La centralità della classe operaia La proposta della vertenza generale In primo luogo nella classe operaia. Contro tutte le ideologie e i vaniloqui che in tanti anni e da tante parti si sono affrettati a sentenziarne la scomparsa o la marginalità, resta un fatto inequivocabile: la classe operaia non solo esiste, ma cresce. Si estende in Italia il lavoro dipendente. Si accresce persino la classe operaia industriale. E nonostante i drammatici arretramenti, la precarizzazione dilagante e i processi di demoralizzazione, quello resta, anche in termini soggettivi, il principale crinale di contraddizione con le politiche dominanti. Cosa significa se un milione di operai dice no al protocollo del 23 luglio, nonostante il carattere burocratico e truffaldino della consultazione? Cosa significa se quel milione si concentra in primo luogo in quelle grandi fabbriche che hanno fatto la storia del movimento operaio e sindacale italiano, a partire da tutti gli stabilimenti della FIAT? Significa che contro tutti i ricercatori vecchi e nuovi, di nuove centralità sostitutive e di nuovi surrogati, la contraddizione tra capitale e lavoro si ripropone come perno centrale dello scontro. Senza partire da qui non si ricostruisce un’opposizione reale e di massa. Tanto meno si ricostruisce un più ampio blocco sociale alternativo. Qui sta la nostra proposta di una vertenza generale unificante del mondo del lavoro. Sono decenni che la classe operaia italiana è privata di una piattaforma di lotta indipendente. E sono decenni che essa subisce sulla propria pelle il negoziato sulle piattaforme padronali, senza che nessun soggetto politico e sindacale, anche tra le forze anticoncertative, avanzi una proposta reale di ricomposizione e di svolta. Noi ci proviamo. Quando rivendichiamo una piattaforma generale che combini consistenti aumenti salariali, l’abolizione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro, il salario garantito ai disoccupati che cercano lavoro e ai giovani in attesa di prima occupazione, il ritorno della previdenza a ripartizione; quando indichiamo la fonte di finanziamento di queste misure nelle tasche e nei portafogli di chi non ha mai pagato (a partire dai grandi profitti, dalle grandi rendite, dai grandi patrimoni), non facciamo una lista letteraria della spesa, né proponiamo una nuova politica economica a qualche simposio intellettuale. Avanziamo una proposta generale di lotta che tracci una linea di ricomposizione, nell’azione, tra l’operaio, il precario, il disoccupato, l’immigrato, le grandi masse del Meridione, con la consapevolezza che tanto più oggi, tanto più nel quadro di una crisi sociale che ha diviso, frammentato, indebolito il mondo del lavoro, solo una lotta generale può ricomporre la sua unità; solo una lotta generale può replicare all’aggressione del capitale contro i lavoratori, al livello attuale dello scontro; solo una lotta generale può dare un riferimento vero, oltretutto, non solo a milioni di giovani precari o disoccupati, ma anche a quasi 3 milioni di lavoratori immigrati, arabi, senegalesi, albanesi, rumeni, altrimenti destinati non solo al supersfruttamento della marginalità, del ricatto odioso delle espulsioni e delle vessazioni poliziesche, ma ad essere usati cinicamente contro i lavoratori italiani, come strumento di divisione sociale, o come pretesto di campagne politiche contro i diritti di tutti. Certo non siamo noi, con le nostre sole forze, a poter determinare una vertenza generale unificante del mondo del lavoro. Ma possiamo e dobbiamo batterci in ogni movimento e in ogni lotta per avanzare questa prospettiva. Perché se le sinistre di governo hanno il mandato di disinnescare il conflitto e dividere i lavoratori, il nostro partito investe, al contrario, nella prospettiva di un’esplosione sociale generale, concentrata e radicale. L’unica che possa ribaltare i rapporti di forza e dischiudere dal basso uno scenario nuovo. E proprio la crisi diffusa di consenso verso le politiche dominanti, nonostante le immense difficoltà, fornisce una base oggettiva a questa nostra proposta. L’impostazione della nostra battaglia sindacale Questo è il senso del nostro stesso lavoro sindacale, su cui svilupperemo dopo il congresso, uno specifico approfondimento. Il lavoro sindacale dei comunisti non è una sfera separata, è parte di una battaglia di massa tesa a conquistare la maggioranza della classe ad una prospettiva politica indipendente. Per questo non ci identifichiamo, come PCL, in questo o quell’altro sindacato. Ci identifichiamo in un progetto politico complessivo da condurre in tutti i sindacati. In tutti i sindacati in cui i nostri compagni sono collocati, nella CGIL, nella CUB, nello SDL, tra i COBAS, nello SLAI-COBAS, portiamo avanti la nostra proposta di indipendenza e unificazione del fronte di classe: in primo luogo contro la politica della burocrazia sindacale, e della CGIL in particolare, che porta tra i lavoratori gli interessi del capitalismo italiano; ma anche contro ogni logica che subordini lo sviluppo e la radicalizzazione del movimento di lotta all’interesse conservativo, reale o presunto, di questa o quell’altra sigla o componente. Con questo metodo ci siamo battuti e ci battiamo per l’unità d’azione di tutte le forze del sindacalismo di classe, ovunque collocate, come in occasione degli scioperi generali contro le finanziarie del governo Prodi o il protocollo di luglio. Con questo metodo abbiamo proposto una grande assemblea nazionale dei delegati del NO al protocollo come momento di autorganizzazione democratica e di unificazione dell’avanguardia sociale, per consentire a quel milione di lavoratori che si è opposto all’accordo non solo di contrastare la svendita parlamentare del loro no, ma di porsi come soggetto di riferimento di più vaste masse, di definire finalmente una propria piattaforma e una propria proposta di lotta da rivolgere all’insieme del movimento operaio, provando ad aprire una pagina nuova. Ed è significativo, lasciatemelo dire, che mentre questa proposta è stata accolta e rilanciata da settori limitati ma preziosi dell’avanguardia operaia (dal comitato del NO della FIAT di Cassino al comitato del NO del porto di Genova, passando per le avanguardie delle meccaniche FIAT di Mirafiori ) quella proposta elementare è stata invece respinta o