PROSPETTIVACOMUNISTA

Post N° 59


La conferma di una scelta. Contro il governo Prodi e il trasformismo delle sinistre RELAZIONE INTRODUTTIVA di Marco Ferrando
Primo Congresso PCL - Relazione introduttiva Cari compagni, care compagne, siamo giunti qui, al Congresso Fondativo del Partito Comunista dei Lavoratori, a coronamento di un anno e mezzo di intenso lavoro politico. Un anno e mezzo difficile, faticoso, come tutti noi ben sappiamo, ma che ha visto confermate, nella forma più clamorosa, tutte le ragioni della nostra scelta. Un anno e mezzo fa, alla vigilia della nostra rottura col PRC, e quindi del suo ingresso al governo, mentre il gruppo dirigente di quel partito annunciava sui muri di tutta Italia che “l’Italia sarebbe cambiata davvero”; mentre le future “sinistre critiche” chiedevano l’appoggio esterno al governo, da “influenzare” con il movimento, noi, controcorrente, dichiaravamo che l’annunciato governo Prodi avrebbe “rappresentato il blocco dominante delle grandi imprese e delle banche”, formulando una previsione precisa , che cito : “il programma dell’annunciato governo risponde pienamente al programma di Confindustria. Il progetto di riduzione di 5 punti del cuneo fiscale, mira a travasare alle imprese e ai loro profitti un’ enorme mole di risorse. Il combinarsi della nuova offerta alle imprese di decine e decine di miliardi con la riduzione del debito pubblico ed il rilancio dell’avanzo primario, ha una sola e unica conclusione: una nuova stagione di attacco allo stato sociale, di rinunce, di sacrifici per i lavoratori. Le classi dirigenti del Paese chiedono al PRC non solo di corresponsabilizzarsi a quel programma, ma anche di controllare le reazioni sociali a quel programma[…]. L’unica scelta possibile dei comunisti, per noi irrinunciabile, è quella dell’opposizione” (11 febbraio 2006) Per aver detto questo, da soli, in innumerevoli sedi interne ed esterne al PRC, fummo oggetto di attacchi pesanti e talvolta di sarcasmo. Oggi, milioni di lavoratori hanno sperimentato sulla propria pelle, per un anno e mezzo, la cruda verità di quella previsione. E del resto, se solo volessimo restare per un attimo alla superficie della cronaca di questi mesi, e persino degli ultimi giorni, potremmo dire a noi stessi che quando vediamo un Presidente del Consiglio che nella conferenza stampa di fine anno ostenta candidamente i propri doni di Natale alle grandi imprese senza che nessuno a sinistra muova, non dico uno scandalo, ma neppure un appunto ; quando vediamo un Oliviero Diliberto che evoca la salma di Lenin mentre continua a votare le missioni di guerra del proprio imperialismo; quando vediamo un Fausto Bertinotti, già laudatore della Folgore, che negozia con Berlusconi leggi elettorali reazionarie e presenta le encicliche di Papa Ratzinger ( proprio mentre la sua alleata Binetti, su ispirazione di Dio, vota contro i diritti degli omosessuali) beh, lasciatemelo dire, abbiamo non solo la conferma plastica delle nostre scelte, ma per ciò stesso la distanza politica e persino morale che ci separa dall’ Unione e dalle sinistre in essa coinvolte. Ma noi non abbiamo voluto e non vogliamo restare in superficie. Perché le ragioni del nostro nuovo partito non stanno semplicemente nell’opposizione a Prodi, ma hanno le loro radici in vent’anni di storia italiana e nel richiamo esemplare di quei vent’anni al bilancio dell’intero Novecento. In questi vent’anni, molto è cambiato nel mondo, in Europa e di riflesso in Italia. Il crollo del muro di Berlino, e dunque il crollo dello stalinismo, con l’impetuosa restaurazione del capitalismo ad est. La nascita dell’Unione Europea, dentro la nuova competizione mondiale. La riorganizzazione profonda del capitalismo italiano – economica, politica, istituzionale – inseparabile dal nuovo contesto internazionale. E qui, in questa svolta d’epoca, è maturata quella profonda ricomposizione della sinistra italiana e dei suoi assetti di rappresentanza, che proprio oggi sta completando la propria parabola. La larga maggioranza della burocrazia dirigente del PCI che dopo l’89 si liberò in fretta e furia della zavorra ingombrante del vecchio partito per scalare un governo borghese divenuto finalmente accessibile, conclude il proprio tragitto vent’anni dopo nel “partito delle imprese” di Walter