Perché a me faccia il buon pro,
Il buon pro;
Arïannuccia leggiadribelluccia,
Cantami un po’,
Cantami un po’,
Cantami un poco, e ricantami tu
Su la vio’
Sulla vïola la cuccurucù,
La cuccurucù,
Sulla vïola la cuccurucù,
Or qual nera con fremiti orribili
Scatenossi tempesta fierissima,
Che, de’ tuoni fra gli orridi sibili,
Sbuffa nembi di grandine asprissima?
Su, nocchiero, ardito e fiero,
Su, nocchiero, adopra ogni arte
Per fuggire il reo periglio:
Ma già vinto ogni consiglio,
Veggio rotti e remi e sarte,
E s’infurian tuttavia
Venti e mare in traversia.
Gitta spere omai per poppa,
E rintoppa, o marangone,
L’arcipoggia e l’artimone;
Ché la nave se ne va
Colà dove è il finimondo,
E forse anco un po’ più in là.
Io non so quel ch’io mi dica,
E nell’acque io non son pratico;
Parmi ben che il ciel predíca
Un evento più rematico;
Scendon Sïoni dall’aerea chiostra,
Per rinforzar coll’onde un nuovo assalto,
E, per la lizza del ceruleo smalto,
I cavalli del mare urtansi in giostra.
Ecco, oimè, ch’io mi mareggio,
E m’avveggio,
Che noi siam tutti perduti:
Ecco, oimè, ch’io faccio getto,
Con grandissimo rammarico
Delle merci prezïose,
Delle merci mie vinose,
Ma mi sento un po’ più scarico.
Allegrezza, allegrezza: io già rimiro,
Per apportar salute al legno infermo,
Sull’antenna da prua muoversi in giro
L’oricrinite stelle di Santermo.
Ah! no, no; non sono stelle:
Son due belle
Fiasche gravide di buon vini:
I buon vini son quegli, che acquetano
Le procelle sì fosche e rubelle,
Che nel lago del cor l’anime inquïetano.
Satirelli
Ricciutelli,
Satirelli, or chi di voi
Porgerà più pronto a noi
Qualche nuovo smisurato
Sterminato calicione,
Sarà sempre il mio mignone;
Né m’importa, se un tal calice
Sia d’avorio, o sia di salice,
O sia d’oro arciricchissimo;
Purché sia molto grandissimo.
Chi s’arrisica di bere
Ad un piccolo bicchiere,
Fa la zuppa nel paniere:
Quest’altiera, questa mia
Dïonea bottiglieria
Non raccetta, non alloggia
Bicchieretti fatti a foggia:
Quei bicchieri arrovesciati,
E quei gozzi strangolati
Sono arnesi da ammalati;
Quelle tazze spase e piane
Son da genti poco sane;
Caraffini,
Buffoncini,
Zampilletti e borbottini,
Son trastulli da bambini,
Son minuzie, che raccattole
Per fregiarne in gran dovizia
Le moderne scarabattole
Delle donne fiorentine;
Voglio dir non delle dame
Ma bensì delle pedine.
In quel vetro, che chiamasi il tonfano
Scherzan le Grazïe, e vi trionfano;
Ognun colmilo, ognun votilo;
Ma di che si colmerà?
Bella Arïanna con tua bianca mano
Versa la manna di Montepulciano:
Colmane il tonfano e porgilo a me.
Questo liquore, che sdrucciola al core,
O come l’ugola baciami e mordemi!
O come in lacrime gli occhi disciogliemi!
Me ne strassecolo, me ne strabilio
E fatto estatico vo in visibilio.
Onde ognun, che di Lieo
Riverente il nome adora,
Ascolti questo altissimo decreto,
Che Bassareo pronunzia, e gli dia fé:
Montepulciano d’ogni vino è il re.

A cosí lieti accenti,
D’edere e di corimbi il crine adorne
Alternavano i canti
Le festose Baccanti;
Ma i Satiri, che avean bevuto a isonne,
Si sdraiaron sull’erbetta
Tutti cotti come monne.

 
 
 
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Un blog di: valerio.sampieri
Data di creazione: 26/04/2008
 

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