PER UN POLO AUTONOMO ANTICAPITALISTICO Noi abbiamo rifiutato questo approdo. Dopo una lunga battaglia nel PRC contro la sua prospettiva di governo, abbiamo rotto con quel partito nel momento stesso del suo ingresso nel governo Prodi. Tra il PRC e i lavoratori abbiamo scelto i lavoratori contro un partito che li aveva traditi. E in questa scelta sta, simbolicamente, il senso stesso della prospettiva nuova del Partito Comunista dei lavoratori. Il Partito Comunista dei lavoratori nasce da una precisa scelta di campo. Non abbiamo altri interessi da difendere e rappresentare di quelli dei lavoratori, delle lavoratrici, delle classi subalterne di questo paese. Vogliamo costruire una rappresentanza politica vera di quegli interessi e di quelle ragioni, in aperta opposizione al Centrosinistra e al Centrodestra. Se il Centrosinistra vuole legare i lavoratori al carro del grande capitale, noi ci battiamo per una prospettiva opposta: per la piena autonomia del mondo del lavoro e delle sue ragioni rispetto a tutte le forze della borghesia italiana. Perché solo questa autonomia consente di definire un programma indipendente di rivendicazioni finalmente corrispondenti agli interessi dei lavoratori e non alle “compatibilità” delle imprese. Perché solo questa autonomia può liberare una potenzialità di lotta e di mobilitazione radicale capace di unire i lavoratori, strappare risultati, mutare i rapporti di forza. Perché solo questa autonomia può liberare una prospettiva di alternativa vera alla dittatura dei capitalisti e dei banchieri. Ci battiamo dunque per la costruzione di un “polo autonomo anticapitalistico”. Contro tutti coloro che vogliono subordinare i lavoratori agli interessi di altre classi, rivendichiamo l’unità del mondo del lavoro, in tutta la sua attuale estensione attorno a un proprio programma indipendente e ad una propria prospettiva: quella di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici di aperta rottura con l’ordine capitalistico della società. A chi ci accusa di voler dividere i lavoratori aggravando la “frammentazione a sinistra”, rispondiamo nel modo più semplice: a dividere i lavoratori ci pensano quotidianamente Centrosinistra e Centrodestra con le loro campagne mistificatrici (giovani contro anziani, “garantiti” contro precari, privati contro pubblici, italiani contro immigrati). Siamo noi a voler unire l’intero mondo del lavoro in contrapposizione alle classi dominanti. E siamo noi a sfidare apertamente all’unità tutte le forze della sinistra e dei sindacati che parlano a nome del mondo del lavoro: “Rompete con Prodi, col Partito Democratico, con la borghesia italiana e realizziamo insieme, unitariamente, una battaglia comune su un programma alternativo”. Sta di fatto, purtroppo, che gli apparati della sinistra preferiscono l’unità col capitale contro i lavoratori all’unità dei lavoratori contro il capitale. Chi è dunque che tradisce “l’unità”? A chi ci accusa di volere l’ “impossibile” perché rivendichiamo la prospettiva di un governo dei lavoratori, chiediamo di guardare in faccia la realtà. I grandi capitalisti e le grandi banche governano l’Italia da quasi due secoli, utilizzando le più svariate forme istituzionali e di governo. In particolare negli ultimi 20 anni si alternano al governo il capitalista Berlusconi e i rappresentanti del grosso delle grandi imprese e delle banche: entrambi a garanzia di una minoranza di saccheggiatori contro le esigenze della maggioranza della società. Ebbene, noi vogliamo rovesciare questo sistema. Non sta scritto su nessuna tavola della legge che possono governare solo i capitalisti e i loro partiti contro i lavoratori. Possono governare i lavoratori, i loro partiti, le loro organizzazioni, per liberare la società dalla dittatura dei capitalisti e riorganizzarla su basi nuove. Sviluppare nella classe lavoratrice la coscienza di questa possibilità, contro ogni spirito di rassegnazione e subordinazione, è il senso stesso della nostra politica. BASTA SACRIFICI. REDISTRIBUIRE LA RICCHEZZA PER UNA VERTENZA GENERALE DEL MONDO DEL LAVORO, DEI PRECARI, DEI DISOCCUPATI Nell’immediato, proponiamo lo sviluppo di una grande vertenza generale unificante del mondo del lavoro, dei precari, dei disoccupati, attorno a una propria piattaforma di lotta, finalmente decisa dai lavoratori stessi. Sono vent’anni che le sinistre italiane, politiche e sindacali, accettano di negoziare… sulla piattaforma del padronato: prima sulla cancellazione della scala mobile (anni 80 e primi anni 90); poi sui tagli alle spese sociali, sulle privatizzazioni, sull’abbattimento della previdenza pubblica (92-96); poi sulla precarizzazione dilagante del lavoro. Ogni volta si è detto che i “sacrifici” richiesti servivano a ottenere miglioramenti futuri. E’ accaduto l’opposto: ogni arretramento ha preparato la strada agli arretramenti successivi. Ogni sconfitta ha trascinato con sé altre sconfitte. Sino alla devastazione attuale: in cui i figli si vedono privati delle conquiste dei loro padri. Noi diciamo: ora basta. In tutti i movimenti, in tutte le assemblee, in tutti i sindacati, ci battiamo per porre l’esigenza di una svolta di fondo. Ogni negoziato sui nuovi sacrifici è inaccettabile e va respinto. Proponiamo una vertenza vera non sulle richieste del padronato ma sulle esigenze e sulle domande dei lavoratori. Quelle sacrificate da vent’anni.Una vertenza basata su una piattaforma di lotta che unifichi tutto ciò che il capitale ha diviso e divide, attorno ad un insieme di rivendicazioni comuni. Un forte aumento di salari e stipendi per l’insieme dei lavoratori dipendenti: perché con 1000 euro (quando va bene) non si raggiunge la fine del mese. L’abolizione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro, dal pacchetto Treu alla legge Maroni, a partire dall’assunzione a tempo indeterminato di tutti i lavoratori oggi precari: per porre fine alla ricattabilità sociale di milioni di giovani, all’insicurezza cronica del lavoro e della vita di un’intera generazione. L’abrogazione delle controriforme pensionistiche degli ultimi 15 anni, a favore del ritorno della previdenza pubblica a ripartizione: consentendo a milioni di giovani di godere un domani di una pensione decente, vincolata all’ultimo stipendio e sottratta al ricatto dei fondi pensione. Un vero salario garantito per i disoccupati in cerca di lavoro e