Creato da zoe_scrive il 27/02/2009

ROMANZO

I medaglioni di Turan

 

 

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CAPITOLO III prima parte

Post n°10 pubblicato il 17 Marzo 2009 da zoe_scrive
 

La porta dell’angusta cella si spalancò all’improvviso.

-  Prendetelo! – ordinò a due schiavi, l’uomo dal viso largo.

Atar fu sollevato di peso,  cercò di divincolarsi ma il sorvegliante gli puntò il bastone sotto il mento.

-  Non ne hai avute abbastanza? – lo rimproverò – carichiamolo sul carro! – disse poi ai due uomini che lo seguirono tenendo in mezzo il principe etrusco.

Al carro li attendeva il mercante Lutazio – Bene! -  esclamò - questo è meglio che lo piazzi subito!

Nel carro con le sbarre erano già posizionati altri due schiavi, ma non erano etruschi. C’era un sannita non molto alto ma dalla corporatura robusta e un altro uomo, un po’ più grande di età, con una barba grigia  e fisico mingherlino.

-  Dove siamo? – chiese Atar rivolto a quest’ultimo, mentre il carro partiva verso il mercato.

Sia il vecchio, che l’altro, a quella domanda, alzarono gli occhi.

– A Roma! – rispose il sannita.

Atar, nel breve tragitto che lo avrebbe portato nel luogo dove sarebbe stato venduto, vide la città nemica per la prima volta. C’era molta gente già a quell’ora per le strade, una vera e propria folla vociante, che aumentava mano a mano che ci si avvicinava ai luoghi di mercato. Ai lati delle strade si aprivano ogni sorta di botteghe e si svolgevano le varie attività artigianali. Doveva essere molto più grande di Rusel, pensò Atar, dove invece la vita scorreva scandita dai ritmi dell’agricoltura, dei raccolti e della natura. Ma Rusel, non esisteva più e Roma era diventata nel tempo, sempre più potente.

Dopo qualche minuto, il carro si fermò; ai prigionieri furono incatenate gambe e braccia e messo loro una specie di collare, vennero fatti scendere e accompagnati su un palco, al di sotto del quale si stava già formando un piccolo assembramento di gente.

-  All’etrusco non mettete la corona bianca*, è meglio non mostrare che si tratta di un prigioniero di guerra, potrebbe intimorire i compratori! – ordinò il mercante, deciso in quell'occasione a barare per disfarsi prima di quell'impiccio.

 Sul palco, Lutazio, armato di un bastone, li mise in mostra l’uno accanto all’altro. Sempre utilizzando il bastone, fece segno ad Atar di farsi avanti. Questi ubbidì trascinandosi dietro le catene. Il mercante gli scoprì il dorso, tirandogli giù la tunica fino all’altezza della vita e iniziò a pubblicizzare la sua merce, richiamando l’attenzione dei presenti.

- Signori e signore, questo è il vanto dei miei schiavi! Avanti girati e fatti vedere! – disse rivolto poi ad Atar, che fece quanto ordinatogli, con molto imbarazzo.

Poi il mercante si rivolse di nuovo alla piazza.

-  Proviene dalla Tuscia! E’ sano! E’ giovane! E’ robusto e ha fisico atletico! Guardate! – esclamò indicando con il bastone il suo torace scolpito ed abbronzato per gli anni di allenamento trascorsi all’aria aperta.

- Cinquecento assi! – gridò una voce dal basso.

- Ne vale molti di più! Può fare sia lavori pesanti che servire per scopi intellettuali, è stato educato alla maniera dei patrizi etruschi, ha padronanza del latino come ho potuto personalmente verificare e scommetto che conosce la lingua e la scrittura greca! Avanti- disse ad Atar – dì qualcosa in greco!

