Creato da zoe_scrive il 27/02/2009

ROMANZO

I medaglioni di Turan

 

 

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CAPITOLO I parte quarta

Post n°5 pubblicato il 06 Marzo 2009 da zoe_scrive
 

La preoccupazione per ciò che sarebbe successo, però non era solo dei combattenti.

 Nei cunicoli sotterranei, nella collina del tempio di Menerva, quasi degli intestini scavati nella roccia, si respirava la stessa tensione.

Ammassati nel buio del ventre della terra, rischiarato solo da qualche pallida lucerna, c’erano circa venti famiglie accompagnate dai loro servi e ancelle. Solo i bambini sembravano non accorgersi del timore degli adulti e continuavano a giocare, come se niente fosse.

Velia si era seduta in un angolo e stava abbracciando sua suocera, visibilmente provata; accanto a lei i suoi anziani genitori che si stringevano la mano; il piccolo Clautie, non abituato alle alzate precoci come era successo quella mattina, invece si era addormentato rannicchiandosi in un anfratto ricavato sul muro coprendosi con il suo mantello; una serva offrì loro dell’acqua. Velia era pallida, aveva trasmesso il suo nervosismo al bambino che portava in grembo, il quale protestava a suo modo, facendosi sentire sferrando calci.

Sarà un ottimo combattente – le disse dolcemente sua madre per rincuorarla.

 E se sarà femmina, un’ ottima danzatrice! – rispose Velia, facendo una smorfia di dolore – spero solo che attenda il tempo debito per nascere e che non decida di farlo qui!-

- Piccola mia, manca ancora un mese! Stai tranquilla!- suo padre le diede una carezza.

In quel momento, il ventre di Velia, smise di prendere calci dal suo interno, e la giovane donna si tranquillizzò. Prese tra le mani il suo medaglione e lo baciò, senza sapere che in quel momento il suo amato, stava facendo altrettanto.

L’attesa fu breve: dopo una ventina di minuti, davanti alla piccola delegazione militare, apparve per incanto l’armata imponente, che si fermò a qualche centinaio di metri da loro, posizionata a ventaglio in assetto da guerra. Dopo qualche secondo, dal centro della legione, si staccarono al galoppo tre cavalieri che in breve tempo li raggiunsero. Il primo si volse direttamente al dignitario. – capisci la nostra lingua?

- Dovresti sapere che ogni Rasna, con ruoli guida del suo popolo, è tenuto a conoscere molte lingue.

Vinicio lo squadrò con aria di superiorità.

- Sono Marco Vinicio Casto, primo pilus della legione Sannitica della Repubblica Romana, ti porto un messaggio in rappresentanza del mio console Lucio Postumio Megello -

- Il mio nome è Larth Velthiena, capo del collegio dei ministri di questa città, vengo disarmato e sono pronto ad ascoltare cosa ha da dirmi il tuo console.

Atar, attentissimo ad ogni movimento e battito di ciglia dei tre nemici che aveva davanti, percepì un velato segnale di intesa tra quello che si era presentato come Marco Vinicio e l’altro ufficiale che gli stava accanto e sussurrò a Rachu – noti qualcosa di strano? Perché tutta questa scena? Perché non è venuto Megello?

Intanto Vinicio,  cominciò a dire solennemente.

- In nome di Lucio Postumio Megello, console di Roma, con il mandato consegnatoli dal Senato e per volontà degli Dei...

- Sta quasi gridando, crede forse che tuo padre sia sordo?- mormorò Rachu.

- Ordino di consegnare le armi, rinunciare alla tua autorità di capo e sottomettervi alla gloria di Roma … - ma in quel momento, con scatto fulmineo, l’ufficiale che era accanto a lui e che era rimasto fino a quel momento in silenzio, gridò –  muori! – e  lanciò un coltello che andò a piantarsi nella gola del vecchio Larth.

Ne uscì uno zampillo che colpì Atar al volto mentre suo padre si accasciava immediatamente con un rantolo.