per i giovani in cerca di prima occupazione: per consentire loro di sottrarsi alla marginalità sociale, al ricatto del precariato, alle mani della criminalità organizzata. Un massiccio investimento di risorse sotto controllo popolare, nella scuola pubblica, nella sanità pubblica, nei trasporti, nell’edilizia popolare, nel risanamento ambientale…: restituendo innanzitutto ai servizi sociali e alla qualità della vita tutto ciò che le politiche dominanti hanno loro sottratto per vent’anni a esclusivo vantaggio delle rendite e dei profitti. A chi afferma che non vi sono risorse per finanziare queste richieste, rispondiamo che le risorse non solo esistono ma sono immense. Basta prenderle là dove sono: dalle decine di miliardi che le Finanziarie regalano alle grandi imprese private con gli ordinari trasferimenti pubblici (44 miliardi tra il 2000 e il 2006). Dagli immensi profitti realizzati dalle grandi imprese in anni e decenni di supersfruttamento del lavoro e di bassi salari (41 miliardi di profitti nel solo 2005 da parte delle prime venti aziende). Dai giganteschi utili realizzati dalle banche sia con attività di ordinario strozzinaggio (mutui) sia con l’espansione del proprio controllo sul grosso dell’economia nazionale (crescita del 50% dei profitti nel solo 2006). Dal grande patrimonio finanziario detenuto dal 2% delle famiglie italiane (800 miliardi di euro tra i possessori di patrimoni superiori ai 500.000 euro). Dai 21 miliardi di spese militari previsti dal bilancio dello stato (cresciuti del 13% con la finanziaria 2006) e destinati a costosissimi armamenti, missioni di guerra, e profitti dell’industria militare. Per non parlare infine della famigerata evasione fiscale del grande capitale o della Chiesa: una Chiesa che grazie alla scandalosa esenzione di IVA ed ICI ed ai mille benefici di cui gode, sottrae all' erario pubblico 6 miliardi l' anno. E’ vero invece che una piattaforma di lotta unificante e di svolta che dica a chiare lettere “Paghi chi non ha mai pagato” potrebbe conquistare un vasto consenso popolare e mobilitare grandi energie contro le classi dominanti. Aprendo una vera prova di forza, capace di incidere sulle stesse contraddizioni del blocco sociale delle destre. Peraltro solo un’aperta prova di forza può strappare risultati e conquiste parziali: è la lezione recente della grande mobilitazione dei lavoratori e precari francesi nel 2005 contro le misure di precarizzazione del lavoro. LICENZIARE I LICENZIATORI. NAZIONALIZZARE LE BANCHE. Una prova di forza con le classi dominanti non potrebbe limitarsi alla sola redistribuzione della ricchezza, ma chiamerebbe in causa il tema stesso della proprietà. Tutte le sinistre di governo si genuflettono di fronte al totem della proprietà privata dei grandi mezzi di produzione e di scambio. Il fatto che nelle mani di una piccola minoranza della società si concentrino tutte le leve di comando (industria, credito, servizi, telecomunicazioni, stampa) non suscita ai loro occhi alcuno scandalo. Al contrario tutti i “democratici” lo considerano un fatto del tutto normale e inevitabile. Di più: negli ultimi 15 anni hanno sostenuto o avallato un gigantesco processo di privatizzazioni che ha allargato a dismisura proprietà e ricchezze del capitale finanziario, a vantaggio di poche grandi famiglie (vecchie e nuove) e a scapito di lavoratori, consumatori, piccoli risparmiatori, oltreché della moralità pubblica e dell’ambiente. Noi vogliamo ribaltare questa politica. Se Centrodestra e Centrosinistra si interrogano ogni giorno sul “costo del lavoro” per il capitale, noi poniamo la domanda opposta: quanto costa la proprietà capitalistica al mondo del lavoro e alla società italiana? Un costo immenso. E non un costo “naturale” e inevitabile. Ma il costo irrazionale del privilegio e dell’arbitrio su cui si fonda l’attuale struttura della società. Noi vogliamo sopprimere quel costo per un altro ordine della società. Per questo, a partire dalle lotte dei lavoratori, avanziamo alcune rivendicazioni elementari. La rinazionalizzazione, sotto controllo operaio e senza indennizzo (se non per i piccoli risparmiatori), di tutte le aziende, i settori, i servizi che sono stati privatizzati negli ultimi 20 anni, a partire dai settori strategici: non è possibile costruire alcuna alternativa se innanzitutto non si libera il campo dalle devastazioni compiute. Se non si recuperano al controllo pubblico e all’interesse pubblico beni fondamentali per la qualità della vita, a partire dall’acqua. L’unificazione sotto controllo pubblico dell’istruzione e della sanità: scuola privata e sanità privata non solo contraddicono la necessaria universalità e gratuità di servizi pubblici fondamentali, ma sottraggono grandi risorse al servizio pubblico. Spesso, oltretutto – come nella sanità – per truffe e speculazioni ignobili sulla pelle dei malati. E’ inaccettabile. Istruzione e sanità debbono essere pubbliche e laiche. La nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo dei lavoratori delle industrie in crisi, che inquinano, che licenziano. Migliaia di aziende prendono soldi dallo Stato per realizzare ristrutturazioni antioperaie, portare all’estero gli impianti, lasciare sulla strada i dipendenti. E’ intollerabile. E’ necessario unificare le 4.500 lotte di resistenza oggi in corso nelle fabbriche in crisi a difesa dei posti di lavoro in un ampio fronte unitario di lotta. E’ possibile solo se la parola d’ordine della nazionalizzazione delle aziende in crisi è fatta propria dal movimento operaio italiano. Come in settori d’avanguardia e lotte radicali di altri paesi. La nazionalizzazione delle assicurazioni e delle banche. Banche e assicurazioni sono l’architrave del potere economico in Italia. Ma anche strumento di oppressione verso ampi strati popolari: attraverso il nodo scorsoio di mutui usurai, il raggiro di correntisti e piccoli risparmiatori, i legami con la criminalità, la partecipazione, da protagonisti, a truffe gigantesche e scandali nazionali (Cirio, Bond Argentini, Parmalat). La nazionalizzazione delle banche e la loro unificazione in un unico istituto di credito sotto controllo popolare, sarebbe non solo un fattore di eliminazione di irrazionalità e sprechi: ma anche una leva di igiene morale e di liberazione dallo strozzinaggio per un’ampia parte della società. E un colpo severo a mafia e