Atar esitò; la sua umiliazione era profonda, e la sua rabbia era salita. – su parla! – gli ripeté Lutazio punzecchiandolo con il bastone all’altezza del fianco. Così il principe, disse in greco la prima cosa che gli venne di istinto – cane rognoso! –

Dopo quell’esordio, una piccola parte della platea che comprese la frase, scoppiò in una fragorosa risata, allora Lutazio, pur non capendo il greco, realizzò che la sua merce aveva pronunciato una frase scomoda e stavolta, invece di punzecchiarlo, il bastone glielo fece arrivare direttamente sullo stomaco. Atar si piegò con una smorfia di dolore e per un attimo, non riuscì neanche a respirare. Le risate si moltiplicarono.

-  Mille! – qualcuno gridò.

- Avanti rialzati, bastardo! – gli intimò il mercante e Atar si sforzò, dolorante, ad ubbidire.

Sperava di essere comprato presto, così quell’umiliazione pubblica sarebbe finita e si ricompose.

-  Mille? Gente, questo esemplare vale molto di più! Ha un aspetto piacevole ed ha un bel viso … la ferita che vedete non è grave e presto scomparirà! Chi offre di più?

Da qualche minuto, stazionava in disparte sul lato della piazza una portantina coperta; in quel momento una mano scostò per un attimo la tenda, un giovane schiavo si avvicinò e dopo aver confabulato, corse verso il palco, cercando di attirare l’attenzione del mercante.

Lutazio vide questo tale che faceva ampi segni con le braccia attraverso la folla; si avvicinò al bordo del palco e si piegò per sentire cosa avesse da dirgli. Fece segno di assenso e si ritirò su.

- Bene!  L’asta è finita! L’etrusco andrà al pretore Fulvio Lepido, per mille e settecento assi!

Lo stesso schiavo, salì sul palco, prese in consegna Atar e conducendolo per le catene,  si diresse verso la portantina, che nel frattempo, altri schiavi avevano provveduto a sollevare. La tenda si scostò e una corpulenta matrona di mezza età, squadrò bene il suo nuovo acquisto.

Il piccolo corteo si avventurò per le strade affollate di Roma, trovando diverse difficoltà  a proseguire il cammino speditamente, nonostante gli sforzi dello schiavo annunciatore che procedeva sgolandosi. Oltre ai portantini, ai lati della lettiga, c’erano altri schiavi che fungevano da sfollagente, dietro, tenuto quasi al guinzaglio dall’altro schiavo, che l’aveva prelevato dal palco, trotterellava, impedito dalle catene, Atar, che più volte rischiò di cadere.

Portato così! Come un animale … la sua condizione gli provocava un’ umiliazione tanto profonda che quasi gli lacerava il petto ma avrebbe sopportato tutto, lo aveva promesso a se stesso … lui doveva sopravvivere. Così imparò a dominare l’orgoglio lasciando che gli gonfiasse solo il cuore.

Dopo un po’, arrivarono all’ingresso della villa. Le pareti che davano sulla strada erano senza finestre, il portone di ingresso non era molto grande, cosicché la lettiga venne appoggiata lì davanti. 

Un servo pose una scaletta e la grassa matrona scese dal suo baldacchino; un altro schiavo le tenne aperta la porta.

 Lanciò un’ ultima occhiata al nuovo acquisto e fece un cenno con il capo, sul quale spiccava una enorme ed improbabile parrucca rossiccia, allo schiavo che lo sorvegliava.

Questi, tirando le catene, fece capire ad Atar che doveva seguirlo.

Davanti a loro la donna, procedeva goffamente, imbacuccata nelle sue vesti e tintinnando ad ogni passo i pesanti gioielli dei quali era adornata. Atar pensò che le signore romane, avevano, dopotutto, un pessimo gusto.

 Varcata la porta si trovarono in un atrio con le pareti dipinte di rosso, piuttosto grande ed illuminato da un’apertura sul soffitto corrispondente all’impluvium sul pavimento, da questo atrio partivano due corridoi, uno di questi portava agli ambienti di servizio, l’altro sfociava nel portico che circondava il peristilio. La matrona fu poi raggiunta da due ancelle e scomparve con loro.

 Il tutto senza una parola.

 * ai prigionieri di guerra che erano stati soldati, nella Roma antica, quando venivano venduti come schiavi, veniva messa in testa una coroncina bianca per distinguerli dagli altri.

 
 
 
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