Creato da zoe_scrive il 27/02/2009

ROMANZO

I medaglioni di Turan

 

 

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CAPITOLO I parte quinta

Post n°6 pubblicato il 06 Marzo 2009 da zoe_scrive
 

Gli ospiti di quell’ambiente udirono tutto e si sentirono finiti. Molti cominciarono a piangere e ad urlare.

- Entriamo! – ordinò il comandante romano.

Gli uomini di Vinicio penetrarono all’interno con violenza facendosi luce con rami infuocati. Tra quella gente fu il terrore.

- Ma guarda che sorpresa! – esclamò Gaio Settimio.

- Staniamoli, forza facciamoli uscire! – ordinò Vinicio – qua non si può respirare!

 Scaraventarono fuori tutti, una sessantina di persone, per lo più donne, vecchi e bambini in preda al panico e con le armi puntate addosso.

Vinicio li passò tutti in rassegna.

- Ah ecco dove era l’alta società! – sghignazzò – i vostri dei non vi hanno protetto!-

Si avvicinò ad un vecchio, che portava un bracciale d’oro piuttosto vistoso, gli dette una spinta facendo cadere il poveretto rovinosamente e gli tolse il bracciale.

- Bene, devo dedurre che qua ci sia un tesoro!- avanti gettate tutte le vostre cose in terra! – ma nessuno si mosse.

Attese un attimo, poi rivolto ai suoi soldati – tutto quello che riuscirete a recuperare nella grotta e addosso a questi, verrà spartito equamente!

- Ma di loro che ne facciamo? –  chiese uno dei legionari.

-  Risparmiate le donne giovani, valgono molto come schiave, gli altri … uccideteli!- ordinò sprezzante Vinicio che ormai aveva perso ogni traccia di lealtà, aveva inoltre paura che vi fossero testimoni del tradimento appena perpetrato insieme a Settimio.

Ripeté l’ordine una seconda volta: - uccideteli!-

In un attimo, la squadra assassina fu addosso a quei civili inermi. Fu un totale ed unitario grido di terrore; Velia, che stringeva a se il piccolo Clautie, se lo vide strappare via e cadere morto ai suoi piedi e così i suoi parenti e tutti quelli che aveva intorno. Cercò di fuggire ma fu atterrata. Terminato il massacro, i corpi furono spogliati dei loro averi e le donne sopravvissute ammassate da una parte, piangenti e sanguinanti.

Settimio adocchiò Velia, miracolosamente incolume, impaurita, impolverata e imbrattata di sangue: - questa è incinta!-

Vinicio le si avvicinò e la guardò in volto in modo tanto vicino che lei poté sentire il suo alito – è bella, può valere molto, che l’ammazzino pure i mercanti se non la vogliono! – Velia piantandogli negli occhi i suoi occhi, ancora più neri e più pungenti che mai, coraggiosamente gli sputò.

Il romano, imperturbabile, si asciugò l’offesa e rise, poi la sua attenzione fu attratta da qualcosa che luccicava all’altezza del petto della ragazza.

- Bello questo medaglione! – disse strappandole dal collo il pegno d’amore di Atar – adesso è mio! -

Poi rivolto ai suoi uomini che si spartivano il maltolto: - dieci di voi, restino qui, assicuratevi che non scappino, gli altri mi seguano! -

Montarono sulle loro cavalcature e si diressero di nuovo verso la città, dove la battaglia ormai era finita.

Atar si destò improvvisamente; prono sul fango freddo, in un primo momento pensò di essere nell’Ade apprestandosi a raggiungere gli antenati.

Non riusciva ancora a vedere bene; poi si accorse che qualcuno accanto a lui era intento ad armeggiare con la sua mano sinistra. Ma si, stavano cercando di toglierli l’anello con il simbolo della suo clan credendolo morto!

Si rese conto che adesso poteva muoversi e con uno sforzo sovrumano, riuscì a mettere insieme tutte le sue energie per impugnare con la mano destra il pugnale ancora infilato nella sua cintura, girarsi verso il ladro e conficcarglielo con un urlo nel corpo. Il legionario romano stramazzò al suolo poco prima che potesse passargli nella mente l’idea di tagliarlo, quel dito. Nel medesimo istante però, altri due furono addosso al principe ed uno di loro, tenendolo da dietro per i capelli, stava quasi per tagliarli la gola quando il comandante Marco Vinicio Casto, sopraggiungendo al galoppo e arrestandosi proprio lì davanti, con un suo ordine, lo fermò.

