Creato da zoe_scrive il 27/02/2009

ROMANZO

I medaglioni di Turan

 

 

« BREVE TRAMA ...CAPITOLO I (parte seconda) »

CAPITOLO I (prima parte)

Post n°2 pubblicato il 02 Marzo 2009 da zoe_scrive
 

 Era una giornata di inizio autunno che si accingeva a volgere al termine, odorava di mare e di mosto, di effluvi aromatici emanati dalla terra umida dei boschi e dalle distese dei campi a riposo. Le chiome degli alberi sussurravano soavi parole che sapevano di pace. Stormi di uccelli tagliavano il cielo limpido dicendo addio all’estate e ai suoi bagliori, ma essi non volevano ancora cedere agli incombenti grigi della stagione fredda.

 -  Guardi il tramonto figlio? – l’uomo maturo si avvicinò con un lento fruscio di vesti.

Il giovane però non si volse ma rimase immobile con lo sguardo perduto in questa suadente malinconia, nell’aria rossa increspata dalla brezza marina impercettibile e fresca, che gli scompigliava leggermente i lunghi e neri capelli ricciuti raccolti dietro la nuca in una complicata acconciatura.

- Domani saranno qua, padre. – disse guardandolo con i suoi occhi scuri la cui consueta fermezza era adesso offuscata da un velo di cupa preoccupazione.

L’uomo più anziano, si accarezzò la barba ingrigita e gli si mise accanto.

- Il tramonto, la fine di un giorno e il preludio per un altro … tutto finisce per poi rinascere di nuovo, non è dato sapere cosa abbiamo riservato per il domani … il messaggero è tornato, Megello è stato informato delle nostre intenzioni e le ha accettate.

 -Noi siamo pronti padre, basta che tu lo ordini e li affronteremo fuori dal territorio di Rusel, andremo loro incontro, guadagneremo tempo prezioso e potremo contare sulla sorpresa, la nostra gente avrà più tempo per abbandonare la città, non c’è speranza lo so, ma saremo sconfitti con onore, almeno noi…

Un uccello notturno si alzò precocemente in volo emettendo il suo grido. I due uomini volsero lo sguardo verso il cielo che si stava tingendo di ocra e di riflessi vermigli.

 - Non è un buon segno ! - sospirò il principe.

Ci fu un breve silenzio.                                 

 -Tu parli con l’impeto giovanile, Atar, figlio mio, – disse suo padre sedendosi sull’erba e facendogli segno di porsi accanto a lui –  abbiamo resistito per quattro lunghissimi anni, che ci hanno impoverito di uomini e di mezzi; tu mi credi forse un vile perché ho deciso di non combattere più ? Mi sento di essere franco con te, tutti sappiamo che non abbiamo speranza contro il loro esercito, non biasimo altre città della confederazione che hanno trattato la resa, Cleusi ha subito ingenti perdite da Gneo Fulvio, Perusia ha mandato al macello i suoi civili; Volsini contro lo stesso Megello ha perduto duemila uomini. In quanto a noi, le nostre capacità di resistere ancora sono ridotte al minimo … tu stesso comandi ormai uno sparuto gruppo di guerrieri, non possiamo costringere i nostri civili ancora una volta al sacrificio obbligandoli a combattere; loro non sentono più neanche la nostra autorità e Rusel, un tempo, rispetto ad altre città poteva considerarsi un’isola felice …  Questa è l’unica decisione da prendere, la nostra storia è giunta al termine, troppe guerre intestine, troppi tradimenti ci hanno incancrenito, noi Rasna non siamo mai stati un popolo per questo siamo destinati a perire, inutile ribellarsi agli eventi che gli dei hanno già deciso, anche  gli aruspici lo avevano predetto.

Sospirò e continuò cercando di non guardare suo figlio negli occhi per mascherare il velo di lacrime che stava comparendo in quel volto di un capo giusto, ora vessato e stanco.

- Non pensare a me come un vigliacco, Atar, io ti ho allevato per fare di te quel guerriero forte che sei e quell’uomo colto che sei … sono orgoglioso e voglio che tu viva, che tu abbia accanto la tua sposa e che tu veda crescere tuo figlio che è in arrivo, non sarà mai più come prima, ma avrete ancora la vostra vita !-

- Sei sicuro che Megello non ci attaccherà ugualmente?

- Sono sicuro, vorrà dettare le condizioni della nostra resa, non gli conviene perdere uomini e tempo per una battaglia che avrà storia solo per loro … si ! sarà senza dubbio così; il consiglio dei saggi è d’accordo con me e mi ha attribuito il compito di trattare con i nostri nemici nella mia veste di primo ministro.

- Comunque sia ci terremo pronti. Padre …

- Cosa c’è?

- Non devi giustificarti con me, io ti rispetterò sempre.