Veltroni: quel partito democratico all’americana che fa dell’intrattenimento (persino telefonico) con vecchi e nuovi faccendieri della finanza la sua nuova vocazione. Parallelamente, un PRC nato formalmente come “cuore dell’opposizione” al maggioritario, alla concertazione, all’Europa di Maastriicht, ma senza bilancio della storia, senza principi, senza rottura col riformismo, come pura occupazione di uno spazio politico ed elettorale rimasto scoperto, ha concluso il proprio tragitto, dopo infinite giravolte, nel governo dei sacrifici e della guerra, nell’abbraccio arcobaleno con Pecoraro Scanio e Mussi, quale aspirante vassallo del Partito Democratico. Storie diverse, certo, ma correlate tra loro; e che non solo sono tutte corresponsabili, come poi dirò, delle sconfitte dei lavoratori e dei movimenti, ma che hanno costruito e accelerato proprio dentro la sconfitta operaia, la propria mutazione progressiva, il proprio trasformismo. Con effetti enormi di disorientamento, crisi, abbandono presso grandi masse del popolo della sinistra. Ebbene, non c’è rimonta da quella sconfitta, non c’è ricostruzione di una prospettiva alternativa del movimento operaio se non con la ricostruzione di un’altra sinistra italiana, di un’altra direzione. Che nasca dalla rottura totale con la socialdemocrazia, con lo stalinismo, con la loro deriva. Questo è il senso del Partito Comunista dei Lavoratori. Questa è la ragione che ha sospinto la lunga battaglia politica che ha accompagnato la sua formazione. Il PCL nasce oggi, ma ha una sua storia. Non solo quella di un anno e mezzo del movimento costitutivo. Ma quella di quasi vent’anni di battaglia politica contro la deriva della sinistra italiana: una battaglia controcorrente dentro lo spazio storico nuovo liberato dal crollo dello stalinismo e dallo scioglimento del PCI. Anche noi, dunque, nasciamo nella svolta d’epoca del fine ‘900. La nostra piccola storia sta nella storia più grande del movimento operaio internazionale. Così il nostro progetto. Quello di un partito dei lavoratori: che assume il mondo del lavoro e le sue ragioni indipendenti come propria radice sociale e scelta di campo. Quella di un partito comunista: che vuole ricondurre le rivendicazioni e le lotte del mondo del lavoro e di tutti gli oppressi ad un’alternativa anticapitalistica di società e di potere. Questo nostro progetto non è astratto, ideologico, velleitario. Risponde alla necessità concreta di ricostruire una rappresentanza politica di classe indipendente, di fronte all’offensiva capitalistica contro i lavoratori e alla crisi della loro rappresentanza. Dispone di spazi concreti nelle difficoltà e contraddizioni che, nonostante tutto, disseminano non solo l’avanzata del capitale, ma anche la riorganizzazione delle sinistre che si pongono al suo servizio. Questo è il quadro d’insieme del documento congressuale che abbiamo proposto al congresso. La borghesia domina. La sua egemonia si riduce La borghesia italiana ha riportato affermazioni significative in questi vent’anni. Sul terreno della lotta di classe, dove i morti della Tyssen-Krupp, assassinati dal capitalismo italiano, misurano tragicamente l’arretramento della condizione operaia; sul terreno della riorganizzazione capitalistica, attraverso la lunga “rivoluzione passiva” degli anni Novanta; sul terreno della politica internazionale, attraverso l’inserimento nella spartizione mondiale delle zone d’influenza, e la partecipazione alla corsa verso i nuovi mercati. E proprio il quadro della nuova competizione mondiale detta l’incessante offensiva sociale contro i lavoratori. Altro che la “borghesia buona” di Marchionne salutata da Bertinotti ! Il capitalismo italiano migliora le sue posizioni nel mondo (ed in particolare i propri profitti) sulla pelle di milioni di operai, di giovani precari, di immigrati. Il fatto che Romano Prodi, col suo ineffabile sorriso, prometta oggi qualche elemosina sociale sui salari, nel momento stesso in cui le sue finanziarie regalano in due anni 15 miliardi a imprese e banche e preservano la legge 30 di Berlusconi, è solo una recita ipocrita che serve a mascherare la verità: e la verità è che la borghesia italiana non ha nulla da offrire e redistribuire. E non perché in astratto le manchino le risorse, ma perchè la nuova concorrenza capitalistica