PROSPETTIVACOMUNISTA

Post N° 60


La responsabilità storica delle sinistre italiane Le contraddizioni della nuova socialdemocrazia arcobaleno Ma proprio qui stanno le enormi responsabilità delle sinistre e dei loro gruppi dirigenti in questi vent’anni. Invece che investire le proprie forze nell’opposizione alle classi dominanti, ai loro partiti, ai loro governi, incuneandosi nella loro crisi politica e di consenso, le sinistre hanno fatto l’opposto: hanno utilizzato quella crisi di consenso e quelle contraddizioni politiche per offrire alle classi dominanti il proprio servizio prezioso; di più, per valorizzare l’importanza, l’indispensabilità, del proprio soccorso. E in tutti i passaggi più difficili degli ultimi dieci anni, dall’ingresso nei parametri di Maastriicht del ’96 sino all’attuale stretta sociale, quel ruolo è stato davvero indispensabile per la borghesia italiana. Altro che la cosiddetta “politica del meno peggio”! Proprio le peggiori misure antioperaie e antipopolari del decennio hanno avuto il voto e il sostegno dei gruppi dirigenti delle sinistre: a partire dalle leggi famigerate di precarizzazione del lavoro, dal pacchetto Treu del ’97 al protocollo del 23 luglio. E proprio quel sostegno è stato decisivo per far passare nella società italiana e tra le masse misure che, altrimenti, avrebbero incontrato ben altre reazioni e resistenze. Peraltro, quando quelle reazioni e resistenze si sono prodotte, come negli anni di Berlusconi e contro Berlusconi; quando non solo la classe operaia, ma vasti movimenti di massa irruppero sulla scena per chiedere una svolta, con una potenzialità e una massa critica imponente , tutta la politica degli apparati sindacali e delle sinistre lavorò a liquidare quelle potenzialità: prima privandole di una piattaforma unificante e di uno sbocco, poi subordinandole progressivamente a una nuova prospettiva di Centrosinistra, e quindi agli avversari politici e sociali di quelle lotte. In cambio di un posto al tavolo della concertazione, sul piano sindacale; e di sottosegretariati, ministeri, una presidenza della Camera, sul piano politico. Un anno e mezzo di governo Prodi è l’esito e il prezzo di quella svendita. Altro che una politica “incoerente” con le domande dei movimenti, come si attardano ad affermare le sinistre critiche! E’ una politica che ha usato i movimenti per una scalata ministeriale e istituzionale contro i movimenti. Che ha usato le lotte e i voti degli operai per portarli in dote a Confindustria. Che ha usato le lotte e i voti dei pacifisti per portarli in dote alle missioni di guerra. Che ha usato le lotte e i voti dei giovani no global per avere De Gennaro al Viminale e decenni di galera per i manifestanti di Genova e di Cosenza. E certo Carlo Giuliani non avrebbe mai pensato che le sue lotte e persino il suo sacrificio avrebbero potuto essere un giorno usati e traditi per un governo nemico delle attese e delle ragioni di tanta parte della sua generazione. Questa è dunque la natura reale dei gruppi dirigenti della sinistra italiana. Non una sinistra che “sbaglia” nella ricerca di un altro mondo possibile. Ma una sinistra che opera come agenzia delle classi dominanti di questo mondo capitalistico all’interno delle classi subalterne. La Sinistra Arcobaleno non è altro che la nuova veste arlecchino, certo appropriata, di questo ruolo. La sua cancellazione di falce e martello non è altro che il riflesso simbolico della cancellazione delle ragioni del lavoro. E il fatto che il Presidente della Camera voglia partorire la nuova creatura col taglio cesareo di una legge elettorale concordata a tavolino con Veltroni, anche al prezzo di governare con Berlusconi, dà non solo la misura della difficoltà del parto, ma anche l’assenza di ogni più elementare principio nello stesso codice genetico del nuovo soggetto. E tuttavia questo disegno, se ha un suo punto di forza, ha anche una sua debolezza. Il suo punto di forza sta nell’esigenza reale del sistema borghese di disporre di un ammortizzatore a sinistra, o al governo o all’opposizione. E’ una necessità fisiologica della democrazia borghese, tanto più in un quadro perdurante di sacrifici sociali e di malessere operaio e popolare. Questo ruolo non può essere pienamente assolto da un PD che ha tagliato i ponti con la vecchia socialdemocrazia DS. Né può essere interamente scaricato sulla burocrazia CGIL, attribuendole una funzione permanente di supplenza politica impropria. E’ un ruolo che richiede una forza politica specifica. Il progetto della Sinistra Arcobaleno ha qui la sua missione: non semplicemente quella di occupare uno spazio elettorale a sinistra del PD, ma di costruire e