Il giovane abbracciò l’anziano genitore come faceva quando era bambino, mentre l’ultimo raggio di sole si nascondeva al di là del mare e la natura cedeva ai suoi ritmi tranquilli, incurante del gelo che albergava nel cuore di quegli uomini.

Atar entrando nella sua casa  fu avvolto dagli odori familiari di erbe aromatiche ed incensi, di cibo e dal profumo inconfondibile di cui amava umettarsi la sua sposa, odorò l’aria. Pensò a come l’aveva amata sin dal primo sguardo e sorrise, mentre un servitore raccolse le sue armi e il suo mantello. La sola vista di lei riuscì a mitigare quel senso di lacerazione e di impotenza che provava nel cuore.

… Velia …, era vicino al focolare acceso e le fiamme illuminavano il suo bel viso color della luna e davano,  alle sue trecce nere, dei riflessi fiammeggianti. Sentito arrivare il suo sposo si volse e corse incontro a lui abbracciandolo.

 -Amore mio … ho tanta paura …

-Non temere faremo in modo che tutti abbiano salva la vita !

-Temo per te, ho fatto delle offerte agli dei quest’oggi …

-Non devi avere timore, nostro figlio avrà suo padre accanto e se gli dei vorranno, per molti anni!

- Dunque è vero quel che si dice, Rusel si arrenderà … - la sua sposa volse i suoi occhi scuri come l’ebano d’oriente in quelli densi di preoccupazione dell’amato.

Atar li abbassò – Si … è così !

Le prese le mani – hai freddo! – disse sentendole gelide.

Velia gli appoggiò la testa sul cuore e lui poté di nuovo gustare il suo profumo di rosa selvatica appena sbocciata, poi la scostò e si inginocchiò di fronte a lei appoggiando il viso sul suo ventre rigonfio di madre.

 -Promettimi che qualsiasi cosa accada, nostro figlio non dimenticherà mai di appartenere alla  stirpe degli antenati, promettimi che gli tramanderai la nostra essenza!

 -Non parlare così Atar, mi spaventi.

Il giovane guerriero si alzò  – Domattina, dovrai lasciare la città, molti si sono già rifugiati nei boschi, è più sicuro, non si sa mai, tu ti recherai al santuario e ti nasconderai nella grotta insieme ai tuoi genitori, a mia madre, mio fratello e ai nostri servi. Mi sento più sicuro e saprò dove trovarvi quando tutto sarà finito, porta solo poche cose e non ti affaticare, Menerva vi proteggerà.

Prese la sua amata ancora una volta per mano e si recarono a mangiare, con il resto della famiglia.

Fu una cena triste e stranamente silenziosa.

Il vecchio Larth fece tacere anche i musici, nessuno mangiò con gusto;  Hosa, la madre di Atar, aveva gli occhi rossi di pianto, presto si congedarono ed andarono a dormire, ma il sonno fu difficile e tormentato per tutti. Quella notte Atar osservò la sua sposa addormentarsi, accarezzandole i capelli e pregando affinché potesse sentire, il calore del suo corpo e quel profumo inebriante, per tutti i giorni della sua vita.

Si erano conosciuti da bambini; il padre di Velia era uno zilath, ricco notabile esponente di quella stretta cerchia di aristocratici preposti al governo della città. Ricordò, sorridendo, che all’inizio i loro rapporti non furono molto idilliaci; da bambini si ricoprivano di piccoli e grandi dispetti, poi un giorno, diventati grandi, si videro all’improvviso con occhi diversi e si accorsero di amarsi profondamente.

 Atar ritornò con la mente al luogo dei loro incontri furtivi … era quel posto, al margine del bosco, dove si era recato poche ore prima per cercare di disperdere i suoi pensieri nel vento, era là, dove le fece dono di quel pegno di amore, un medaglione d’oro che rappresentava la dea dell’amore Turan e che lui stesso portava al collo come simbolo di indissolubile legame.

 - Questo ci unirà per sempre – le sussurrò.

 Era là che la baciò per la prima volta ... e le sue labbra avevano quel sapore dolciastro ed inebriante ...

 Atar, passò la notte insonne, cullandosi in questi dolci pensieri ristoratori, mentre un chiaro raggio di luna, attraverso la finestrella della stanza disegnava ombre sulla parete e si spegneva l’ultima scintilla del focolare.

Anche per l’esercito repubblicano di Roma era giunta la notte.

L’accampamento fu posizionato in una radura protetta. A quell’ora tarda regnava per lo più il silenzio rotto solo dal russare vigoroso di qualcuno o dal rumore metallico delle armi dei soldati che si apprestavano alla ronda di guardia. Ma in qualche tenda c’era ancora una pallida luce.

Il console Lucio Postumio Megello, avendo ricevuto la missiva contenente la volontà di resa di Rusel e reduce dalla conquista della città di Volsini, decise di dare respiro alle sue legioni e di inviare tre migliaia dei suoi uomini per questa missione che riteneva semplice. Il compito che aveva attribuito a Marco Vinicio Casto,   era quello di trattare le condizioni di resa.