- Via da qui, ritirata!- Gridò il principe con tutto il fiato che aveva in gola, saltando dal suo cavallo direttamente sulla biga mentre Rachu, con un lancio altrettanto veloce e preciso del suo pugnale, riuscì a stendere uno dei Romani, gli altri due invece galopparono verso il loro esercito. A breve la cavalleria avversaria si lanciò al loro inseguimento. Con un colpo di redini, Atar diresse con velocità sorprendente, il carro verso la città.

Aules Staties, si lanciò all’attacco e frappose i suoi cavalieri tra i fuggiaschi in ritirata e l’avanguardia romana. Riuscirono a contrastarli per qualche minuto, ma pur battendosi valorosamente, la superiorità numerica dell’avversario ebbe la meglio. 

Furono sterminati ma il loro sacrificio bastò a guadagnare tempo prezioso, per permettere al drappello di rientrare in città e mentre il massiccio portone di ingresso si richiudeva alle loro spalle, un fiume di frecce scoccate da entrambi gli schieramenti, invase il cielo come una immensa nuvola di storni.

Atar, sconvolto, raccolse il corpo di suo padre e lo stese in terra coprendolo con il suo scudo, gli gettò una manciata di terra per dargli una sepoltura simbolica e si diresse al comando sulle mura di cinta insieme ai suoi soldati che cadevano come mosche sotto il martellamento pressante dei romani.

Poi le frecce furono sostituite da una pioggia di dardi infuocati che ebbero facile presa sul legno delle abitazioni.  Ben presto si scatenò all’interno della cinta muraria un incendio indomabile, che offuscava il cielo con nubi plumbee di morte, mentre i soldati romani, riuscirono ad aprire una breccia nel portone di ingresso e ad entrare come un’ inarrestabile valanga umana. Il corpo a corpo che si scatenò fu cruento.

Le fiamme che avvolgevano tutto e il fumo acre, annebbiavano la vista e bruciavano gli occhi. Atar e il giovane Arunte furono accerchiati; battendosi come leoni e con la forza della disperazione, riuscirono ad avere la meglio su molti nemici. Il principe, alzando lo sguardo, vide poi del fumo che si stagliava alto sulla collina davanti alla città e capì che era stato appiccato fuoco al bosco, per stanare la popolazione inerme.

-  Perché?- urlò e istintivamente si volse in direzione della collina che ospitava il tempio di Menerva e vide fumo anche da quella parte. Il suo pensiero si dirottò su Velia e realizzò che tutto era ormai perduto.

- No! Maledetti! – gridò mentre il presentimento di aver perso la sua sposa, gli dette una ferocia inaudita cercando di difendersi e di offendere allo stesso tempo.

 Tutto intorno erano urla di morte ed odore di distruzione, stridio metallico di armi.

Arunte Sethre, nonostante fosse ancora molto giovane, si batteva valorosamente. Molti nemici caddero ancora sotto i loro colpi. Improvvisamente si insinuò, giungendo alle loro spalle al galoppo, un miliziano a cavallo; fu questione di un attimo: con un calcio potente, colpì Atar al volto che cadendo, poté vedere rotolare accanto a lui la testa di Arunte, mozzata di netto dalla stoccata del cavaliere.

Il principe, seppur stordito, tentò con tutte le sue forze di alzarsi, ma la volontà non bastò per riuscire a muovere le sue membra. Paralizzato al suolo dal colpo violento, con la parte sinistra del capo affondata nel fango, aveva la vista che si stava offuscando.

Percepiva il rumore della battaglia, le grida di donne e bambini, i lamenti dei feriti, la puzza di carne bruciata, mischiati come una terribile eco a un suono di disfatta.

Poi tutto si mise a girare.

Ebbe l’impressione di essere divorato dalle fiamme, finché cadde in un torpore tra la vita e la morte, un torpore da incubo.

Fu allora che si vide galleggiare supino, in un fiume lento, sentì una mano, era quella di suo padre morto, trasportato anche lui dalla corrente ma non riuscì ad afferrarlo; era un fiume di sangue che lo stava trascinando via. Sulla riva erbosa, gli sembrò di scorgere una figura vestita di bianco: era Velia che portava in braccio il loro bambino. Lei tese la mano verso il suo sposo per aiutarlo ad approdare, ma lui non riuscì a muoversi e il fiume di sangue lo inghiotti in un gorgo mentre lontano vedeva sparire, la luce abbagliante emanata dalla sua sposa che chiamava disperatamente … Velia. Poi, fu il buio.