camorra. A chi obietta che queste misure, nel loro insieme, sono “incompatibili”, con le leggi economiche dell’attuale società e dell’attuale Unione Europea, rispondiamo semplicemente che è vero. Infatti ci battiamo per un’altra società e per un’altra Europa. E’ il capitalismo ad essere “incompatibile” con le esigenze della maggioranza della società. E’ l’Europa delle banche con le sue quotidiane ricette di sacrifici ad essere incompatibile con le domande popolari. Solo un’economia europea democraticamente pianificata, basata sul controllo delle leve della produzione e del credito da parte dei lavoratori può consentire una riorganizzazione dei rapporti sociali in funzione dei bisogni dei molti e non del profitto dei pochi. Solo un’economia democraticamente pianificata, può affrontare in Italia la moderna questione meridionale, impiegare e valorizzare tutte le capacità di lavoro sull’intero territorio nazionale, riconvertire l’industria bellica o inquinante con piene garanzie occupazionali per i lavoratori, ampliare e qualificare la spesa sociale in direzione di case, scuole, università, ospedali, ricerca, programmare un ampio sviluppo dei servizi per l’infanzia, promuovere il riassetto idrogeologico del territorio. E una battaglia per l’alternativa anticapitalistica in Italia è parte della lotta per un’Europa socialista, oltreché un contributo importante in questa direzione. NO ALL’IPOCRISIA (E AI COSTI) DELLA “DEMOCRAZIA” BORGHESE Un programma anticapitalistico non sarà mai realizzato dagli attuali governi e dall’attuale Stato. Richiede una lotta generale per un altro governo e un altro Stato. L’attuale natura e organizzazione dello Stato sono funzionali alle attuali classi dominanti. Altro che “democrazia”! Le grandi imprese e le banche controllano direttamente o indirettamente ampi settori della burocrazia statale, centrale e periferica: che è il vero governo ordinario e permanente della società. Imprese e banche si fanno guerra tra loro attraverso l’uso privato di pezzi dello Stato (servizi segreti, settori di magistratura) come dimostrano lo “scandalo” Telecom e l’infinita odissea dei “casi” di intercettazioni e spionaggio. Imprese e banche si disputano il controllo della stampa e delle comunicazioni con un fitto gioco di cordate e di clan: ed oggi posseggono tutti i principali giornali di Centrosinistra come di Centrodestra (quelli che intossicano l’opinione pubblica con la predicazione dei “sacrifici”). Imprese e banche si comprano quotidianamente la stessa inosservanza delle leggi, ogni volta che è necessario e utile (come nel caso di norme ambientali, obblighi fiscali, o della sicurezza sul lavoro), attraverso il metodo ordinario della corruzione o delle relazioni compiacenti con la pubblica amministrazione. Imprese e banche pagano ordinariamente tutti i principali partiti di governo (di centrodestra e di centrosinistra) sotto forma di pubbliche regalie, finanziamento delle campagne elettorali, spese di lobbies, come emerge, ad esempio, dalle carte del processo Parmalat e come risulta ormai sempre più spesso dagli stessi bilanci pubblici dei principali partiti. Si può continuare. E la commistione tra borghesia, Stato, politica dominante è talmente profonda che vediamo ex generali dell’esercito entrare nel consiglio d’amministrazione di Finmeccanica, pezzi dei servizi segreti porsi al servizio di Tronchetti Provera e delle sue attività di spionaggio, grandi dirigenti e ministri del Centrosinistra e del Partito Democratico partecipare da protagonisti nella compravendita di banche e nel lavoro di faccendieri (magari in tandem con Berlusconi …) come nel caso Unipol-BNL. Ed è solo la punta dell’iceberg. E’ questo lo Stato che incarnerebbe la “sovranità popolare”, come ci racconta la fiaba retorica bipartizan di Prodi e Berlusconi, Fini e Bertinotti? No: l’unica “sovranità” che questo Stato tutela è il potere di chi detiene il potere, cioè una piccola minoranza della società. L’unica legalità che difende è la legge del più forte (anche al prezzo di un’ordinaria illegalità). Come dimostra l’azione criminale intrapresa ciclicamente contro le lotte d’emancipazione della classe operaia e delle masse oppresse: da Gladio allo stragismo degli anni ’70 sino alle brutalità repressive di Genova 2001 contro la ribellione “noglobal”. La cosidetta 2° Repubblica con le leggi elettorali maggioritarie, i progetti di rafforzamento dei governi (nazionali e locali), a scapito degli stessi poteri delle assemblee elettive, ha semplicemente rafforzato i comitati d’affari delle classi dominanti, le loro politiche antioperaie e il loro Stato, quale corpo separato dalla maggioranza della società. La crescita scandalosa dei privilegi dei parlamentari e dei costi delle istituzioni borghesi è solo il riflesso indotto, la sanzione simbolica di quella separatezza. SE NE VADANO TUTTI. GOVERNINO I LAVORATORI Noi ci battiamo per un altro Stato. Perché ci battiamo per il potere reale dei lavoratori e delle lavoratrici. Naturalmente lavoriamo per la difesa di tutti i diritti e gli spazi democratici che la classe operaia e le masse popolari hanno conquistato e strappato con durissime lotte. Prima contro il fascismo. Poi contro i manganelli dell’attuale “democrazia” borghese. Ed anzi lottiamo per ampliare (o recuperare) questi diritti contro l’involuzione in corso, rivendicando il ritorno a una legge elettorale pienamente proporzionale, la difesa e sviluppo delle libertà sindacali (dei singoli e delle organizzazioni), la difesa dei diritti e delle libertà delle donne, la parità di diritti tra lavoratori italiani e immigrati, contro ogni forma di xenofobia, la parità dei diritti degli omosessuali e di tutte le minoranze oppresse, contro ogni cultura e discriminazione omofobica. Ma non ci limitiamo a questo. Non ci limitiamo a difendere diritti e spazi di tutti gli oppressi dentro l’attuale democrazia dei padroni. Rivendichiamo una democrazia dei lavoratori, delle lavoratrici, della maggioranza della società: l’unica peraltro che può realizzare sino in fondo le stesse aspirazioni democratiche. Rivendichiamo in fondo la democrazia reale: quella in cui la maggioranza della società non ha solo il diritto di votare ogni 5 anni chi la trufferà in Parlamento, ma ha il potere di decidere le condizioni della propria vita e del proprio futuro. Per questo rivendichiamo una democrazia