ignorata, non solo com’è ovvio dalle sinistre di governo, da subito protese alla svendita, ma anche dall’insieme delle sinistre critiche o antagoniste: ognuna in realtà preoccupata non di unire e sviluppare il movimento reale, ma di difendere prioritariamente la propria rendita di posizione dal movimento reale e da una possibile dialettica libera, su basi democratiche e senza steccati che avrebbe potuto svilupparsi al suo interno. E’ stata un’esperienza preziosa perché anche qui passa, vedete, la distinzione tra il nostro partito e le altre sinistre. Chi vuole semplicemente proteggere il proprio spazio di sinistra critica o antagonista, finisce con l’essere settario verso il movimento reale e il suo sviluppo. Chi vuole costruire un partito rivoluzionario non ha altro interesse da difendere che il movimento reale delle masse e, in esso, una libera battaglia anticapitalistica per l’egemonia. Centralità operaia non è economicismo Per una risposta di classe a tutte le domande di liberazione Al tempo stesso la centralità della classe operaia non significa per noi economicismo: un curarsi dei temi sindacali a scapito di altre domande e tematiche di emancipazione e liberazione, quasi vi fosse una sorta di superiorità di valore del tema del salario o della pensione rispetto alla difesa dell’ambiente, alla lotta antimperialista, alla liberazione della donna. No. Per noi centralità della classe operaia significa, al contrario, assumere la classe come leva centrale di ricomposizione, sul terreno anticapitalistico, di tutte le domande di emancipazione e liberazione: perché nessuna di quelle domande può trovare soddisfazione fuori da una prospettiva anticapitalistica; e nessuna prospettiva anticapitalistica può darsi senza l’irruzione decisiva della classe operaia. Ma proprio per questo il PCL rompe con una tradizione politica e culturale di lungo corso, che ha attraversato DP, è passata per il PRC, è approdata in parte in Sinistra Critica, secondo cui in buona sostanza si tratterebbe di sommare il marxismo, l’ecologismo, il pacifismo, il femminismo, come somma arcobaleno di valori e culture “critiche”. E’ una visione subalterna: che da un lato riduce il marxismo a filosofia tra le filosofie, disimpegnandolo paradossalmente proprio dall’elaborazione programmatica su terreni complessi e impegnativi; e che dall’altro priva quelle bandiere dell’ecologismo, del pacifismo, del femminismo, che pure impugna, di una prospettiva reale di trasformazione, o riducendole a icone inoffensive, o assumendone le espressioni ideologiche neoriformiste. Vogliamo fare l’opposto. Vogliamo sviluppare il programma rivoluzionario del marxismo su tutti i temi dell’emancipazione umana, dare una risposta di classe e comunista a tutte le domande di liberazione; che non è solo il modo di sviluppare il marxismo “sul suo proprio terreno”, come affermava Gramsci, ma è anche e soprattutto indicare l’unica risposta reale, non ideologica, ai bisogni di emancipazione di vaste masse. Perché non c’è risposta reale alla tematica di liberazione della donna senza mettere in discussione quell’organizzazione capitalistica della società che rialimenta e riproduce ogni giorno l’oppressione di genere. Non c’è risposta reale alla domanda ecologico-ambientale senza colpire un sistema capitalista basato sulla legge cieca del profitto: che riduce a merce non solo il lavoro ma la natura, e dunque lo stesso rapporto tra l’uomo e la natura; come rivela il business dei rifiuti, l’intossicazione dei cibi, lo scempio delle coste, ed oggi persino l’assunzione della stessa sensibilità ecologica di più ampi settori di massa come terreno di nuove speculazioni di mercato e di nuovi inquinamenti. Non c’è risposta reale alla domanda di pace senza l’aperta rottura con l’imperialismo e innanzitutto il nostro imperialismo: quindi senza andare al di là del pacifismo, chiamando in causa gli interessi delle nostre classi dominanti e i crimini delle nostre truppe tricolori: come quelli compiuti in Iraq nella battaglia dei Ponti con l’assassinio impunito di decine di irakeni. Perché tutti ricordano i militari italiani uccisi a Nassiriya. Nessuno ricorda bimbi e donne gravide colpiti dal piombo delle truppe italiane in quella terra. Nessuno denuncia lo scandaloso silenzio bipartisan che copre ancora oggi le menzogne dei nostri generali e le false informazioni del governo. Ecco: a differenza delle Sinistra arcobaleno, il partito che vogliamo costruire non piegherà mai la verità alla retorica tricolore, al codice del silenzio e della complicità. E così nella lotta contro la Chiesa. Non c’è una risposta reale alla stessa domanda laica e anticlericale, così presente in larga parte della società italiana, senza ricondurre le lotte importanti per i diritti civili alla messa in discussione del potere materiale della Chiesa e della sua connessione profonda con il capitalismo italiano e internazionale: senza rivendicare, ad esempio, non solo la soppressione dei finanziamenti pubblici oggi elargiti a scuola e sanità private, ma l’esproprio del gigantesco patrimonio immobiliare della Chiesa e la sua devoluzione ai bisogni e alle esigenze sociali di milioni di lavoratori e di diseredati. Il cardinal Bertone rivendichi pure il Togliatti dell’articolo 7 come modello per Walter Veltroni, noi all’opposto vogliamo rompere con la lunga, ossequiosa sudditanza storica della sinistra italiana al Vaticano. Quando diciamo che siamo “coerentemente anticlericali perché coerentemente anticapitalisti”, vogliamo esattamente intendere questo. Insomma: l’anticapitalismo non è per noi un’ideologia. E’ la cifra concreta di quel programma di trasformazione dell’ordine materiale della società senza la quale tutte le domande di emancipazione finiscono sul binario morto delle evocazioni vuote, magari imprigionate nel finto ping pong di un’alternanza senza alternativa. Per questo in ogni movimento di lotta, nel movimento contro la guerra, nelle lotte contro l’inquinamento, gli inceneritori o la privatizzazione dell’acqua, nelle manifestazioni del movimento delle donne, nelle mobilitazioni per i diritti civili, dobbiamo combinare la partecipazione piena ai movimenti, che è anche lavoro di costruzione e unificazione delle loro lotte, con l’articolazione di una proposta programmatica di rottura con la borghesia. Proprio