consolidare la funzione sociale di una nuova socialdemocrazia, come canale di integrazione e subordinazione del movimento operaio. E tuttavia questo progetto strategico si scontra con limiti e contraddizioni profonde. Non solo col groviglio di contrasti interni ai gruppi dirigenti e ai loro equilibri (che il negoziato sulla legge elettorale alimenta); né solo nella difficoltà a trovare un punto di equilibro col PD o con la burocrazia CGIL. Ma in fattori di fondo che vanno al di là del contingente. In primo luogo, nella massa critica modesta della nuova costituenda socialdemocrazia: nella sua debolezza di radicamento sociale all’interno del movimento operaio e delle stesse burocrazie sindacali, che contrasta con l’ambizione di un ruolo di controllo dello scontro di classe come merce di scambio con la borghesia e il PD. Di certo la socialdemocrazia della seconda repubblica appare infinitamente lontana dal ruolo e dalla forza che il PC aveva nella prima. In secondo luogo, l’impraticabilità di uno scambio sociale reale, di una contropartita vera, seppur modesta, da offrire alla propria base sociale, come un anno e mezzo di governo Prodi ha dimostrato impietosamente. Da qui una grande difficoltà a reggere il compromesso ambito col PD. Da qui la difficoltà ancora più grande ad alimentare entusiasmo per il nuovo soggetto, a produrre un effetto di trascinamento e di identificazione in esso. La bastonata inferta al popolo del 20 ottobre e alle sue speranze col voto a favore del protocollo di luglio è indicativa. Ed anzi il parto della Sinistra Arcobaleno coincide non a caso con la crisi profonda di Rifondazione Comunista, la più acuta della sua storia politica. La nuova socialdemocrazia che si annuncia non nasce dunque col vento in poppa di una pressione di massa, ma con la zavorra della compromissione di governo, del disincanto, del distacco di migliaia di militanti, iscritti, elettori. Il Partito Comunista dei Lavoratori come forza autonoma e alternativa E’ in questo quadro generale e a fronte di questo bilancio; a fronte dell’offensiva dominante, della completa capitolazione delle sinistre, delle nuove contraddizioni e dei nuovi spazi che si aprono, che ci siamo assunti la responsabilità di costituire il Partito Comunista dei Lavoratori, in coerenza con un lungo percorso. A differenza di altri, come Sinistra Critica, che dopo aver sostenuto per sei anni il bertinottismo, dopo aver votato 22 volte la fiducia al governo Prodi, dopo aver disertato sino al 9 Giugno tutti gli appuntamenti di piazza dell’opposizione, oggi abbandonano la nave di Rifondazione che affonda ( salvo non fare un partito ); noi, che per 15 anni abbiamo combattuto il gruppo dirigente del PRC, noi che per un anno e mezzo abbiamo agito all’opposizione (anche all’opposizione di finanziarie di sacrifici e di guerra che altri votavano), noi facciamo un partito. Perché il problema non è fuggire dalla vecchia nave per salvare la propria scialuppa. Il problema è costruire una nuova nave per il movimento operaio, una nuova rotta, un nuovo progetto. E di costruirlo ora, nel momento della nuova riorganizzazione generale della sinistra italiana, nel momento di massimo scollamento tra quella sinistra e la sua base sociale. Per questo diamo vita al nostro partito. Non un ennesimo partito in vendita sul mercato, ma un partito autonomo, estraneo al bipolarismo, alternativo all’intero ordine dominante, impegnato in ogni lotta a difendere l’autonomia dei lavoratori e dei movimenti, impegnato a portare in ogni movimento presente, come affermava Marx, il futuro del movimento operaio. Ossia la prospettiva socialista. Questo è il partito che manca da troppo tempo nella lunga storia del movimento operaio italiano. Non sono certo mancati in questa lunga storia grandi movimenti e potenzialità radicali: penso al moto della Resistenza; all’ascesa di massa del ’68 -’69; su scala diversa, agli stessi movimenti di massa degli ultimi anni. Ciò che è mancato è un partito che, in quelle lotte, sapesse costruire una prospettiva indipendente all’altezza delle loro potenzialità. Col risultato che le immense energie e generosità di quelle generazioni sono state usate e piegate, da vecchi e nuovi apparati, per scopi e ragioni totalmente contraddittori con le loro domande. In altri termini, sono state tradite. La costruzione del Partito Comunista dei Lavoratori vuol essere la risposta a questo bilancio. Vuol essere un investimento decisivo nel futuro delle lotte e dei movimenti delle nuove generazioni, per evitare che rivivano le sconfitte delle generazioni precedenti. Quando diciamo “costruiamo una sinistra che non tradisca”, non evochiamo uno