fondata sull’autorganizzazione democratica dei lavoratori stessi e delle larghe masse popolari, con rappresentanti eletti direttamente nei luoghi di lavoro e sul territorio; con il più ampio e libero confronto tra diverse proposte, candidature, organizzazioni , partiti, sulla base del principio proporzionale e del comune riconoscimento del potere popolare; dove ogni eletto è permanentemente revocabile dai suoi elettori e privo di qualsiasi privilegio sociale, economico, giuridico rispetto alla sua base elettiva; dove il potere politico concentra nelle proprie mani sia le funzioni legislative che esecutive; dove tutte le articolazioni del potere e gli stessi strumenti di difesa del nuovo ordine sociale sono basati sulla forza organizzata dai lavoratori stessi e sono posti sotto il loro controllo. Fantasie? Al contrario. Questa nuova natura e organizzazione dello Stato si è affacciata concretamente, in forma compiuta o come tendenza, in ogni grande rivoluzione dell’età contemporanea. Dalla Comune di Parigi ai Soviet russi, dai consigli della rivoluzione tedesca ai consigli del biennio rosso in Italia. E riemerge prepotentemente, come potenzialità, ogni volta che le classi oppresse alzano la testa: dai consigli di fabbrica dell’autunno caldo nell’Italia dei primi anni ’70, alle assemblee popolari della sollevazione argentina (2001) sino all’autorganizzazione di massa della rivolta francese contro la precarietà (2005). In ogni grande lotta di massa vogliamo porre la questione dell’autorganizzazione dei lavoratori. Perché i lavoratori possono comandare, non solo ubbidire. A chi obietta che è una proposta arcaica, rispondiamo che è l’unica risposta progressiva, reale, straordinariamente attuale, alle stesse istanze di moralità pubblica, trasparenza, efficienza, economicità che la propaganda dominante oggi solleva in modo ipocrita e distorto, e spesso reazionario. “Costi della politica”? Nessuna soluzione è più economica dell’eliminazione degli stipendi faraonici agli attuali parlamentari (o consiglieri regionali); della assegnazione ad ogni deputato del popolo di uno stipendio da lavoratore; della soppressione del bicameralismo (quanto costa il Senato?). “Efficienza”? Nessuna soluzione è più efficiente di quella che unifica poteri legislativi ed esecutivi, che smantella l’enorme parassitismo dell’attuale burocrazia dello Stato, che affida alla forza organizzata dei lavoratori e alla loro mano pesante (e non ad amministrazioni colluse o impotenti) la repressione della mafia e della grande criminalità organizzata. “Moralità e trasparenza dello Stato”? Nessuna soluzione è più trasparente di quella che cancella ogni forma di segreto di Stato; che abolisce la diplomazia segreta; che abbatte la separatezza dello Stato, restituendolo alla società civile. E nessuna soluzione è più igienica e morale di quella che, abolendo il potere della borghesia e il cinismo del profitto, estirpa alla radice il fondamento stesso della corruzione e del malaffare. La borghesia ha fatto della sua politica un costoso strumento di raggiro e di privilegio. Solo il potere dei lavoratori può edificare uno Stato trasparente e a buon mercato, rifondando la natura stessa della politica e trasformandola in strumento di gestione collettiva e libera del bene comune. NE’ PARTITO DEMOCRATICO, NE’ SINISTRA GOVERNISTA COSTRUIAMO IL PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI Su questo programma generale vogliamo costruire il Partito Comunista dei Lavoratori. Per un anno e mezzo, dopo la rottura con il PRC, abbiamo sviluppato il movimento costitutivo del PCL aggregando, su chiari principi, compagni e compagne di diversa provenienza, ed estendendo la nostra presenza organizzata in tutte le regioni e nella quasi totalità delle province. Al tempo stesso abbiamo lavorato per lo sviluppo di un movimento contro le politiche militari del governo Prodi, sino alla promozione – accanto ad altre sinistre di opposizione – della grande manifestazione del 9 giugno. Ci siamo battuti, anche come partito, nella campagna per il no all' accordo del 23 luglio, costruendo e prendendo parte ai comitati per il no, promuovendo comizi davanti ai cancelli delle fabbriche, estendendo anche per questa via la nostra presenza e radicamento nei luoghi di lavoro. Ora apriamo il percorso congressuale fondativo del Partito Comunista del Lavoratori, che si concluderà il 3-6 gennaio con il Congresso nazionale del PCL, portando così a compimento la prima fase di aggregazione delle forze. Questo progetto è tanto più attuale, qui e ora, di fronte ai processi di segno opposto che oggi investono la cosiddetta sinistra italiana. Il grosso dei vecchi gruppi dirigenti del PCI, poi DS, completano il proprio tragitto entro un partito democratico all’americana, legato ai poteri forti del paese. Le sinistre di governo (PRC-PdCI-SD) si candidano ad occupare il vuoto liberato dai DS unendo le proprie forze per continuare a governare col Partito Democratico e i poteri forti: e con ciò portano al naturale sbocco il proprio percorso ministeriale. Si tratta allora di dar vita all’unico partito della sinistra italiana che sia autonomo e alternativo alle cassi dominanti. Recuperando il filo rosso del Partito Comunista d’Italia delle origini, il partito di Antonio Gramsci: il partito di cui il movimento operaio italiano è stato privato da più generazioni. Il partito della rivoluzione. Intransigenti sui principi, ci rivolgiamo nel modo più aperto, a tutti coloro che vogliono ridare una prospettiva alla classe operaia e ai movimenti di lotta di questo paese: ai lavoratori che cercano una loro autonoma rappresentanza contro una politica dominante che li colpisce; agli attivisti sindacali, ovunque collocati, che vogliono un sindacato che stia dalla parte dei lavoratori e non del padronato e del governo; a tutti i protagonisti di una stagione di lotte (operaie, no-global, antimperialiste) che ha investito l’Italia negli anni passati e che è stata tradita; ai tanti iscritti e militanti delusi delle attuali sinistre di governo e agli elettori allo sbando di un popolo di sinistra che si sentono orfani di riferimenti credibili. A tutti diciamo una cosa molto semplice: il PCL vuole costruire il vostro partito. Senza altro interesse che non sia l’emancipazione e la liberazione di tutti gli oppressi, in Italia e nel mondo.