l’elaborazione e l’articolazione di una nostra proposta programmatica anticapitalista in ogni settore di intervento, che superi i limiti del nostro primo documento congressuale (come sul tema dell’ambiente), sarà un compito importante del nuovo partito, dei suoi gruppi dirigenti, delle sue commissioni di lavoro. Nelle lotte di ogni giorno la prospettiva anticapitalista Via la dittatura degli industriali e delle banche Proprio perché l’anticapitalismo e una prospettiva socialista non sono per noi, a differenza di altri, un orpello ideologico, ma un fine reale, la vera bussola della nostra azione e delle nostre scelte, nelle grandi come nelle piccole cose, non riduciamo il socialismo a convegnistica intellettuale, ma lo incorporiamo nella nostra politica. C’è una tradizione un po’ curiosa, che accomuna gruppi estremisti o aree centriste di diverso segno, che combina il minimalismo politico delle proposte con l’apparente radicalità della propaganda. Nei giorni feriali, si fa per dire, la lotta per il salario. In qualche canonica festività la commemorazione della rivoluzione d’Ottobre (quando va bene) o l’evocazione del socialismo come immaginario della letteratura. In mezzo, il nulla. Il PCL rompe con questa tradizione e ne recupera un’altra, quella originaria dei comunisti, di Marx,di Lenin, di Trotskj: quella che costruisce il ponte tra il presente e il futuro; che fa vivere la prospettiva anticapitalista in ogni piega della propria azione; che in ogni movimento, in ogni lotta, cerca di sviluppare la sua coscienza e le sue potenzialità verso la rottura con l’ordine costituito. Verso la comprensione che solo la rottura col capitalismo, solo un governo dei lavoratori, basato sui loro interessi e sulla loro forza, possono aprire una prospettiva nuova e realizzare un’ alternativa vera. Per questo, a differenza di tutte le altre sinistre, le nostre rivendicazioni programmatiche non rispettano le colonne d’Ercole di questo sistema; non si limitano agli obiettivi cosiddetti “realizzabili” dentro questa società, ma assumono come unico vincolo le necessità reali delle classi subalterne contro quelle compatibilità. Con una radicalità uguale e contraria alla radicalità dello sfruttamento capitalistico e dell’oppressione quotidiana di milioni di uomini e di donne. Di fronte a migliaia di aziende in crisi, di padroni che licenziano i lavoratori, non ci accodiamo alle compravendite di mercato e alla negoziazione dei cosiddetti esuberi. Rivendichiamo il licenziamento di quei padroni, cioè la nazionalizzazione delle loro aziende sotto il controllo dei lavoratori. Di fronte ad aziende assassine, responsabili di migliaia di omicidi bianchi di lavoratori impoveriti e ricattati, non ci accodiamo agli appelli ipocriti, al “codice etico” o all’annuncio di nuovi ispettori (compiacenti): chiediamo la galera per i responsabili, l’esproprio delle loro fabbriche, il controllo operaio su tutti gli aspetti dell’organizzazione del lavoro, in tutte le aziende di questo Paese. Che è l’unica risposta reale al cinismo criminale del capitalismo e del mercato. Di fronte allo strapotere delle banche, vero bastione della seconda repubblica, che oltre ad essere responsabili di infinite truffe e crimini finanziari, impiccano a mutui usurai milioni di famiglie, non ci affidiamo alle rituali risoluzioni dell’antitrust o alle platoniche sentenze della magistratura: noi rivendichiamo la nazionalizzazione delle banche, con la stessa logica con cui si rivendica il sequestro di un’associazione a delinquere. Ed anzi il PCL vuol fare della battaglia di massa contro questa associazione a delinquere non solo un elemento riconoscibile del suo profilo pubblico, ma una proposta politica di massa sul terreno della ricomposizione di un vasto blocco sociale alternativo che unisca l’operaio, il precario, il pensionato, ma anche un vasto settore del piccolo lavoro autonomo e del piccolo risparmio: a riprova del fatto che proprio un programma anticapitalistico radicale può saldare attorno al movimento operaio tutta la rabbia sociale contro gli attuali poteri dominanti. Per il potere dei lavoratori e delle lavoratrici Una risposta rivoluzionaria all’antipolitica e al populismo A chi ci obbietta che questo programma è “irrealizzabile”, rispondiamo che proprio questo è paradossalmente il suo punto di forza: dimostra che tutte le necessità più elementari delle grandi masse richiedono il rovesciamento delle attuali classi dominanti, il potere dei lavoratori e delle lavoratrici. Questo, in definitiva, è ciò che segna più nel profondo la natura e l’identità del nostro partito. Noi poniamo in ultima analisi al centro della nostra politica la questione del potere, la questione di chi comanda, la questione della forza. Senza questa prospettiva tutto il vocabolario anticapitalista resta retorica vuota o si riduce, per dirla con Marx, alle armi della “critica”. Senza mettere in discussione il potere reale di quella minoranza di industriali e di banchieri che concentra nelle proprie mani tutte le leve di comando, in osmosi profonda con l’apparato dello stato e con i partiti dominanti (in Italia come in tutte le democrazie borghesi), non si dischiude alcuna prospettiva di alternativa di società, come ci rivela la lunga storia italiana. Vogliamo introdurre in ogni lotta il seme di questa consapevolezza. A chi ci obbietta, in nome del “realismo”, che non è questo il tempo di evocare la prospettiva della rivoluzione, ma solo di agitare temi sociali immediati, facciamo osservare che proprio la realtà della crisi sociale pone la radicalità delle soluzioni politiche. A loro modo ne sono oggi coscienti persino settori dominanti. E’ un caso che a fronte del disarmo politico e culturale di una sinistra sempre più omologata siano oggi ambienti borghesi e reazionari a sdoganare paradossalmente il termine “rivoluzione”? La seconda repubblica è stata presentata come rivoluzione liberale. La Lega di Bossi evoca la “rivoluzione padana”, e persino l’immagine dei fucili. Berlusconi presenta il suo nuovo partito come l’inizio di una “avventura rivoluzionaria”. La verità è che il disincanto di massa verso le politiche dominanti, combinato con l’assenza di un’opposizione di sinistra antisistema, ha spianato la strada ad una demagogia populista anche all’interno di settori operai e popolari. Ed