Creato da zoe_scrive il 27/02/2009

ROMANZO

I medaglioni di Turan

 

 

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CAPITOLO II prima parte

Post n°7 pubblicato il 10 Marzo 2009 da zoe_scrive
 

 L’alba di quella mattina era resa pesante dalla bruma, che portava odore di funghi e di terriccio umido, le prime avvisaglie d’autunno. All’accampamento dei Romani, già ferveva il lavoro per smontare le tende; i carri con i prigionieri-schiavi erano già tutti partiti verso le varie destinazioni, condotti dai diversi mercanti che in quella fase finale della guerra d’Etruria, avevano preso l’abitudine di seguire da vicino le truppe ed attendere l’esito delle battaglie al fine di recuperare il loro bottino umano oppure beni materiali e preziosi, a seconda del settore di cui si occupavano. Vinicio, riscosse delle somme da essi per aver dato loro il privilegio di seguirlo; il suo tradimento ormai non aveva fine.

Era strano come in un luogo, in cui fino a poche ore prima esisteva una città con i suoi abitanti, con la loro lingua, il loro particolare modo di vestire, adorare gli dei e concepire la vita, adesso vi fosse solo un cumulo di macerie bruciate e più nessun’altra forma di vita, che poteva ricondurre a quegli uomini e quelle donne che ne costituivano il tessuto sociale;  rimanevano un branco di cani raminghi che raspava tra i resti anneriti di Rusel, e anche dei suoi poveri abitanti.

Qualcuno, sicuramente riuscì a scappare o a nascondersi in qualche luogo così da salvarsi la vita, ma la maggioranza fu massacrata e poco più di un centinaio di superstiti deportati come schiavi.

 In mezzo a tutta quell’attività, dall’accampamento romano,  uscì al galoppo, fendendo la nebbia, un cavallo con il suo cavaliere.

Era Gaio Settimio, che velocissimo, prima che potesse arrivare al suo console qualche notizia che avrebbe potuto farlo insospettire, si apprestava a raggiungere il grosso delle legioni di Roma, accampate presso Chiusi; galoppava e si ripassava mentalmente quel mare di menzogne che aveva approntato insieme a Vinicio, per giustificare davanti a  Lucio Postumio Megello, il ricorso alle armi che doveva apparire imprevisto.

Arrivò presso Chiusi, bruciando le tappe e rischiando di far morire di fatica il suo cavallo; giunse a destinazione che non si era ancora fatta sera e lasciato il destriero in consegna ad un soldato, si precipitò da Megello. Lo trovò immerso nella scrittura, nella sua tenda. Lucio Postumio Megello era un uomo sui quarantacinque anni, tutto d’un pezzo; si diceva di lui che era nato legionario, tanto quadrato, irreprensibile e leale era il suo carattere. Abilissimo stratega, si era distinto nelle battaglie del Sannio, ancora prima di diventare console, in sostituzione di Decio Mure, morto combattendo a Sentino pochi mesi prima, battaglie condotte a termine favorevolmente per il suo esercito, attraverso manovre a volte anche piuttosto spregiudicate.

-           Lucio Megello, Gaio Settimio ti saluta!

-          Gaio Giunio! – disse il console – un po’ sorpreso di vedere lì uno dei suoi comandanti – vi aspettavo con calma per domani o dopodomani al massimo, qual è la ragione di questa fretta?-

Settimio, cercò di non scomporsi di fronte a quella semplice considerazione, che però, all’interno della sua coscienza sporca, già suonò come un’accusa velata.

-          In realtà , console, ho preceduto le truppe per informarti di ciò che è successo a Roselle –

-          Ti ascolto! – rispose Postumio facendo segno all’affaticato luogotenente di sedersi.

-          Non abbiamo potuto fare a meno di combattere! –

A quelle parole, Megello ebbe un gesto di stizza, il che rassicurò Settimio sul fatto che il console non era stato ancora informato sull’andamento degli eventi.