Post N° 64
PER UN POLO AUTONOMO ANTICAPITALISTICO Noi abbiamo rifiutato questo approdo. Dopo una lunga battaglia nel PRC contro la sua prospettiva di governo, abbiamo rotto con quel partito nel momento stesso del suo ingresso nel governo Prodi. Tra il PRC e i lavoratori abbiamo scelto i lavoratori contro un partito che li aveva traditi. E in questa scelta sta, simbolicamente, il senso stesso della prospettiva nuova del Partito Comunista dei lavoratori. Il Partito Comunista dei lavoratori nasce da una precisa scelta di campo. Non abbiamo altri interessi da difendere e rappresentare di quelli dei lavoratori, delle lavoratrici, delle classi subalterne di questo paese. Vogliamo costruire una rappresentanza politica vera di quegli interessi e di quelle ragioni, in aperta opposizione al Centrosinistra e al Centrodestra. Se il Centrosinistra vuole legare i lavoratori al carro del grande capitale, noi ci battiamo per una prospettiva opposta: per la piena autonomia del mondo del lavoro e delle sue ragioni rispetto a tutte le forze della borghesia italiana. Perché solo questa autonomia consente di definire un programma indipendente di rivendicazioni finalmente corrispondenti agli interessi dei lavoratori e non alle “compatibilità” delle imprese. Perché solo questa autonomia può liberare una potenzialità di lotta e di mobilitazione radicale capace di unire i lavoratori, strappare risultati, mutare i rapporti di forza. Perché solo questa autonomia può liberare una prospettiva di alternativa vera alla dittatura dei capitalisti e dei banchieri. Ci battiamo dunque per la costruzione di un “polo autonomo anticapitalistico”. Contro tutti coloro che vogliono subordinare i lavoratori agli interessi di altre classi, rivendichiamo l’unità del mondo del lavoro, in tutta la sua attuale estensione attorno a un proprio programma indipendente e ad una propria prospettiva: quella di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici di aperta rottura con l’ordine capitalistico della società. A chi ci accusa di voler dividere i lavoratori aggravando la “frammentazione a sinistra”, rispondiamo nel modo più semplice: a dividere i lavoratori ci pensano quotidianamente Centrosinistra e Centrodestra con le loro campagne mistificatrici (giovani contro anziani, “garantiti” contro precari, privati contro pubblici, italiani contro immigrati). Siamo noi a voler unire l’intero mondo del lavoro in contrapposizione alle classi dominanti. E siamo noi a sfidare apertamente all’unità tutte le forze della sinistra e dei sindacati che parlano a nome del mondo del lavoro: “Rompete con Prodi, col Partito Democratico, con la borghesia italiana e realizziamo insieme, unitariamente, una battaglia comune su un programma alternativo”. Sta di fatto, purtroppo, che gli apparati della sinistra preferiscono l’unità col capitale contro i lavoratori all’unità dei lavoratori contro il capitale. Chi è dunque che tradisce “l’unità”? A chi ci accusa di volere l’ “impossibile” perché rivendichiamo la prospettiva di un governo dei lavoratori, chiediamo di guardare in faccia la realtà. I grandi capitalisti e le grandi banche governano l’Italia da quasi due secoli, utilizzando le più svariate forme istituzionali e di governo. In particolare negli ultimi 20 anni si alternano al governo il capitalista Berlusconi e i rappresentanti del grosso delle grandi imprese e delle banche: entrambi a garanzia di una minoranza di saccheggiatori contro le esigenze della maggioranza della società. Ebbene, noi vogliamo rovesciare questo sistema. Non sta scritto su nessuna tavola della legge che possono governare solo i capitalisti e i loro partiti contro i lavoratori. Possono governare i lavoratori, i loro partiti, le loro organizzazioni, per liberare la società dalla dittatura dei capitalisti e riorganizzarla su basi nuove. Sviluppare nella classe lavoratrice la coscienza di questa possibilità, contro ogni spirito di rassegnazione e subordinazione, è il senso stesso della nostra politica. BASTA SACRIFICI. REDISTRIBUIRE LA RICCHEZZA PER UNA VERTENZA GENERALE DEL MONDO DEL LAVORO, DEI PRECARI, DEI DISOCCUPATI Nell’immediato, proponiamo lo sviluppo di una grande vertenza generale unificante del mondo del lavoro, dei precari, dei disoccupati, attorno a una propria piattaforma di lotta, finalmente decisa dai lavoratori stessi. Sono vent’anni che le sinistre italiane, politiche e sindacali, accettano di negoziare… sulla piattaforma del padronato: prima sulla cancellazione della scala mobile (anni 80 e primi anni 90); poi sui tagli alle spese sociali, sulle privatizzazioni, sull’abbattimento della previdenza pubblica (92-96); poi sulla precarizzazione dilagante del lavoro. Ogni volta si è detto che i “sacrifici” richiesti servivano a ottenere miglioramenti futuri. E’ accaduto l’opposto: ogni arretramento ha preparato la strada agli arretramenti successivi. Ogni sconfitta ha trascinato con sé altre sconfitte. Sino alla devastazione attuale: in cui i figli si vedono privati delle conquiste dei loro padri. Noi diciamo: ora basta. In tutti i movimenti, in tutte le assemblee, in tutti i sindacati, ci battiamo per porre l’esigenza di una svolta di fondo. Ogni negoziato sui nuovi sacrifici è inaccettabile e va respinto. Proponiamo una vertenza vera non sulle richieste del padronato ma sulle esigenze e sulle domande dei lavoratori. Quelle sacrificate da vent’anni.Una vertenza basata su una piattaforma di lotta che unifichi tutto ciò che il capitale ha diviso e divide, attorno ad un insieme di rivendicazioni comuni. Un forte aumento di salari e stipendi per l’insieme dei lavoratori dipendenti: perché con 1000 euro (quando va bene) non si raggiunge la fine del mese. L’abolizione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro, dal pacchetto Treu alla legge Maroni, a partire dall’assunzione a tempo indeterminato di tutti i lavoratori oggi precari: per porre fine alla ricattabilità sociale di milioni di giovani, all’insicurezza cronica del lavoro e della vita di un’intera generazione. L’abrogazione delle controriforme pensionistiche degli ultimi 15 anni, a favore del ritorno della previdenza pubblica a ripartizione: consentendo a milioni di giovani di godere un domani di una pensione decente, vincolata all’ultimo stipendio e sottratta al ricatto dei fondi pensione. Un vero salario garantito per i disoccupati in cerca di