Creato da zoe_scrive il 27/02/2009

ROMANZO

I medaglioni di Turan

 

 

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CAPITOLO III seconda parte

Post n°11 pubblicato il 19 Marzo 2009 da zoe_scrive
 

Lo schiavo che aveva in consegna il principe etrusco, lo liberò quindi dalle catene. Atar pensò, che tra schiavi, non vi fosse da seguire un’etichetta, per cui decise di porre la domanda che già da un po’ gli martellava nella mente.

- Chi sono i miei padroni? –

Il servo, un ragazzo di circa diciassette anni, molto scuro di carnagione, lo guardò quasi stupito.

-  Ma come, non sai chi è il pretore Lepido? –

Atar scosse il capo – come vedi sono appena arrivato …

- Devi ritenerti onorato di poterlo servire! – gli disse mentre faceva segno di seguirlo e aperta una spessa tenda, si avviarono sotto la tettoia del peristilio che aveva al suo centro un bel giardino lussureggiante, nel quale, ben visibile nella sua nicchia, troneggiava una splendida statua in bronzo dorato di Minerva. – è uno degli uomini più ricchi e potenti della città e non tratta male i suoi schiavi! Quella che hai visto è la padrona, sua moglie Antonia.

- Eh si! Che fortuna … - disse tra i denti, sarcasticamente, Atar.

Minerva … la dea che non aveva prestato attenzione alle preghiere della sua gente; che era stata muta di fronte al massacro. La protettrice della sua defunta città, adesso se ne stava lì immobile che lo osservava con il suo sguardo vuoto. A che cosa servivano gli dei se non intervenivano quando venivano invocati? Forse aveva ragione un tale Epicuro, un filosofo che stava ottenendo molta fortuna in Grecia in quel periodo e di cui aveva sentito parlare in discussioni intavolate con ricchi mercanti ellenici in casa sua:  il male e gli Dei esistono entrambi ma questi ultimi non si interessano degli uomini che diventano artefici del loro destino oppure vittime della buona o cattiva sorte. Quindi, pensò Atar,  se gli Dei non vogliono intervenire a favore dell’uomo allora è totalmente inutile ingraziarseli con riti ed offerte, anzi forse sono solo un grande inganno e lui stesso un ingenuo ed ingenui tutti coloro che per tradizione hanno invocato delle entità inesistenti o inerti.

Per secoli gli aruspici avevano cercato di interpretare segni premonitori della volontà divina eppure quel giorno a Rusel nessuno predisse ciò che sarebbe successo e le preghiere rivolte agli dei si dispersero nel vento.

Atar fissò per un istante la statua – dove eri o Dea, quando ti affidai la mia famiglia? – pensò amaramente.

 Si guardava intorno e rifletteva sulle differenze tra la villa che abitava a Rusel e quella abitazione di lusso.

Innanzi tutto, la cosa che saltava all’occhio era, l’assoluta ostentazione del bello, che lì si poteva percepire. Per un nobile etrusco, mostrare e vantarsi delle proprie ricchezze, era considerato un atteggiamento da evitare; non perché non avessero gioielli o utensili pregiati, ma perché, si riteneva, che la classe dirigente, per non offendere la dignità del suo popolo ma soprattutto per allontanare il pericolo di  sommosse, dovesse evitare gli sfarzi.

La sua stessa casa, che condivideva, con il resto della famiglia, era molto più piccola di quella; non aveva anch’essa finestre che davano sulla strada, ma dalla porta si entrava in un cortile, ed era da quel cortile che poi si accedeva all’abitazione, molto più intima e meno monumentale di quella.

Il servo scuro di pelle, lo distolse dalle sue considerazioni:

- Mi chiamo Egnazio. Adesso ti presento Manlio, il più anziano tra gli schiavi e segretario di Lepido.

Aprì una tenda ed entrarono in una stanza in cui ferveva una certa attività. Alcuni servi, coordinati da un uomo con i capelli grigi, stavano scaldando dell’acqua, presumibilmente per preparare un bagno ad uno dei padroni.

L’uomo anziano, sentendoli arrivare, si voltò e si rivolse direttamente ad Atar:

-  Io sono Manlio, sono stato già informato dalla padrona del tuo arrivo, tu potrai prendere ordini direttamente dai padroni oppure da me; non è permesso intrattenere conversazioni tra schiavi durante il lavoro, non è permesso legarsi con rapporti di amicizia con chiunque, è vietato rivolgere la parola ai padroni eccetto se si è interrogati.  Se seguirai queste semplici regole non ci saranno punizioni per te … - l’uomo si diresse velocemente da una parte della stanza, prese un secchio, degli stracci, una spazzola, della pomice e dell’argilla – questo è il tuo compito, devi pulire e lucidare i pavimenti a partire dall’atrio, sotto il portico e nelle sale triclinari. Antonia ci tiene molto a far vedere a chi entra la bellezza dei suoi marmi … quando avrai finito, comincerai d’accapo. Mi hanno detto che vieni dall’Etruria, per cui, d’ora in avanti qui ti chiameremo Tusco.- detto questo, consegnò l’attrezzatura nelle mani di Atar e se ne andò.

Era incredibile, come, anche tra gente che si trovava nella stessa condizione di schiavitù, poteva esserci quella sorta di gerarchia ma la cosa che colpì Atar, fu che non gli avessero chiesto fino a quel momento il suo nome,  ma gliene avessero imposto uno che non aveva altro scopo che quello di rendere più facile il suo riconoscimento: nessuno si chiede infatti perché un vaso si chiama così, ma tutti sanno cosa andare a prendere quando viene chiesto a loro un vaso. Un altro tassello per annullare la personalità.

Atar pensò a cosa potesse servire un così grande numero di schiavi: uno per ogni mansione! Nella sua casa non erano così tanti, inoltre prevalevano la servitù pagata ed i liberti che finito il lavoro se ne ritornavano  a casa dalle proprie famiglie. Di certo gestire un grande numero di persone, richiedeva per forza una struttura interna a livello gerarchico.

Ma non poteva perdersi in tanti pensieri.                                                                          

- perdonami Egnazio … tu puoi dirmi come devo fare?

Lo schiavo scuro, lo guardò con aria di sufficienza – l’argilla e la spazzola servono per pulire, l’acqua per sciacquare, la pomice per lucidare, gli stracci per asciugare … ma da dove vieni! –

Atar stava per rispondergli, ma poi capì che la domanda era retorica.

Così trascorse la giornata a passare l’argilla con la spazzola, a lucidare con la pomice, a sciacquare e ad asciugare, inginocchiato sul  pavimento freddo.

Verso sera, passò Manlio. Controllò che il lavoro fosse stato svolto bene.

-  Non c’è male, però devi essere più veloce, altrimenti, l’atrio sarà sporco ancora prima di aver terminato l’ultima stanza! Lava e riponi la spazzola e gli stracci! Tieni, questi sono per te! –

Porse ad Atar un pezzo di pane e una coperta; - il posto per dormire è qui nel corridoio!-

Il principe schiavo, ubbidì a quegli ordini poi,  si avventò sul pezzo di pane, poiché era due giorni che non mangiava, e mentre altri schiavi, spegnevano le lucerne e la casa piombava gradualmente nel buio,  stese la sua coperta vicino alla parete e si coricò.

 

 
 
 
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