Creato da zoe_scrive il 27/02/2009

ROMANZO

I medaglioni di Turan

 

 

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Dodici cavalli d'oro: l'incipit

Post n°43 pubblicato il 30 Dicembre 2009 da zoe_scrive
 

L’inverno, brutta stagione. Tutto è morto, è gelido, sembra sprofondato negli inferi insieme a Phersipnai, alla quale era stato detto addio solo un paio di mesi prima.

L’inverno è la stagione in cui vige l’attesa: attesa per un buon raccolto, per un cibo migliore, per il risveglio dei sensi. Per questo motivo è sopportato meglio da coloro che sanno essere pazienti. Così Laspa guardò sua nonna che filava innanzi al braciere scoppiettante la cui luce rossa dava toni infuocati ai suoi capelli grigi e pensò che per essere pazienti bisognava essere vecchi, per cui i vecchi sopportano meglio la stagione ostile.Lui invece era appena un ragazzino; la maggior parte delle volte, in quelle giornate corte e ammantate di brina, doveva reprimere la voglia adolescenziale di correre nei campi, di rotolarsi nell’erba fresca, di tuffarsi nel fiume, di correre dietro alle ragazzine che le madri inviavano a prendere l’acqua al ruscello, di suonare il flauto mentre sdraiato sotto la grande quercia attendeva ai suoi doveri di pastore, talvolta abbandonandosi a qualche sonnellino ristoratore. Adesso invece doveva essere più vigile, portava al pascolo il gregge quando il sole era già alto e solo se fuori il gelo non aveva imbiancato tutto; i lupi in inverno erano in agguato e che ne sarebbe stato della sua famiglia se gli armenti fossero stati uccisi o sparpagliati?

Una piccola parte di quelle pecore erano di loro proprietà e questo rappresentava già un grosso vantaggio, l’altra parte le pascolava per conto di Hirumina il proprietario terriero per il quale suo padre lavorava spaccandosi la schiena nei campi.

Tenere quelle pecore, specialmente in inverno, era per un ragazzo di dodici anni una grande responsabilità!

Laspa faceva queste considerazioni sorseggiando svogliatamente una ciotola di latte caldo quando fu bruscamente riportato alla realtà dal tono di rimprovero di suo padre.

“ Sei ancora qui? Il sole è già alto! Corri a fare il tuo dovere!”

Il ragazzino ingurgitò velocemente il rimanente latte, si mise in bocca una manciata di uvetta secca, si avviluppò con il mantello cucito con velli di pecora e si precipitò verso la porta.

Dalla difficoltà che ebbe nell’aprirla, capì che la gelata della notte era stata più forte del solito tanto da averla incollata a terra. Dopo un paio di tentativi e con l’aiuto del padre, il varco si aprì e Laspa era già contento. Quel giorno il clima era particolarmente rigido, per cui le pecore sarebbero rimaste al riparo nell’ovile, le avrebbe governate con il fieno ed il resto della giornata sarebbe stato libero di andare a scorrazzare con quello scansafatiche di Cae, il suo migliore amico.

Si affrettò a distribuire il foraggio, controllò bene lo steccato, chiuse con cura l’ingresso e scappò via più veloce del fulmine.

Giunto davanti alla casetta dell’amico fischiò rumorosamente due volte e in un attimo Cae era già fuori, rincorso come al solito dalla madre che gli urlava dietro una serie infinita di epiteti. Il ragazzino infatti preferiva fuggire al fine di sottrarsi ai semplici compiti quotidiani ai quali normalmente doveva ottemperare: andare a rifornirsi di acqua, cosa che faceva malvolentieri perché riteneva che fosse una mansione da femminucce, andare a raccogliere bacche, funghi, legna… troppo faticoso.

In men che non si dica furono liberi di bighellonare.

“Che facciamo?” chiese Cae ancora ansimante per la corsa.

“Andiamo a controllare le reti per l’uccellagione che abbiamo messo ieri! Se porterai a casa qualcosa da mangiare, tua madre sarà meno severa quando tornerai!”

Decisero insieme che quella fosse una buona idea e si addentrarono nel bosco.

Il bottino caduto nelle reti era però alquanto misero, solo un paio di uccelli che temerariamente avevano sfidato il freddo, vi erano rimasti prigionieri. Uno era stecchito da un pezzo, l’altro, un pettirosso era ancora vivo.

Laspa lo osservò udendolo pigolare debolmente.

"Ah… una caccia molto magra!” Esclamò Cae chinandosi per afferrare la rete.