slogan. Descriviamo esattamente il nostro impegno: quello di ripartire da un quadro di principi saldi, quegli stessi principi di fondo sui quali nacque il Partito Comunista d’Italia delle origini, il partito di Lenin e dell’Ottobre: l’opposizione alle classi dirigenti e ai loro governi; la volontà di connettere gli obiettivi immediati alla prospettiva socialista; il respiro internazionale della nostra azione e costruzione. Perché non si può costruire nulla di serio in una prospettiva storica, nulla capace di durare, nulla all’altezza delle nuove sfide, se non si costruisce sul granito. E non si costruisce sul granito se non si recupera la fermezza dei principi e dei fini, la lealtà politica e morale verso la propria classe e il suo futuro. Qui sta l’autonomia e l’unicità del nostro partito nella sinistra italiana. Il nostro impegno a tenere la barra, la nostra volontà di rompere definitivamente con quella lunga tradizione dell’opportunismo che già Engels così definiva oltre un secolo fa: “la dimenticanza delle grandi questioni di principio di fronte agli interessi passeggeri del giorno “ Da qui la volontà del PCL di presentarsi pubblicamente ovunque, davanti ai cancelli delle fabbriche, come alle prossime elezioni, amministrative, politiche, europee per quello che semplicemente siamo, senza infingimenti o autocensure: con quel simbolo do falce e martello che non è per noi né la copertura a termine di una doppiezza né un’improvvisazione elettoralistica, ma l’abito naturale delle ragioni e delle origini, più attuali oggi che mai : le ragioni del lavoro e del socialismo. La battaglia di massa per la rottura con la borghesia Contro ogni logica minoritaria Al tempo stesso la nostra autonomia non è e non sarà isolamento. Confondere il rigore dei principi con l’autorecinzione, sarebbe non solo dannoso per la nostra costruzione, ma profondamente contrario proprio alla natura del nostro programma. L’autonomia del PCL vuol essere infatti al servizio dell’indipendenza di classe e di una politica di massa. Vuol essere lo strumento per affermare in ogni lotta, in ogni movimento, tra le masse, l’esigenza della rottura con le classi dominanti: il concetto di fondo secondo cui solo rompendo con la borghesia, i suoi partiti, i suoi governi; solo unendo le proprie forze attorno a un proprio programma indipendente, le grandi masse possono costruire uno sbocco per le proprie ragioni di fondo ed anche strappare risultati parziali; e viceversa: senza quella rottura, senza una propria indipendenza, ogni lotta, ogni movimento, per quanto grandi, sono condannati alla subordinazione e alla sconfitta. E’ questa la lezione degli ultimi vent’anni e dell’intera storia del movimento operaio. Qui sta il senso della nostra parola d’ordine centrale di polo autonomo di classe anticapitalistico. Non è un cartello delle attuali sinistre di opposizione a Prodi, o la nostra pratica unitaria con queste sinistre su obiettivi comuni di lotta (pratica che abbiamo attuato e attuiamo lealmente in funzione dello sviluppo del movimento). E’ una linea politica di massa rivolta alle classi subalterne di questo Paese. E’ una linea di lotta per l’egemonia, fuori da ogni minoritarismo. Proprio perché siamo rivoluzionari non confondiamo il nostro ombelico col mondo. Altre culture e tradizioni, genericamente antagoniste e/o centriste, possono scambiare spesso i propri desideri per la realtà, e nutrirsi della propria autorappresentazione amplificata e retorica per cui un movimento in cui sono egemoni, diventa il movimento; un proprio sindacato di riferimento, per quanto limitato, diventa il sindacato (o addirittura il soggetto politico onnicomprensivo sostitutivo del partito); una propria azione di sciopero, positiva ma parziale, diventa lo sciopero generale. (Concezioni peraltro che spesso esprimono una totale incomprensione dei rapporti di forza reali con le sinistre di governo e i loro apparati). Ma un partito che lotta per la rivoluzione sociale ha e deve avere la misura della realtà, della distanza che oggi separa la coscienza delle masse da quella prospettiva, e del divario tra la propria piccola forza e il ruolo decisivo di quelle grandi masse. Per questo non ci limitiamo a “stare“ nei movimenti. Ma lavoriamo e dovremo lavorare in ogni movimento per unificare il fronte di classe, sviluppare la sua coscienza politica, liberare le masse e innanzitutto la loro avanguardia dal controllo o dall’influenza di vecchi e nuovi apparati. In una parola: per conquistare la maggioranza della classe e innanzitutto la sua avanguardia ad una prospettiva anticapitalista, con un lavoro quotidiano e paziente di intervento e di radicamento. parte 2