-          Insensato, e perché mai? – chiese Lucio Postumio alzandosi dalla sua sedia.

-          Hanno fatto finta di arrendersi. Quando la nostra delegazione si è avvicinata secondo i tuoi ordini, avevano delle armi nascoste e hanno cercato di ucciderci, inoltre avevano occultato delle loro milizie nel bosco e ci hanno attaccato di sorpresa!- Settimio cercava in tutti i modi di essere convincente.

-          Insensato! – ripeté per la seconda volta il console – prima si arrendono e poi ci ripensano? Che cosa potevano sperare? 

-          Non so ma si sono battuti come forsennati, abbiamo avuto la meglio, tuttavia ci sono state forti perdite nelle nostre file.

-          Molto strano! Che ne è di Larth Velthiena, il capo del loro consiglio? Colui che mi ha scritto? -

-          Morto. Se mi permetti, Lucio Postumio, devo dire che se la sono cercata e che hanno avuto quel che si meritavano.

-          E la città? –

-          Distrutta, si sono salvati solo pochi prigionieri che saranno venduti come schiavi.

-          Se è andata così … anche se non riesco a capire, tuttavia ormai non c’è più da chiedersi nulla!- il console pareva pensoso ma il fatto che sembrava essersela bevuta, allentò la tensione di Settimio, che tirò un sospiro di sollievo.

Detto questo lo congedò, l’indomani avrebbe sentito la versione di Marco Vinicio, che naturalmente sarebbe stata identica.

Mentre Settimio cavalcava verso le sue legioni, i carri prigione che trasportavano merce umana fresca, continuavano la propria marcia.

Quegli esseri, che dal momento in cui erano saliti sui carri, passando nella proprietà di Roma, non potevano più ritenersi persone, poiché privati di dignità e considerati alla stregua di oggetti, erano destinati ad essere venduti ovunque vi fosse richiesta di schiavi da utilizzare nelle più disparate mansioni, dal servire qualche ricco possidente, al lavoro nelle campagne, nelle cave, nella costruzione delle vie consolari che si apprestavano a raggiungere i nuovi territori caduti sotto l’egemonia romana. Tra questi mercanti, il convoglio di Licino, era uno di quelli non diretti verso Roma. Questi intendeva mercanteggiare per una parte a Faleria, per poi dirigersi verso sud. Lasciata Rusel, anziché accodarsi agli altri carri, si mise alla ricerca del primo guado disponibile sul fiume, che gli permettesse di proseguire verso la direzione che si era prefissato. Ci volle un po’prima che la nebbia si diradasse,  quell’inizio di autunno era piuttosto umido e la strada da percorrere inizialmente costeggiava il corso d'acqua, che scorreva placido insinuandosi con ampie curve attraverso la piana alluvionale chiusa tra basse colline, tra le quali si attardava la bruma. Fino al guado il paesaggio non mutò aspetto,  boschi di lecci, corbezzoli e alloro che si facevano meno fitti mano a mano che si saliva in altezza, poi le piante marittime e il profumo di rosmarino, lasciarono il posto a boschi di alberi di alto fusto.  

Licino era molto soddisfatto.

Trattava un prodotto giovane  e  di sesso femminile; aveva pagato una gabella di duecento assi  per schiava a  Settimio e a Marco Vinicio perché a lui venisse riservata la migliore mercanzia o meglio quella che gli avrebbe permesso un maggiore guadagno e si era aggiudicato le superstiti del tempio di Minerva.

 Stava seduto beatamente sul carro a fianco del conducente, sonnecchiando e risvegliandosi con un sobbalzo quando la ruota  incontrava qualche asperità del terreno; se ciò avveniva, piantava addosso al carrettiere i suoi occhi bovini. Poi, il pensiero dei lauti guadagni lo riportava subito di buon umore e gli faceva sopportare qualsiasi scossa.

 

 
 
 
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