internazionale spinge a investire quelle risorse, ricavate dallo sfruttamento dei lavoratori, in ulteriore riduzione del debito pubblico, nuove detassazioni dei profitti, ristrutturazioni antioperaie, acquisizioni e fusioni, delocalizzazioni, cioè, in altri termini, in nuovo sfruttamento. Come oggi avviene a tutte le latitudini del mondo, sotto i governi borghesi di ogni colore. Peraltro non è un caso che le promesse di qualche piccola detassazione dei salari, servano oggi a coprire la nuova annunciata concertazione tra Prodi, Epifani, Montezemolo sulle cosiddette regole contrattuali: che significa, in parole povere, attaccare il contratto nazionale, prolungare la parte economica dei contratti, subordinare ancor più i salari alla produttività (cioè allo sfruttamento ), come Prodi ha apertamente detto, dividere ancor più e impoverire il grosso del mondo del lavoro. Né è un caso se le politiche e missioni di guerra, utili al posizionamento del capitalismo italiano nel mondo, non solo vengono confermate e persino rafforzate in Libano, in Afghanistan, nei Balcani, ma ricevono una nuova pioggia di miliardi a scapito della spesa sociale e contro i diritti di autodeterminazione di altri popoli. E tuttavia la marcia offensiva della borghesia italiana si combina con due contraddizioni rilevanti. La prima è la crisi di consenso. La borghesia domina più di prima, ma si riduce la sua egemonia sulla società italiana. La crisi di consenso non ha valore congiunturale e di superficie. Ha un carattere di fondo e una base materiale. L’impoverimento progressivo del lavoro dipendente; l’espansione enorme del precariato; la proletarizzazione di ampi settori impiegatizi; l’indebitamento drammatico di milioni di famiglie; e persino la crisi sociale di ampie fasce di piccola borghesia e di lavoro autonomo, hanno scavato negli anni, nel loro insieme, un fossato profondo tra la maggioranza della società e le politiche dominanti. Questo non determina meccanicamente una radicalizzazione di lotta, ed anzi spesso si accompagna a processi di demotivazione e passivizzazione. E tuttavia accumula fascine. Gli stessi circoli dominanti manifestano una preoccupazione crescente. Se addirittura il governatore Draghi e Montezemolo, nel mentre rapinano i salari, riconoscono la “questione salariale”, non lo fanno certo per sensibilità sociale, né solo perché preoccupati di un eccessivo calo dei consumi. Lo fanno anche perché temono il rischio, a distanza, di una rottura sociale. La seconda è la crisi delle forme di rappresentanza politica ed istituzionale. Quindici anni fa, proprio per aggirare la crisi di consenso delle proprie politiche e la dissoluzione della vecchia DC, la borghesia appoggiò leggi elettorali maggioritarie e il bipolarismo, col fine di assicurarsi formule di governo più stabili e intercambiabili nella gestione delle politiche antioperaie, ottenendo indubbi risultati. E tuttavia i due poli d’alternanza forgiati dalla storia politica di vent’anni hanno accumulato contraddizioni interne esplosive, e sono oggi a pezzi. Il Centrodestra è esploso, sotto l’effetto dirompente di un ritorno populistico del berlusconismo che conferma l’anomalia del fenomeno Berlusconi, dei suoi interessi privatistici, aziendali, di clan, della sua congenita difficoltà sia a rappresentare, sia a ricomporre attorno a sé un “normale” partito borghese conservatore. Ma anche il Centrosinistra è in crisi, perché è in crisi il suo blocco sociale di riferimento, come già accadde nella sua legislatura precedente. Tenere insieme Montezemolo e i suoi operai, le banche e le famiglie indebitate, è impresa improba, quando non si può ridistribuire ricchezze. La crisi del governo Prodi e dell’Unione ha, al fondo, questa radice. Il fatto che la crisi si sia approfondita proprio con la nascita di quel PD che si candidava a fattore di stabilizzazione, dà la misura della sua serietà. E certo oggi, l’asse tra Veltroni e Berlusconi, nel peggior mercimonio reazionario di riforme elettorali e istituzionali, non è solo la conferma, al di là delle recite, della convergenza programmatica di fondo tra i partiti dominanti di Centrosinistra e Centrodestra: è anche la misura della crisi del vecchio bipolarismo della seconda repubblica e della difficoltà a trovare un nuovo equilibrio. parte 1