oggi è talmente profondo il disincanto popolare che le operazioni politiche più conservatrici, e persino reazionarie, devono cercare di presentarsi come “rivoluzionarie” per esercitare suggestione e raccogliere consenso. Sarebbe davvero paradossale, tanto più oggi, se fossero proprio i comunisti a temere di parlare di rivoluzione. Di più, sarebbe irresponsabile. Perché significherebbe avallare ed ampliare lo spazio di suggestione del populismo più reazionario. La necessità che abbiamo è esattamente opposta: quella di dare al disincanto popolare e all’umore di massa una traduzione di classe, totalmente alternativa al populismo ma altrettanto radicale e di rottura. Restituendo al termine di rivoluzione il significato che Gramsci gli diede quando disse, sullo sfondo dell’avanzata dello squadrismo, che l’unica vera rivoluzione possibile in Italia è la rivoluzione socialista. E questa prospettiva socialista va fatta vivere nella nostra politica con il linguaggio più accessibile e popolare, fuori dal finto bon ton del politichese. Per questo, a fronte della marea montante dell’antipolitica e del suo veleno qualunquista, non dobbiamo temere di essere noi a rivendicare un altro potere e un altro stato: ad esempio con deputati revocabili dai loro elettori, con lo stipendio di un deputato del popolo pari a duemila euro mensili, con l’abolizione di ogni privilegio, di ogni barriera divisoria, materiale e simbolica, tra le grandi masse e la politica; ma anzi restituendo alla maggioranza della società il potere non solo di votare, ma di decidere sulla propria vita e sul proprio futuro. Che è poi il vero potere reale. E su questi temi crediamo importante che il nuovo partito appronti nella prossima fase una precisa iniziativa politica e pubblica. La costruzione autonoma del PCL al di là delle varianti dello scenario politico Questo programma generale, proprio perché ancora la nostra stessa esistenza a un progetto di fondo, è uno strumento essenziale per tenere oggi la rotta della nostra impresa, al di là dei mutamenti della situazione politica e delle sue infinite variabili. Il PCL nasce per vivere a lungo. E dunque per misurarsi col saliscendi inevitabile degli avvenimenti politici e sociali. Gli scenari politici futuri, anche prossimi, potrebbero vedere, come tutti sappiamo, modifiche sensibili del quadro politico. Il governo Prodi è in larga parte consunto, al di là della sua formale sopravvivenza. Una parte importante di quei poteri forti che l’hanno sostenuto e che hanno beneficiato della sua politica, guarda già oltre. L’asse negoziale tra Veltroni, Berlusconi e Bertinotti attorno alla ricerca di una nuova legge elettorale, introduce un ulteriore fattore di destabilizzazione. Sia che si concluda attorno alle ipotesi formulate, sia che fallisca. Nell’un caso come nell’altro, le risultanti possibili sono molto diverse tra loro: dalla continuità ancor più precaria di questo governo, alla corsa verso elezioni anticipate con la presente legge elettorale, sino addirittura a ipotesi, alquanto improbabili ma non impossibili, di governi istituzionali di unità nazionale. Su questo scenario più prossimo e sui nostri compiti più immediati presenteremo, a conclusione del congresso, un breve e specifico ordine del giorno. Ma è evidente che dobbiamo esser pronti ad ogni evenienza, a fronteggiare ogni possibile variante. Denunciando in ogni caso, sin dai prossimi giorni, l’ipocrisia di una cosiddetta “verifica di governo” che non riguarda i salari ma le convenienze elettorali, non l’interesse dei lavoratori ma quello di coloro che li usano per i propri specifici interessi. Sviluppando una nostra battaglia controcorrente per una legge elettorale proporzionale pura, contro tutte le proposte dominanti funzionali a rafforzare esclusivamente la stabilità dei governi borghesi, e quindi la governabilità delle loro rapine contro i lavoratori. Rivendicando più che mai il bilancio del fallimento generale del Centrosinistra e delle sinistre che l’hanno sorretto: indipendentemente dal fatto che continuino a sostenere Prodi, o che vengano scaricate all’opposizione dopo il lavoro sporco prestato, o che persino decidano di staccare la spina al governo per negoziare più liberamente con Berlusconi una legge elettorale che consenta domani di ricomporre un governo con Veltroni. In ogni caso, le ragioni del Partito Comunista dei Lavoratori, di una nuova sinistra italiana, sono e saranno documentate dai fatti. Proprio perché forti delle nostre ragioni dovremo nel nostro lavoro, già nella prossima fase, combinare la difesa intransigente della nostra autonomia con la più ampia proiezione esterna. Predisponendoci a intercettare, sulle nostre basi politiche e sui nostri programmi, tutto ciò che l’esperienza dei fatti potrà liberare verso di noi. Tra i tanti compagni di base del PRC, che oggi si interrogano più di ieri, più di un anno e mezzo fa, sul proprio destino politico: ai quali il voto sul protocollo, l’annullamento del simbolo, il rinvio del congresso, sta ponendo l’onere di decisioni non più rinviabili. E soprattutto nell’avanguardia sociale dei movimenti e della classe operaia, dove abbiamo registrato nell’ultima fase un interesse crescente verso di noi da parte di settori preziosi d’avanguardia, in particolare in alcune grandi fabbriche. Peraltro, l’affllusso più ampio di nuove richieste di adesione al PCL che ci sono pervenute via e-mail nell’ultima fase, e in particolare nell’ultimo mese, non sono solo ragione di soddisfazione, pur nella consapevolezza della modestia ancora delle nostre forze: sono anche la spia di potenzialità nuove e più ampie, iscritte nella crisi profonda della sinistra italiana che sta a noi cercare di capitalizzare. Lavorando a combinare, magari meglio che in passato, i due elementi decisivi di metodo che nel documento congressuale abbiamo richiamato: il rigore e l’apertura. Il rigore, perché senza il rigore dei principi non si costruisce nulla di nuovo, perché senza un partito di militanti e di quadri non si va da nessuna parte, men che meno si persegue il nostro fine. L’apertura nell’azione di raggruppamento e di costruzione del PCL, perché a differenza di altri non ci diamo come compito quello di conservare noi stessi, ma di costruire, sulle nostre basi, una nuova direzione dei movimento operaio italiano.