Marco Vinicio, penetrò nel tempio insieme a Settimio stando attento a non essere seguito da altri uomini, tutti impegnati nella battaglia che si stava portando avanti in città. Prima di appiccare le fiamme, incuranti del sacrilegio, depredarono tutto ciò che era di valore e distrussero il resto.

Vinicio utilizzò il suo mantello, come sacco per contenere gli addobbi e gli ex voto più preziosi; ci volle loro un po’ per  trovare l’ingresso del sotterraneo e portare all’esterno i tesori che vi erano stati appena nascosti; sbavava al solo pensiero di tutta quella ricchezza e di quanta ancora poteva essere raccolta.

Intanto dentro un altro cunicolo, scavato in una rupe rocciosa, accanto all’ingresso del tempio, la gente nascosta poteva udire tutto e percepire l’odore acre del fumo. Le donne trattenevano i singhiozzi per non farsi sentire e tappavano la bocca dei loro bambini; pregavano in silenzio che i romani non si accorgessero dell’apertura, abilmente camuffata con frasche e si stringevano tutti tra loro per darsi coraggio.

- Non possiamo portarci  tutta questa roba dietro!- disse Vinicio a Gaio Settimio, guardandosi intorno con circospezione.

- E’ vero, dobbiamo escogitare il modo di trasportare il bottino senza generare sospetti!

Marco Vinicio, scrutò l’ambiente circostante – la mia idea è di nascondere tutto e ritornare a prenderci il tesoro quando le acque si saranno calmate e Megello avrà bevuto la nostra storia-

- si ma dove?-

- di solito c’è sempre un pozzo vicino ad un tempio...-

- Dobbiamo fare alla svelta prima che altri soldati ci raggiungano! – disse Gaio Giunio irrequieto.

- Si si, un momento!- Vinicio si diresse ancora una volta a piedi verso il tempio, cercò qualche minuto ai lati della breve scalinata che portava all’ingresso, a guardia della quale stazionavano maestosi leoni di pietra e poi si rivolse al complice con uno sguardo trionfante – come pensavo, dietro questa vegetazione! –

Settimio si avvicinò velocemente, scostò le frasche e buttò una pietra per saggiare la profondità del pozzo e notò con piacere, che oltre ad essere poco profondo era anche quasi del tutto secco. Vi gettarono il tesoro.

-  Andiamo a prendere quel che rimane nel sotterraneo! – esclamò Marco Vinicio.

- No, non c’è più tempo! –

Infatti arrivarono proprio in quel momento una trentina dei loro cavalieri.

-   Ci sono dei fuggitivi, dobbiamo inseguirli! – ordinò Marco Vinicio cercando di darsi un contegno con i suoi uomini – quindici con me e gli altri con Settimio, non possiamo rischiare che tornino con dei rinforzi!

Sapeva che era un’ipotesi impossibile, ma in quel momento non gli venivano delle buone scuse per giustificare la presenza di lui e Settimio in quel luogo, infatti avrebbero dovuto essere al comando delle proprie truppe.

Rimontarono a cavallo ma il suo luogotenente si fermò subito.

- Avete udito niente?-

Di fatto, la grotta sacra dove erano ammassati gran parte dei sopravvissuti di Rusel, si stava saturando del fumo scaturito dall’incendio del tempio sovrastante,  qualcuno di quei poveretti, rischiando di soffocare, purtroppo non aveva potuto più trattenere un colpo di tosse ed il rumore ne uscì alquanto amplificato.

-  Si ho sentito qualcosa anch’io provenire da quella parte – indicò a sinistra, uno dei soldati.

Il gruppetto scese da cavallo e si spostò verso quella direzione, una decina di metri al di sotto del terrapieno che fungeva da fondamenta del tempio. Non ci volle loro molto a trovare l’ingresso camuffato del cunicolo.

- Impugnate le armi! – ordinò

 

 
 
 
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