lavoro e per i giovani in cerca di prima occupazione: per consentire loro di sottrarsi alla marginalità sociale, al ricatto del precariato, alle mani della criminalità organizzata. Un massiccio investimento di risorse sotto controllo popolare, nella scuola pubblica, nella sanità pubblica, nei trasporti, nell’edilizia popolare, nel risanamento ambientale…: restituendo innanzitutto ai servizi sociali e alla qualità della vita tutto ciò che le politiche dominanti hanno loro sottratto per vent’anni a esclusivo vantaggio delle rendite e dei profitti. A chi afferma che non vi sono risorse per finanziare queste richieste, rispondiamo che le risorse non solo esistono ma sono immense. Basta prenderle là dove sono: dalle decine di miliardi che le Finanziarie regalano alle grandi imprese private con gli ordinari trasferimenti pubblici (44 miliardi tra il 2000 e il 2006). Dagli immensi profitti realizzati dalle grandi imprese in anni e decenni di supersfruttamento del lavoro e di bassi salari (41 miliardi di profitti nel solo 2005 da parte delle prime venti aziende). Dai giganteschi utili realizzati dalle banche sia con attività di ordinario strozzinaggio (mutui) sia con l’espansione del proprio controllo sul grosso dell’economia nazionale (crescita del 50% dei profitti nel solo 2006). Dal grande patrimonio finanziario detenuto dal 2% delle famiglie italiane (800 miliardi di euro tra i possessori di patrimoni superiori ai 500.000 euro). Dai 21 miliardi di spese militari previsti dal bilancio dello stato (cresciuti del 13% con la finanziaria 2006) e destinati a costosissimi armamenti, missioni di guerra, e profitti dell’industria militare. Per non parlare infine della famigerata evasione fiscale del grande capitale o della Chiesa: una Chiesa che grazie alla scandalosa esenzione di IVA ed ICI ed ai mille benefici di cui gode, sottrae all' erario pubblico 6 miliardi l' anno. E’ vero invece che una piattaforma di lotta unificante e di svolta che dica a chiare lettere “Paghi chi non ha mai pagato” potrebbe conquistare un vasto consenso popolare e mobilitare grandi energie contro le classi dominanti. Aprendo una vera prova di forza, capace di incidere sulle stesse contraddizioni del blocco sociale delle destre. Peraltro solo un’aperta prova di forza può strappare risultati e conquiste parziali: è la lezione recente della grande mobilitazione dei lavoratori e precari francesi nel 2005 contro le misure di precarizzazione del lavoro. LICENZIARE I LICENZIATORI. NAZIONALIZZARE LE BANCHE. Una prova di forza con le classi dominanti non potrebbe limitarsi alla sola redistribuzione della ricchezza, ma chiamerebbe in causa il tema stesso della proprietà. Tutte le sinistre di governo si genuflettono di fronte al totem della proprietà privata dei grandi mezzi di produzione e di scambio. Il fatto che nelle mani di una piccola minoranza della società si concentrino tutte le leve di comando (industria, credito, servizi, telecomunicazioni, stampa) non suscita ai loro occhi alcuno scandalo. Al contrario tutti i “democratici” lo considerano un fatto del tutto normale e inevitabile. Di più: negli ultimi 15 anni hanno sostenuto o avallato un gigantesco processo di privatizzazioni che ha allargato a dismisura proprietà e ricchezze del capitale finanziario, a vantaggio di poche grandi famiglie (vecchie e nuove) e a scapito di lavoratori, consumatori, piccoli risparmiatori, oltreché della moralità pubblica e dell’ambiente. Noi vogliamo ribaltare questa politica. Se Centrodestra e Centrosinistra si interrogano ogni giorno sul “costo del lavoro” per il capitale, noi poniamo la domanda opposta: quanto costa la proprietà capitalistica al mondo del lavoro e alla società italiana? Un costo immenso. E non un costo “naturale” e inevitabile. Ma il costo irrazionale del privilegio e dell’arbitrio su cui si fonda l’attuale struttura della società. Noi vogliamo sopprimere quel costo per un altro ordine della società. Per questo, a partire dalle lotte dei lavoratori, avanziamo alcune rivendicazioni elementari. La rinazionalizzazione, sotto controllo operaio e senza indennizzo (se non per i piccoli risparmiatori), di tutte le aziende, i settori, i servizi che sono stati privatizzati negli ultimi 20 anni, a partire dai settori strategici: non è possibile costruire alcuna alternativa se innanzitutto non si libera il campo dalle devastazioni compiute. Se non si recuperano al controllo pubblico e all’interesse pubblico beni fondamentali per la qualità della vita, a partire dall’acqua. L’unificazione sotto controllo pubblico dell’istruzione e della sanità: scuola privata e sanità privata non solo contraddicono la necessaria universalità e gratuità di servizi pubblici fondamentali, ma sottraggono grandi risorse al servizio pubblico. Spesso, oltretutto – come nella sanità – per truffe e speculazioni ignobili sulla pelle dei malati. E’ inaccettabile. Istruzione e sanità debbono essere pubbliche e laiche. La nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo dei lavoratori delle industrie in crisi, che inquinano, che licenziano. Migliaia di aziende prendono soldi dallo Stato per realizzare ristrutturazioni antioperaie, portare all’estero gli impianti, lasciare sulla strada i dipendenti. E’ intollerabile. E’ necessario unificare le 4.500 lotte di resistenza oggi in corso nelle fabbriche in crisi a difesa dei posti di lavoro in un ampio fronte unitario di lotta. E’ possibile solo se la parola d’ordine della nazionalizzazione delle aziende in crisi è fatta propria dal movimento operaio italiano. Come in settori d’avanguardia e lotte radicali di altri paesi. La nazionalizzazione delle assicurazioni e delle banche. Banche e assicurazioni sono l’architrave del potere economico in Italia. Ma anche strumento di oppressione verso ampi strati popolari: attraverso il nodo scorsoio di mutui usurai, il raggiro di correntisti e piccoli risparmiatori, i legami con la criminalità, la partecipazione, da protagonisti, a truffe gigantesche e scandali nazionali (Cirio, Bond Argentini, Parmalat). La nazionalizzazione delle banche e la loro unificazione in un unico istituto di credito sotto controllo popolare, sarebbe non solo un fattore di eliminazione di irrazionalità e sprechi: ma anche una leva di igiene morale e di liberazione dallo strozzinaggio per un’ampia parte della società. E un colpo severo a mafia e