- Lasciatelo! E tu - rivolto ad Atar – alzati!

Ma Atar, non ce la fece, i suoi movimenti erano ancora stranamente lenti, i pensieri offuscati e gli occhi annebbiati, solo il dolore che aveva nella testa ma ancora di più nel cuore era vivo e vitale.

Vinicio dette un’occhiata ai suoi, i quali lo tirarono su a forza e dovettero sostenerlo perché non cadesse di nuovo; ma Atar, nonostante avesse la testa che girasse, fatto che gli dava un equilibrio precario, non accettò in cuor suo di farsi vedere così debole dal suo nemico e divincolandosi dalla stretta, cercò, per quanto gli fosse possibile nelle sue condizioni, di restare eretto da solo.

- Ma guarda! – esclamò Vinicio che nel frattempo era sceso da cavallo! – ci rivediamo principe, perché sei un principe, non è vero? Hai addosso i simboli del tuo rango!-

Mentre parlava, Marco Vinicio scrutava con il solito disprezzo che lo distingueva, la figura dolorante, sporca, ferita ed insanguinata di quello spettro d’uomo che aveva davanti.

Atar, dondolando lo seguiva in silenzio con lo sguardo, cercando di raccogliere le forze per urlargli tutto il suo dolore.

Marco Vinicio gli si avvicinò e gli girò intorno.

- Perché non mi uccidi? – queste furono le parole che uscirono faticosamente dalla bocca del principe ferito.

- Ucciderti? E perché? Sei colto, sei giovane, i mercanti di schiavi saranno contenti di poter vendere della merce così! – rise afferrandogli il medaglione che gli pendeva dal collo.

-  E’ la seconda volta che vedo questo gioiello oggi! – disse Marco Vinicio tirando fuori l’altro ciondolo identico e facendolo oscillare davanti al viso di Atar.

Atar vedendolo ebbe una fitta al petto e si sentì morire. – No, no! – urlò – che ne è di lei? –

- Presumo che fosse tua moglie! – sentenziò sarcastico Vinicio – di certo, non si regala un simbolo di Venere ad una sorella! –

-  Che ne hai fatto di lei? Rispondi! – Atar fece la mossa di volersi scagliare contro il comandante dei Romani, ma ricevette una botta sulla schiena dai due soldati che gli erano accanto e già in precario equilibrio sulle gambe deboli, cadde di nuovo, stavolta con le ginocchia nel fango, davanti al carnefice.

Marco Vinicio rise di nuovo.

- E’ stato divertente ... squartarla insieme a quel tuo essere che portava in grembo!

Il silenzio di quel luogo, fu rotto dall’urlo straziante di Atar.

- Portatelo via, insieme agli altri prigionieri! – ordinò Vinicio con un’espressione quasi di compiacimento e senza nemmeno voltarsi, partì spronando il suo cavallo.

Un lembo di fumo, portato dal vento, chiuse il sipario tra Atar e il comandante romano.

Tutto intorno, la bella città di Rusel era adesso, solo un cumulo di macerie fumanti, con le sue strade lastricate di morti e bagnate di sangue. Solo il cielo, immobile, pareva indifferente a tutto quel dolore e sordo ai lamenti dei pochi superstiti di quel massacro.

 Atar fu sbattuto su un carro prigione, ammassato insieme ad un'altra decina di uomini, tra i quali non c’era nessun volto familiare.

- Mio signore! Anche tu qui? – gli disse uno di questi – che ne sarà di noi?

Ma Atar non rispose, con la testa appoggiata alla grata di ferro, guardava quella che fu una volta la sua città, vedeva accendersi mano a mano le pire dei cadaveri, sfumare gli ultimi fuochi degli incendi e non sentiva quelle parole, l’unica cosa che poteva udire era solo il suo smisurato dolore, l’unica cosa che lo teneva in vita era solo il suo immenso odio. Il sole scomparve dietro le colline, in un tramonto rosso sangue.

 

 

 
 
 
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