Post N° 61
La centralità della classe operaia La proposta della vertenza generale In primo luogo nella classe operaia. Contro tutte le ideologie e i vaniloqui che in tanti anni e da tante parti si sono affrettati a sentenziarne la scomparsa o la marginalità, resta un fatto inequivocabile: la classe operaia non solo esiste, ma cresce. Si estende in Italia il lavoro dipendente. Si accresce persino la classe operaia industriale. E nonostante i drammatici arretramenti, la precarizzazione dilagante e i processi di demoralizzazione, quello resta, anche in termini soggettivi, il principale crinale di contraddizione con le politiche dominanti. Cosa significa se un milione di operai dice no al protocollo del 23 luglio, nonostante il carattere burocratico e truffaldino della consultazione? Cosa significa se quel milione si concentra in primo luogo in quelle grandi fabbriche che hanno fatto la storia del movimento operaio e sindacale italiano, a partire da tutti gli stabilimenti della FIAT? Significa che contro tutti i ricercatori vecchi e nuovi, di nuove centralità sostitutive e di nuovi surrogati, la contraddizione tra capitale e lavoro si ripropone come perno centrale dello scontro. Senza partire da qui non si ricostruisce un’opposizione reale e di massa. Tanto meno si ricostruisce un più ampio blocco sociale alternativo. Qui sta la nostra proposta di una vertenza generale unificante del mondo del lavoro. Sono decenni che la classe operaia italiana è privata di una piattaforma di lotta indipendente. E sono decenni che essa subisce sulla propria pelle il negoziato sulle piattaforme padronali, senza che nessun soggetto politico e sindacale, anche tra le forze anticoncertative, avanzi una proposta reale di ricomposizione e di svolta. Noi ci proviamo. Quando rivendichiamo una piattaforma generale che combini consistenti aumenti salariali, l’abolizione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro, il salario garantito ai disoccupati che cercano lavoro e ai giovani in attesa di prima occupazione, il ritorno della previdenza a ripartizione; quando indichiamo la fonte di finanziamento di queste misure nelle tasche e nei portafogli di chi non ha mai pagato (a partire dai grandi profitti, dalle grandi rendite, dai grandi patrimoni), non facciamo una lista letteraria della spesa, né proponiamo una nuova politica economica a qualche simposio intellettuale. Avanziamo una proposta generale di lotta che tracci una linea di ricomposizione, nell’azione, tra l’operaio, il precario, il disoccupato, l’immigrato, le grandi masse del Meridione, con la consapevolezza che tanto più oggi, tanto più nel quadro di una crisi sociale che ha diviso, frammentato, indebolito il mondo del lavoro, solo una lotta generale può ricomporre la sua unità; solo una lotta generale può replicare all’aggressione del capitale contro i lavoratori, al livello attuale dello scontro; solo una lotta generale può dare un riferimento vero, oltretutto, non solo a milioni di giovani precari o disoccupati, ma anche a quasi 3 milioni di lavoratori immigrati, arabi, senegalesi, albanesi, rumeni, altrimenti destinati non solo al supersfruttamento della marginalità, del ricatto odioso delle espulsioni e delle vessazioni poliziesche, ma ad essere usati cinicamente contro i lavoratori italiani, come strumento di divisione sociale, o come pretesto di campagne politiche contro i diritti di tutti. Certo non siamo noi, con le nostre sole forze, a poter determinare una vertenza generale unificante del mondo del lavoro. Ma possiamo e dobbiamo batterci in ogni movimento e in ogni lotta per avanzare questa prospettiva. Perché se le sinistre di governo hanno il mandato di disinnescare il conflitto e dividere i lavoratori, il nostro partito investe, al contrario, nella prospettiva di un’esplosione sociale generale, concentrata e radicale. L’unica che possa ribaltare i rapporti di forza e dischiudere dal basso uno scenario nuovo. E proprio la crisi diffusa di consenso verso le politiche dominanti, nonostante le immense difficoltà, fornisce una base oggettiva a questa nostra proposta. L’impostazione della nostra battaglia sindacale Questo è il senso del nostro stesso lavoro sindacale, su cui svilupperemo dopo il congresso, uno specifico approfondimento. Il lavoro sindacale dei comunisti non è una sfera separata, è parte di una battaglia di massa tesa a conquistare la maggioranza della classe ad una prospettiva politica indipendente. Per questo non ci identifichiamo, come PCL, in questo o quell’altro sindacato. Ci identifichiamo in un progetto politico complessivo da condurre in tutti i sindacati. In tutti i sindacati in cui i nostri compagni sono collocati, nella CGIL, nella CUB, nello SDL, tra i COBAS, nello SLAI-COBAS, portiamo avanti la nostra proposta di indipendenza e unificazione del fronte di classe: in primo luogo contro la politica della burocrazia sindacale, e della CGIL in particolare, che porta tra i lavoratori gli interessi del capitalismo italiano; ma anche contro ogni logica che subordini lo sviluppo e la radicalizzazione del movimento di lotta all’interesse conservativo, reale o presunto, di questa o quell’altra sigla o componente. Con questo metodo ci siamo battuti e ci battiamo per l’unità d’azione di tutte le forze del sindacalismo di classe, ovunque collocate, come in occasione degli scioperi generali contro le finanziarie del governo Prodi o il protocollo di luglio. Con questo metodo abbiamo proposto una grande assemblea nazionale dei delegati del NO al protocollo come momento di autorganizzazione democratica e di unificazione dell’avanguardia sociale, per consentire a quel milione di lavoratori che si è opposto all’accordo non solo di contrastare la svendita parlamentare del loro no, ma di porsi come soggetto di riferimento di più vaste masse, di definire finalmente una propria piattaforma e una propria proposta di lotta da rivolgere all’insieme del movimento operaio, provando ad aprire una pagina nuova. Ed è significativo, lasciatemelo dire, che mentre questa proposta è stata accolta e rilanciata da settori limitati ma preziosi dell’avanguardia operaia (dal comitato del NO della FIAT di Cassino al comitato del NO del porto di Genova, passando per le avanguardie delle meccaniche FIAT di Mirafiori ) quella proposta elementare è stata invece respinta o