camorra. A chi obietta che queste misure, nel loro insieme, sono “incompatibili”, con le leggi economiche dell’attuale società e dell’attuale Unione Europea, rispondiamo semplicemente che è vero. Infatti ci battiamo per un’altra società e per un’altra Europa. E’ il capitalismo ad essere “incompatibile” con le esigenze della maggioranza della società. E’ l’Europa delle banche con le sue quotidiane ricette di sacrifici ad essere incompatibile con le domande popolari. Solo un’economia europea democraticamente pianificata, basata sul controllo delle leve della produzione e del credito da parte dei lavoratori può consentire una riorganizzazione dei rapporti sociali in funzione dei bisogni dei molti e non del profitto dei pochi. Solo un’economia democraticamente pianificata, può affrontare in Italia la moderna questione meridionale, impiegare e valorizzare tutte le capacità di lavoro sull’intero territorio nazionale, riconvertire l’industria bellica o inquinante con piene garanzie occupazionali per i lavoratori, ampliare e qualificare la spesa sociale in direzione di case, scuole, università, ospedali, ricerca, programmare un ampio sviluppo dei servizi per l’infanzia, promuovere il riassetto idrogeologico del territorio. E una battaglia per l’alternativa anticapitalistica in Italia è parte della lotta per un’Europa socialista, oltreché un contributo importante in questa direzione. NO ALL’IPOCRISIA (E AI COSTI) DELLA “DEMOCRAZIA” BORGHESE Un programma anticapitalistico non sarà mai realizzato dagli attuali governi e dall’attuale Stato. Richiede una lotta generale per un altro governo e un altro Stato. L’attuale natura e organizzazione dello Stato sono funzionali alle attuali classi dominanti. Altro che “democrazia”! Le grandi imprese e le banche controllano direttamente o indirettamente ampi settori della burocrazia statale, centrale e periferica: che è il vero governo ordinario e permanente della società. Imprese e banche si fanno guerra tra loro attraverso l’uso privato di pezzi dello Stato (servizi segreti, settori di magistratura) come dimostrano lo “scandalo” Telecom e l’infinita odissea dei “casi” di intercettazioni e spionaggio. Imprese e banche si disputano il controllo della stampa e delle comunicazioni con un fitto gioco di cordate e di clan: ed oggi posseggono tutti i principali giornali di Centrosinistra come di Centrodestra (quelli che intossicano l’opinione pubblica con la predicazione dei “sacrifici”). Imprese e banche si comprano quotidianamente la stessa inosservanza delle leggi, ogni volta che è necessario e utile (come nel caso di norme ambientali, obblighi fiscali, o della sicurezza sul lavoro), attraverso il metodo ordinario della corruzione o delle relazioni compiacenti con la pubblica amministrazione. Imprese e banche pagano ordinariamente tutti i principali partiti di governo (di centrodestra e di centrosinistra) sotto forma di pubbliche regalie, finanziamento delle campagne elettorali, spese di lobbies, come emerge, ad esempio, dalle carte del processo Parmalat e come risulta ormai sempre più spesso dagli stessi bilanci pubblici dei principali partiti. Si può continuare. E la commistione tra borghesia, Stato, politica dominante è talmente profonda che vediamo ex generali dell’esercito entrare nel consiglio d’amministrazione di Finmeccanica, pezzi dei servizi segreti porsi al servizio di Tronchetti Provera e delle sue attività di spionaggio, grandi dirigenti e ministri del Centrosinistra e del Partito Democratico partecipare da protagonisti nella compravendita di banche e nel lavoro di faccendieri (magari in tandem con Berlusconi …) come nel caso Unipol-BNL. Ed è solo la punta dell’iceberg. E’ questo lo Stato che incarnerebbe la “sovranità popolare”, come ci racconta la fiaba retorica bipartizan di Prodi e Berlusconi, Fini e Bertinotti? No: l’unica “sovranità” che questo Stato tutela è il potere di chi detiene il potere, cioè una piccola minoranza della società. L’unica legalità che difende è la legge del più forte (anche al prezzo di un’ordinaria illegalità). Come dimostra l’azione criminale intrapresa ciclicamente contro le lotte d’emancipazione della classe operaia e delle masse oppresse: da Gladio allo stragismo degli anni ’70 sino alle brutalità repressive di Genova 2001 contro la ribellione “noglobal”. La cosidetta 2° Repubblica con le leggi elettorali maggioritarie, i progetti di rafforzamento dei governi (nazionali e locali), a scapito degli stessi poteri delle assemblee elettive, ha semplicemente rafforzato i comitati d’affari delle classi dominanti, le loro politiche antioperaie e il loro Stato, quale corpo separato dalla maggioranza della società. La crescita scandalosa dei privilegi dei parlamentari e dei costi delle istituzioni borghesi è solo il riflesso indotto, la sanzione simbolica di quella separatezza. SE NE VADANO TUTTI. GOVERNINO I LAVORATORI Noi ci battiamo per un altro Stato. Perché ci battiamo per il potere reale dei lavoratori e delle lavoratrici. Naturalmente lavoriamo per la difesa di tutti i diritti e gli spazi democratici che la classe operaia e le masse popolari hanno conquistato e strappato con durissime lotte. Prima contro il fascismo. Poi contro i manganelli dell’attuale “democrazia” borghese. Ed anzi lottiamo per ampliare (o recuperare) questi diritti contro l’involuzione in corso, rivendicando il ritorno a una legge elettorale pienamente proporzionale, la difesa e sviluppo delle libertà sindacali (dei singoli e delle organizzazioni), la difesa dei diritti e delle libertà delle donne, la parità di diritti tra lavoratori italiani e immigrati, contro ogni forma di xenofobia, la parità dei diritti degli omosessuali e di tutte le minoranze oppresse, contro ogni cultura e discriminazione omofobica. Ma non ci limitiamo a questo. Non ci limitiamo a difendere diritti e spazi di tutti gli oppressi dentro l’attuale democrazia dei padroni. Rivendichiamo una democrazia dei lavoratori, delle lavoratrici, della maggioranza della società: l’unica peraltro che può realizzare sino in fondo le stesse aspirazioni democratiche. Rivendichiamo in fondo la democrazia reale: quella in cui la maggioranza della società non ha solo il diritto di votare ogni 5 anni chi la trufferà in Parlamento, ma ha il potere di decidere le condizioni della propria vita e del proprio futuro. Per questo rivendichiamo una