Quest’ultimo, aveva combattuto a fianco di Megello, quando ancora questi era vicepretore,  alcune campagne di guerra in Etruria e nel Sannio, dalle quali, fino a quel momento, ne erano usciti sempre vittoriosi grazie all’abilità, ma anche alla spregiudicatezza, del suo capo. Era un tipo ruvido, di corporatura robusta, sui trentacinque anni, stempiato e con un viso così brutale da avergli fatto guadagnare il nomignolo di “orso”,  temuto dai suoi soldati per i modi spicci di dirimere le questioni; tuttavia non si era creato, fino a quel momento, un qualsiasi tipo di fama, tale da precederlo nelle sue azioni e soffriva del fatto di essere offuscato dal prestigio di cui, invece, poteva godere il suo console.

Un particolare del  carattere di Marco Vinicio era il disprezzo. Disprezzava tutto, i suoi uomini, gli avversari e ci volle poco affinché disprezzasse anche il suo capo, ma se ne guardava bene dal darlo a vedere. A lui, a Marco Vinicio, l’impavido, veniva affidata una stupida missione dalla quale non avrebbe tratto, per l’ennesima volta, né fama e né ricchezze e sarebbe ritornato a Roma da semisconosciuto così come era partito. Si perché Casto era anche orgoglioso fino a rasentare la stupidità e sognava da tempo di arricchirsi quel tanto che sarebbe bastato per intraprendere la scalata sociale e politica a cui mirava e che sarebbe stata il trampolino di lancio per soddisfare un'altra caratteristica del suo carattere: l’avidità.

Nonostante questo, si era sempre dimostrato fedele, abile stratega e sufficientemente privo di scrupoli, da meritare la fiducia di Lucio Postumio, che pareva ignorare le questioni di risentimento personale che lo assillavano. Lo reputava soprattutto un buon comandante, mentre questi avrebbe preferito diventare, dopo tanto tempo, qualcosa che fosse più remunerativo e che potesse soddisfare le sue ambizioni politiche.

- Roselle, o Rusel come accidenti la chiamano loro …! - esclamò mentre nella tenda del suo accampamento passava le prime ore della notte a giocare a dadi con il suo primo centurione Gaio Settimio, un uomo dall’aspetto magro e dal colorito del viso giallastro, sul quale due piccoli occhi anch’essi giallognoli non avevano il potere di rendere la sua espressione meno insignificante – un’altra città di codardi! – rise sonoramente trangugiando del vino.

- Sarà cosa semplice! Di questo passo tutta la Tuscia sarà finalmente sotto il dominio di Roma!

- Io li detesto quella stirpe di vigliacchi! Crescono come pasciuti codardi, capaci solo di apprezzare le loro ricchezze! Con il loro parlare forbito si vogliono illudere di essere superiori a noi mentre sono solo delle pecore … si !... delle pecore incapaci di combattere come uomini!-

 - Per noi questo è un bene, Marco. - esclamò Gaio mescendosi a sua volta del vino.

- È un bene, piuttosto, rifornire Roma delle loro puttane!

I due uomini scoppiarono in una risata sguaiata.

Poi Marco Vinicio si calmò e si fece serio in volto - Accidenti, maledetto baro, riesci sempre a vincere!

Prese i dadi e li rimise nella loro custodia, poi guardò l’altro – Ma noi, Gaio, amico mio, cosa ci guadagniamo da tutto ciò? Eh?

- Ci guadagnamo territori, grano, oro e prestigio!-

- No, no … non intendo questo! – batté un pugno sul tavolo così violento da far volare via il vaso del vino, ormai vuoto, che si infranse in terra in mille pezzi e si alzò dalla sedia iracondo.

- Intendo noi … io, te! Mentre Lucio Postumio Megello sta facendo costruire a Roma il tempio della Vittoria sul Palatino per festeggiare il suo trionfo … noi cosa ci guadagnamo? La risposta è nulla! Nulla … un bravo e una pacca sulla spalla al massimo, se non quello che possiamo rubacchiare a quei bastardi …  solo un paio di saccheggi non bastano per placare le frustrazioni, ma Lucio Megello non lo capisce, lui adesso preferisce trattare e si prende le indennità di guerra, fama e ricchezza e a noi? … solo le briciole!

 - E tu avresti una soluzione? – chiese Gaio Settimio, guardandolo un po’ di traverso non riuscendo ancora a capire dove sarebbe andato a parare.

Marco Casto si rimise a sedere, apparentemente più calmo e si avvicinò con il viso all’attendente per non farsi sentire e, con gli occhi accesi di rabbia, sussurrò – si, una soluzione ce l’avrei. Mi si è prospettata recentemente, ma ho bisogno del tuo completo appoggio …

Un allocco lanciò il suo grido notturno volando lontano, come uno spettro bianco nella notte.

 

 
 
 
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