ignorata, non solo com’è ovvio dalle sinistre di governo, da subito protese alla svendita, ma anche dall’insieme delle sinistre critiche o antagoniste: ognuna in realtà preoccupata non di unire e sviluppare il movimento reale, ma di difendere prioritariamente la propria rendita di posizione dal movimento reale e da una possibile dialettica libera, su basi democratiche e senza steccati che avrebbe potuto svilupparsi al suo interno. E’ stata un’esperienza preziosa perché anche qui passa, vedete, la distinzione tra il nostro partito e le altre sinistre. Chi vuole semplicemente proteggere il proprio spazio di sinistra critica o antagonista, finisce con l’essere settario verso il movimento reale e il suo sviluppo. Chi vuole costruire un partito rivoluzionario non ha altro interesse da difendere che il movimento reale delle masse e, in esso, una libera battaglia anticapitalistica per l’egemonia. Centralità operaia non è economicismo Per una risposta di classe a tutte le domande di liberazione Al tempo stesso la centralità della classe operaia non significa per noi economicismo: un curarsi dei temi sindacali a scapito di altre domande e tematiche di emancipazione e liberazione, quasi vi fosse una sorta di superiorità di valore del tema del salario o della pensione rispetto alla difesa dell’ambiente, alla lotta antimperialista, alla liberazione della donna. No. Per noi centralità della classe operaia significa, al contrario, assumere la classe come leva centrale di ricomposizione, sul terreno anticapitalistico, di tutte le domande di emancipazione e liberazione: perché nessuna di quelle domande può trovare soddisfazione fuori da una prospettiva anticapitalistica; e nessuna prospettiva anticapitalistica può darsi senza l’irruzione decisiva della classe operaia. Ma proprio per questo il PCL rompe con una tradizione politica e culturale di lungo corso, che ha attraversato DP, è passata per il PRC, è approdata in parte in Sinistra Critica, secondo cui in buona sostanza si tratterebbe di sommare il marxismo, l’ecologismo, il pacifismo, il femminismo, come somma arcobaleno di valori e culture “critiche”. E’ una visione subalterna: che da un lato riduce il marxismo a filosofia tra le filosofie, disimpegnandolo paradossalmente proprio dall’elaborazione programmatica su terreni complessi e impegnativi; e che dall’altro priva quelle bandiere dell’ecologismo, del pacifismo, del femminismo, che pure impugna, di una prospettiva reale di trasformazione, o riducendole a icone inoffensive, o assumendone le espressioni ideologiche neoriformiste. Vogliamo fare l’opposto. Vogliamo sviluppare il programma rivoluzionario del marxismo su tutti i temi dell’emancipazione umana, dare una risposta di classe e comunista a tutte le domande di liberazione; che non è solo il modo di sviluppare il marxismo “sul suo proprio terreno”, come affermava Gramsci, ma è anche e soprattutto indicare l’unica risposta reale, non ideologica, ai bisogni di emancipazione di vaste masse. Perché non c’è risposta reale alla tematica di liberazione della donna senza mettere in discussione quell’organizzazione capitalistica della società che rialimenta e riproduce ogni giorno l’oppressione di genere. Non c’è risposta reale alla domanda ecologico-ambientale senza colpire un sistema capitalista basato sulla legge cieca del profitto: che riduce a merce non solo il lavoro ma la natura, e dunque lo stesso rapporto tra l’uomo e la natura; come rivela il business dei rifiuti, l’intossicazione dei cibi, lo scempio delle coste, ed oggi persino l’assunzione della stessa sensibilità ecologica di più ampi settori di massa come terreno di nuove speculazioni di mercato e di nuovi inquinamenti. Non c’è risposta reale alla domanda di pace senza l’aperta rottura con l’imperialismo e innanzitutto il nostro imperialismo: quindi senza andare al di là del pacifismo, chiamando in causa gli interessi delle nostre classi dominanti e i crimini delle nostre truppe tricolori: come quelli compiuti in Iraq nella battaglia dei Ponti con l’assassinio impunito di decine di irakeni. Perché tutti ricordano i militari italiani uccisi a Nassiriya. Nessuno ricorda bimbi e donne gravide colpiti dal piombo delle truppe italiane in quella terra. Nessuno denuncia lo scandaloso silenzio bipartisan che copre ancora oggi le menzogne dei nostri generali e le false informazioni del governo. Ecco: a differenza delle Sinistra arcobaleno, il partito che vogliamo costruire non piegherà mai la verità alla retorica tricolore, al codice del silenzio e della complicità. E così nella lotta contro la Chiesa. Non c’è una risposta reale alla stessa domanda laica e anticlericale, così presente in larga parte della società italiana, senza ricondurre le lotte importanti per i diritti civili alla messa in discussione del potere materiale della Chiesa e della sua connessione profonda con il capitalismo italiano e internazionale: senza rivendicare, ad esempio, non solo la soppressione dei finanziamenti pubblici oggi elargiti a scuola e sanità private, ma l’esproprio del gigantesco patrimonio immobiliare della Chiesa e la sua devoluzione ai bisogni e alle esigenze sociali di milioni di lavoratori e di diseredati. Il cardinal Bertone rivendichi pure il Togliatti dell’articolo 7 come modello per Walter Veltroni, noi all’opposto vogliamo rompere con la lunga, ossequiosa sudditanza storica della sinistra italiana al Vaticano. Quando diciamo che siamo “coerentemente anticlericali perché coerentemente anticapitalisti”, vogliamo esattamente intendere questo. Insomma: l’anticapitalismo non è per noi un’ideologia. E’ la cifra concreta di quel programma di trasformazione dell’ordine materiale della società senza la quale tutte le domande di emancipazione finiscono sul binario morto delle evocazioni vuote, magari imprigionate nel finto ping pong di un’alternanza senza alternativa. Per questo in ogni movimento di lotta, nel movimento contro la guerra, nelle lotte contro l’inquinamento, gli inceneritori o la privatizzazione dell’acqua, nelle manifestazioni del movimento delle donne, nelle mobilitazioni per i diritti civili, dobbiamo combinare la partecipazione piena ai movimenti, che è anche lavoro di costruzione e unificazione delle loro lotte, con l’articolazione di una proposta programmatica di rottura con la borghesia. Proprio