democrazia fondata sull’autorganizzazione democratica dei lavoratori stessi e delle larghe masse popolari, con rappresentanti eletti direttamente nei luoghi di lavoro e sul territorio; con il più ampio e libero confronto tra diverse proposte, candidature, organizzazioni , partiti, sulla base del principio proporzionale e del comune riconoscimento del potere popolare; dove ogni eletto è permanentemente revocabile dai suoi elettori e privo di qualsiasi privilegio sociale, economico, giuridico rispetto alla sua base elettiva; dove il potere politico concentra nelle proprie mani sia le funzioni legislative che esecutive; dove tutte le articolazioni del potere e gli stessi strumenti di difesa del nuovo ordine sociale sono basati sulla forza organizzata dai lavoratori stessi e sono posti sotto il loro controllo. Fantasie? Al contrario. Questa nuova natura e organizzazione dello Stato si è affacciata concretamente, in forma compiuta o come tendenza, in ogni grande rivoluzione dell’età contemporanea. Dalla Comune di Parigi ai Soviet russi, dai consigli della rivoluzione tedesca ai consigli del biennio rosso in Italia. E riemerge prepotentemente, come potenzialità, ogni volta che le classi oppresse alzano la testa: dai consigli di fabbrica dell’autunno caldo nell’Italia dei primi anni ’70, alle assemblee popolari della sollevazione argentina (2001) sino all’autorganizzazione di massa della rivolta francese contro la precarietà (2005). In ogni grande lotta di massa vogliamo porre la questione dell’autorganizzazione dei lavoratori. Perché i lavoratori possono comandare, non solo ubbidire. A chi obietta che è una proposta arcaica, rispondiamo che è l’unica risposta progressiva, reale, straordinariamente attuale, alle stesse istanze di moralità pubblica, trasparenza, efficienza, economicità che la propaganda dominante oggi solleva in modo ipocrita e distorto, e spesso reazionario. “Costi della politica”? Nessuna soluzione è più economica dell’eliminazione degli stipendi faraonici agli attuali parlamentari (o consiglieri regionali); della assegnazione ad ogni deputato del popolo di uno stipendio da lavoratore; della soppressione del bicameralismo (quanto costa il Senato?). “Efficienza”? Nessuna soluzione è più efficiente di quella che unifica poteri legislativi ed esecutivi, che smantella l’enorme parassitismo dell’attuale burocrazia dello Stato, che affida alla forza organizzata dei lavoratori e alla loro mano pesante (e non ad amministrazioni colluse o impotenti) la repressione della mafia e della grande criminalità organizzata. “Moralità e trasparenza dello Stato”? Nessuna soluzione è più trasparente di quella che cancella ogni forma di segreto di Stato; che abolisce la diplomazia segreta; che abbatte la separatezza dello Stato, restituendolo alla società civile. E nessuna soluzione è più igienica e morale di quella che, abolendo il potere della borghesia e il cinismo del profitto, estirpa alla radice il fondamento stesso della corruzione e del malaffare. La borghesia ha fatto della sua politica un costoso strumento di raggiro e di privilegio. Solo il potere dei lavoratori può edificare uno Stato trasparente e a buon mercato, rifondando la natura stessa della politica e trasformandola in strumento di gestione collettiva e libera del bene comune. NE’ PARTITO DEMOCRATICO, NE’ SINISTRA GOVERNISTA COSTRUIAMO IL PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI Su questo programma generale vogliamo costruire il Partito Comunista dei Lavoratori. Per un anno e mezzo, dopo la rottura con il PRC, abbiamo sviluppato il movimento costitutivo del PCL aggregando, su chiari principi, compagni e compagne di diversa provenienza, ed estendendo la nostra presenza organizzata in tutte le regioni e nella quasi totalità delle province. Al tempo stesso abbiamo lavorato per lo sviluppo di un movimento contro le politiche militari del governo Prodi, sino alla promozione – accanto ad altre sinistre di opposizione – della grande manifestazione del 9 giugno. Ci siamo battuti, anche come partito, nella campagna per il no all' accordo del 23 luglio, costruendo e prendendo parte ai comitati per il no, promuovendo comizi davanti ai cancelli delle fabbriche, estendendo anche per questa via la nostra presenza e radicamento nei luoghi di lavoro. Ora apriamo il percorso congressuale fondativo del Partito Comunista del Lavoratori, che si concluderà il 3-6 gennaio con il Congresso nazionale del PCL, portando così a compimento la prima fase di aggregazione delle forze. Questo progetto è tanto più attuale, qui e ora, di fronte ai processi di segno opposto che oggi investono la cosiddetta sinistra italiana. Il grosso dei vecchi gruppi dirigenti del PCI, poi DS, completano il proprio tragitto entro un partito democratico all’americana, legato ai poteri forti del paese. Le sinistre di governo (PRC-PdCI-SD) si candidano ad occupare il vuoto liberato dai DS unendo le proprie forze per continuare a governare col Partito Democratico e i poteri forti: e con ciò portano al naturale sbocco il proprio percorso ministeriale. Si tratta allora di dar vita all’unico partito della sinistra italiana che sia autonomo e alternativo alle cassi dominanti. Recuperando il filo rosso del Partito Comunista d’Italia delle origini, il partito di Antonio Gramsci: il partito di cui il movimento operaio italiano è stato privato da più generazioni. Il partito della rivoluzione. Intransigenti sui principi, ci rivolgiamo nel modo più aperto, a tutti coloro che vogliono ridare una prospettiva alla classe operaia e ai movimenti di lotta di questo paese: ai lavoratori che cercano una loro autonoma rappresentanza contro una politica dominante che li colpisce; agli attivisti sindacali, ovunque collocati, che vogliono un sindacato che stia dalla parte dei lavoratori e non del padronato e del governo; a tutti i protagonisti di una stagione di lotte (operaie, no-global, antimperialiste) che ha investito l’Italia negli anni passati e che è stata tradita; ai tanti iscritti e militanti delusi delle attuali sinistre di governo e agli elettori allo sbando di un popolo di sinistra che si sentono orfani di riferimenti credibili. A tutti diciamo una cosa molto semplice: il PCL vuole costruire il vostro partito. Senza altro interesse che non sia l’emancipazione e la liberazione di tutti gli oppressi, in Italia e nel mondo.