“Aspetta!” Gli intimò l’altro che aveva il naso paonazzo per il freddo.

Preso a compassione il ragazzino liberò il pettirosso che volò via veloce.

“Perché l’hai liberato? Morirà ugualmente per il freddo!”

“Stai zitto tu! Non ci capisci niente!”

Cae si indispettì e tirò al suo amico una palla di neve ghiacciata, caduta qualche giorno prima ma che si era conservata in una zona d’ombra. Poi scappò.

Il gioco diventò un inseguimento. Cae scappava e poi si nascondeva dietro ai cespugli e quando vedeva che il suo amico aveva perso le tracce, fischiava per richiamare l’attenzione e poi fuggiva di nuovo. Era divertente e serviva per non sentire freddo.

Correndo un po’ in qua e un po’ in là, Laspa finì per non udire più il suo compagno di gioco.

“Cae! Caeeeeeeee!” Ma nessuno rispose.

Se fosse caduto? Se avesse incontrato i lupi? Fu preso dal panico ed urlò ancora più forte il nome dell’amico svariate volte girando su se stesso per cercare di scorgerlo.

Se lo vide arrivare incontro trafelato e con uno sguardo spaurito.

“ Vieni con me… presto… vieni a vedere!”

Lo prese per una mano e lo trascinò nella corsa.

Si fermarono dove la boscaglia finiva e la collina era spazzata dal vento del nord.

“Per tutti i numi del cielo e della terra!” Laspa lo esclamò con tutto il suo stupore.

“Deve essere morto stanotte a causa del freddo!”

Cae, prese un rametto spezzato e cominciò a punzecchiare quel cadavere su una spalla.

“Che vuoi fare?”

“Voglio vedere se è morto davvero!”

“Ma certo che è morto! Non vedi com’è rigido? E come è grigio?” disse Laspa con una smorfia di disgusto.

Il disgraziato giaceva in posizione seduta, con la schiena appoggiata ad una roccia. Aita lo doveva aver portato via quella notte e doveva essersi servito del gelo per farlo.

“E’ quello straccione zoppo che da qualche giorno vagabondava in città…”

“Chissà perché non ha cercato un riparo per la notte!” Laspa lo osservò girandogli intorno “Stringe ancora tra le braccia quello scrigno di legno… anche quando l’ho visto vivo faceva altrettanto…sembra che stia sorridendo…”

Aiutandosi con il ramoscello, Cae intanto indagava tra le pieghe del mantello lacero.

“Sacri Dei!Laspa! Guarda qua!”

“Non devi bestemmiare!” Lo rimproverò l’amico.

“Lo faresti anche tu se avessi trovato questa…”

Spostò il manto di lana e Laspa strabuzzò gli occhi e fu capace solo di dire “Ohhhhh!”

Davanti a loro era apparsa la spada più bella che avessero mai visto.

Cae gliela estrasse dalla cintura delicatamente e con timore, come se ad un tratto il morto potesse risvegliarsi e rivendicarne la proprietà. La osservarono curiosi e stupiti.

Dal fodero di cuoio emergeva l’elsa preziosa, era d’avorio finemente cesellata, culminava con una testa di toro in argento con gli occhi che erano due pietre preziose azzurre e le cui corna andavano ad unirsi sulle punte a formare un cerchio perfetto.

“Come poteva mendicare e possedere allo stesso tempo una spada così?” Chiese quasi parlando tra sé Laspa.

“Stupido! L’avrà rubata a qualcuno!”

“Forse era un assassino!”

La loro attenzione fu rivolta al piccolo scrigno che il proprietario sembrava volesse custodire gelosamente anche dopo la morte.

“Che fai?” Domandò intimorito Laspa.

“Forse portava con sé un tesoro!” Rispose Cae manifestando uno sguardo carico di curiosa avidità.

“Aspetta! I morti non si devono disturbare!”

“Hai paura?”

“No di certo ma…”

Cae ormai era deciso ad ispezionare gli oggetti detenuti da quell’uomo, dal primo fino all’ultimo ed afferrò il bauletto di legno.

Lo aveva tenuto abbracciato stretto al petto così forte, che il rigor mortis rendeva quasi impossibile estrarlo dalla morsa di quelle mani stecchite.

Così Cae tirò e tirò con forza, fino a che rotolò a gambe all’aria insieme allo scrigno, quest’ultimo si aprì ed il suo contenuto si sparse al suolo.

....

 
 
 
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