l’elaborazione e l’articolazione di una nostra proposta programmatica anticapitalista in ogni settore di intervento, che superi i limiti del nostro primo documento congressuale (come sul tema dell’ambiente), sarà un compito importante del nuovo partito, dei suoi gruppi dirigenti, delle sue commissioni di lavoro. Nelle lotte di ogni giorno la prospettiva anticapitalista Via la dittatura degli industriali e delle banche Proprio perché l’anticapitalismo e una prospettiva socialista non sono per noi, a differenza di altri, un orpello ideologico, ma un fine reale, la vera bussola della nostra azione e delle nostre scelte, nelle grandi come nelle piccole cose, non riduciamo il socialismo a convegnistica intellettuale, ma lo incorporiamo nella nostra politica. C’è una tradizione un po’ curiosa, che accomuna gruppi estremisti o aree centriste di diverso segno, che combina il minimalismo politico delle proposte con l’apparente radicalità della propaganda. Nei giorni feriali, si fa per dire, la lotta per il salario. In qualche canonica festività la commemorazione della rivoluzione d’Ottobre (quando va bene) o l’evocazione del socialismo come immaginario della letteratura. In mezzo, il nulla. Il PCL rompe con questa tradizione e ne recupera un’altra, quella originaria dei comunisti, di Marx,di Lenin, di Trotskj: quella che costruisce il ponte tra il presente e il futuro; che fa vivere la prospettiva anticapitalista in ogni piega della propria azione; che in ogni movimento, in ogni lotta, cerca di sviluppare la sua coscienza e le sue potenzialità verso la rottura con l’ordine costituito. Verso la comprensione che solo la rottura col capitalismo, solo un governo dei lavoratori, basato sui loro interessi e sulla loro forza, possono aprire una prospettiva nuova e realizzare un’ alternativa vera. Per questo, a differenza di tutte le altre sinistre, le nostre rivendicazioni programmatiche non rispettano le colonne d’Ercole di questo sistema; non si limitano agli obiettivi cosiddetti “realizzabili” dentro questa società, ma assumono come unico vincolo le necessità reali delle classi subalterne contro quelle compatibilità. Con una radicalità uguale e contraria alla radicalità dello sfruttamento capitalistico e dell’oppressione quotidiana di milioni di uomini e di donne. Di fronte a migliaia di aziende in crisi, di padroni che licenziano i lavoratori, non ci accodiamo alle compravendite di mercato e alla negoziazione dei cosiddetti esuberi. Rivendichiamo il licenziamento di quei padroni, cioè la nazionalizzazione delle loro aziende sotto il controllo dei lavoratori. Di fronte ad aziende assassine, responsabili di migliaia di omicidi bianchi di lavoratori impoveriti e ricattati, non ci accodiamo agli appelli ipocriti, al “codice etico” o all’annuncio di nuovi ispettori (compiacenti): chiediamo la galera per i responsabili, l’esproprio delle loro fabbriche, il controllo operaio su tutti gli aspetti dell’organizzazione del lavoro, in tutte le aziende di questo Paese. Che è l’unica risposta reale al cinismo criminale del capitalismo e del mercato. Di fronte allo strapotere delle banche, vero bastione della seconda repubblica, che oltre ad essere responsabili di infinite truffe e crimini finanziari, impiccano a mutui usurai milioni di famiglie, non ci affidiamo alle rituali risoluzioni dell’antitrust o alle platoniche sentenze della magistratura: noi rivendichiamo la nazionalizzazione delle banche, con la stessa logica con cui si rivendica il sequestro di un’associazione a delinquere. Ed anzi il PCL vuol fare della battaglia di massa contro questa associazione a delinquere non solo un elemento riconoscibile del suo profilo pubblico, ma una proposta politica di massa sul terreno della ricomposizione di un vasto blocco sociale alternativo che unisca l’operaio, il precario, il pensionato, ma anche un vasto settore del piccolo lavoro autonomo e del piccolo risparmio: a riprova del fatto che proprio un programma anticapitalistico radicale può saldare attorno al movimento operaio tutta la rabbia sociale contro gli attuali poteri dominanti. Per il potere dei lavoratori e delle lavoratrici Una risposta rivoluzionaria all’antipolitica e al populismo A chi ci obbietta che questo programma è “irrealizzabile”, rispondiamo che proprio questo è paradossalmente il suo punto di forza: dimostra che tutte le necessità più elementari delle grandi masse richiedono il rovesciamento delle attuali classi dominanti, il potere dei lavoratori e delle lavoratrici. Questo, in definitiva, è ciò che segna più nel profondo la natura e l’identità del nostro partito. Noi poniamo in ultima analisi al centro della nostra politica la questione del potere, la questione di chi comanda, la questione della forza. Senza questa prospettiva tutto il vocabolario anticapitalista resta retorica vuota o si riduce, per dirla con Marx, alle armi della “critica”. Senza mettere in discussione il potere reale di quella minoranza di industriali e di banchieri che concentra nelle proprie mani tutte le leve di comando, in osmosi profonda con l’apparato dello stato e con i partiti dominanti (in Italia come in tutte le democrazie borghesi), non si dischiude alcuna prospettiva di alternativa di società, come ci rivela la lunga storia italiana. Vogliamo introdurre in ogni lotta il seme di questa consapevolezza. A chi ci obbietta, in nome del “realismo”, che non è questo il tempo di evocare la prospettiva della rivoluzione, ma solo di agitare temi sociali immediati, facciamo osservare che proprio la realtà della crisi sociale pone la radicalità delle soluzioni politiche. A loro modo ne sono oggi coscienti persino settori dominanti. E’ un caso che a fronte del disarmo politico e culturale di una sinistra sempre più omologata siano oggi ambienti borghesi e reazionari a sdoganare paradossalmente il termine “rivoluzione”? La seconda repubblica è stata presentata come rivoluzione liberale. La Lega di Bossi evoca la “rivoluzione padana”, e persino l’immagine dei fucili. Berlusconi presenta il suo nuovo partito come l’inizio di una “avventura rivoluzionaria”. La verità è che il disincanto di massa verso le politiche dominanti, combinato con l’assenza di un’opposizione di sinistra antisistema, ha spianato la strada ad una demagogia populista anche all’interno di settori operai e popolari. Ed oggi è talmente profondo il disincanto popolare che le operazioni politiche più conservatrici, e persino reazionarie, devono cercare di presentarsi come “rivoluzionarie” per esercitare suggestione e raccogliere consenso. Sarebbe davvero paradossale, tanto più oggi, se fossero proprio i comunisti a temere di parlare di rivoluzione. Di più, sarebbe irresponsabile. Perché significherebbe avallare ed ampliare lo spazio di suggestione del populismo più reazionario. La necessità che abbiamo è esattamente opposta: quella di dare al disincanto popolare e all’umore di massa una traduzione di classe, totalmente alternativa al populismo ma altrettanto radicale e di rottura. Restituendo al termine di rivoluzione il significato che Gramsci gli diede quando disse, sullo sfondo dell’avanzata dello squadrismo, che l’unica vera rivoluzione possibile in Italia è la rivoluzione socialista. E questa prospettiva socialista va fatta vivere nella nostra politica con il linguaggio più accessibile e popolare, fuori dal finto bon ton del politichese. Per questo, a fronte della marea montante dell’antipolitica e del suo veleno qualunquista, non dobbiamo temere di essere noi a rivendicare un altro potere e un altro stato: ad esempio con deputati revocabili dai loro elettori, con lo stipendio di un deputato del popolo pari a duemila euro mensili, con l’abolizione di ogni privilegio, di ogni barriera divisoria, materiale e simbolica, tra le grandi masse e la politica; ma anzi restituendo alla maggioranza della società il potere non solo di votare, ma di decidere sulla propria vita e sul proprio futuro. Che è poi il vero potere reale. E su questi temi crediamo importante che il nuovo partito appronti nella prossima fase una precisa iniziativa politica e pubblica. La costruzione autonoma del PCL al di là delle varianti dello scenario politico Questo programma generale, proprio perché ancora la nostra stessa esistenza a un progetto di fondo, è uno strumento essenziale per tenere oggi la rotta della nostra impresa, al di là dei mutamenti della situazione politica e delle sue infinite variabili. Il PCL nasce per vivere a lungo. E dunque per misurarsi col saliscendi inevitabile degli avvenimenti politici e sociali. Gli scenari politici futuri, anche prossimi, potrebbero vedere, come tutti sappiamo, modifiche sensibili del quadro politico. Il governo Prodi è in larga parte consunto, al di là della sua formale sopravvivenza. Una parte importante di quei poteri forti che l’hanno sostenuto e che hanno beneficiato della sua politica, guarda già oltre. L’asse negoziale tra Veltroni, Berlusconi e Bertinotti attorno alla ricerca di una nuova legge elettorale, introduce un ulteriore fattore di destabilizzazione. Sia che si concluda attorno alle ipotesi formulate, sia che fallisca. Nell’un caso come nell’altro, le risultanti possibili sono molto diverse tra loro: dalla continuità ancor più precaria di questo governo, alla corsa verso elezioni anticipate con la presente legge elettorale, sino addirittura a ipotesi, alquanto improbabili ma non impossibili, di governi istituzionali di unità nazionale. Su questo scenario più prossimo e sui nostri compiti più immediati presenteremo, a conclusione del congresso, un breve e specifico ordine del giorno. Ma è evidente che dobbiamo esser pronti ad ogni evenienza, a fronteggiare ogni possibile variante. Denunciando in ogni caso, sin dai prossimi giorni, l’ipocrisia di una cosiddetta “verifica di governo” che non riguarda i salari ma le convenienze elettorali, non l’interesse dei lavoratori ma quello di coloro che li usano per i propri specifici interessi. Sviluppando una nostra battaglia controcorrente per una legge elettorale proporzionale pura, contro tutte le proposte dominanti funzionali a rafforzare esclusivamente la stabilità dei governi borghesi, e quindi la governabilità delle loro rapine contro i lavoratori. Rivendicando più che mai il bilancio del fallimento generale del Centrosinistra e delle sinistre che l’hanno sorretto: indipendentemente dal fatto che continuino a sostenere Prodi, o che vengano scaricate all’opposizione dopo il lavoro sporco prestato, o che persino decidano di staccare la spina al governo per negoziare più liberamente con Berlusconi una legge elettorale che consenta domani di ricomporre un governo con Veltroni. In ogni caso, le ragioni del Partito Comunista dei Lavoratori, di una nuova sinistra italiana, sono e saranno documentate dai fatti. Proprio perché forti delle nostre ragioni dovremo nel nostro lavoro, già nella prossima fase, combinare la difesa intransigente della nostra autonomia con la più ampia proiezione esterna. Predisponendoci a intercettare, sulle nostre basi politiche e sui nostri programmi, tutto ciò che l’esperienza dei fatti potrà liberare verso di noi. Tra i tanti compagni di base del PRC, che oggi si interrogano più di ieri, più di un anno e mezzo fa, sul proprio destino politico: ai quali il voto sul protocollo, l’annullamento del simbolo, il rinvio del congresso, sta ponendo l’onere di decisioni non più rinviabili. E soprattutto nell’avanguardia sociale dei movimenti e della classe operaia, dove abbiamo registrato nell’ultima fase un interesse crescente verso di noi da parte di settori preziosi d’avanguardia, in particolare in alcune grandi fabbriche. Peraltro, l’affllusso più ampio di nuove richieste di adesione al PCL che ci sono pervenute via e-mail nell’ultima fase, e in particolare nell’ultimo mese, non sono solo ragione di soddisfazione, pur nella consapevolezza della modestia ancora delle nostre forze: sono anche la spia di potenzialità nuove e più ampie, iscritte nella crisi profonda della sinistra italiana che sta a noi cercare di capitalizzare. Lavorando a combinare, magari meglio che in passato, i due elementi decisivi di metodo che nel documento congressuale abbiamo richiamato: il rigore e l’apertura. Il rigore, perché senza il rigore dei principi non si costruisce nulla di nuovo, perché senza un partito di militanti e di quadri non si va da nessuna parte, men che meno si persegue il nostro fine. L’apertura nell’azione di raggruppamento e di costruzione del PCL, perché a differenza di altri non ci diamo come compito quello di conservare noi stessi, ma di costruire, sulle nostre basi, una nuova direzione dei movimento operaio italiano.