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DA AUSCHWITZ A UDINE: LA CELLA DELLA MORTE


È questo il toponimo della famigerata stanza che ospitava ad Auschwitz le malcapitate vittime degli aguzzini nazisti condannate a morire di fame e, da ultimo, finite con una iniezione letale (come, ad esempio, l’esemplare San Massimiliano Kolbe). D’ora in poi daremo la stessa qualifica a quella stanza di ospedale, intitolato - ironia della sorte! - “La Quiete”, ove si sta consumando lentamente l’omicidio di quella sventurata creatura di Eluana Englaro, che non ha la possibilità di reagire a ciò che altri hanno deciso sul suo conto. Si tratta di una decisione, come ormai si sa, che impone di lasciar morire di fame e di sete una persona. Si dica quel che si vuole, ma la realtà questa è. La decisione è derivata da un pronunciamento quanto improprio altrettanto infondato che si baserebbe sulla presunzione della volontà del soggetto espressa, peraltro, diversi decenni orsono e sulla quale si sono cercate testimonianze assai discutibili. A questa discussa e discutibile sentenza della Magistratura, come pare, si è richiamato, con una tempestività che non gli riconoscevamo, il Signor Presidente della Repubblica, il quale, addirittura preventivamente e soltanto ipotizzando un ventilato pronunciamento del Governo volto a impedire la sentenza omicida, ha deciso di opporre il suo diniego. È difficile a questo punto non accostare due comportamenti dell’altissima carica: quello con cui senza batter ciglio ha avallato il cosiddetto “Lodo Alfano”, inteso a salvaguardare anche la persona del Capo dello Stato da qualsiasi sanzione penale; e quello attuale, attuato così sbrigativamente per salvaguardare - si dice - un amminicolo costituzionale. Noi siamo con tutti coloro che hanno speso parole gravi per qualificare questa operazione che condurrà, se portata a compimento, alla morte della vittima designata. Al di là di tutte le elucubrazioni, delle edulcorazioni di comodo con cui l’altro fronte giustifica il macabro rito che è già iniziato, nessuno potrà sfuggire alla alternativa secca: scegliere la vita o scegliere la morte, o meglio, scegliere di dare la morte. Tra le incongruenze obbrobriose di questa vicenda c’è anche quella della presunzione. Sì, presunzione, niente affatto suffragata da prove, di decidere su quale sarebbe, oggi, la volontà del soggetto. Il quale, attualmente incapace di esprimersi, avrebbe manifestato vagamente quale sarebbe stata la sua volontà di fronte ad una evenienza a suo tempo lontanissima. Chi non conosce l’abissale differenza che intercorre tra una vaga affermazione generica ipotizzando situazioni non reali e il ritrovarsi bruscamente di fronte ad una realtà che sappiamo contrasta oggettivamente col desiderio di vita che è in ogni vivente? Si può addivenire a una decisione così grave qual è la decretazione di morte basandosi su vaghi ricordi vecchi di vent’anni? Noi siamo con coloro, non solo credenti, che hanno parlato, di fronte a ciò che sta succedendo, di vera e propria “mostruosità” e di “barbarie”. Dinanzi a questa realtà efferata, non può non destare sgomento la corriva e perentoria decisione del Capo dello Stato di opporsi decisamente al mantenimento in vita di Eluana. Signor Presidente, ci saremmo aspettati ben altro dalla Sua risaputa saggezza. Senza dire che un Suo silenzio, altra volta rimproveratogli ingiustamente, questa volta avrebbe per lo meno evitato quello scontro istituzionale che ora si profila dalle inimaginabili conseguenze. Noi non stiamo con coloro che stavolta, comodamente ed ipocritamente, plaudono al Suo intervento, e alla Sua precipitosa preoccupazione di salvaguardare la Costituzione; ci sarebbe piaciuto assai di più un Suo intervento per salvaguardare la vita, una vita. E ciò, creda, Signor Presidente, Le avrebbe procurato un plauso meno interessato e assai più diffuso. È una grande occasione che Ella ha mancato. Che pena! Ripetiamo: non è questione di Vaticano e libertà messi in opposizione tra loro, come vorrebbero ben noti fanfaroni. Il Vaticano, stavolta come sempre, sta con la Verità, piaccia o non piaccia. E i più intelligenti e non prevenuti, anche in questa occasione lo hanno fatto notare, indipendentemente dalla loro posizione ideologica e confessionale. In questo confuso rincorrersi di opinioni, in questo clima arroventato di contrapposizioni e di veleni, una voce abbiamo raccolto espressa ancor prima del tentativo governativo e della inusuale e improponibile sortita del Capo dello Stato; una voce chiara e forte, libera e responsabile, a firma del giornalista D’Avanzo, che così ha scritto su “Repubblica” del 6 Febbraio:  “… è (la nostra) una stagione livida, odiosa, crudele, foriera di intolleranza e conflitti perché esclude dall’ordine giuridico e politico dello Stato i diritti della nuda vita naturale. (…) Più che di incostituzionalità, bisogna parlare di anticostituzionalità, come ha già fatto Gustavo Zagrebelky. Bisogna prendere oggi atto del passaggio da una Costituzione a un’altra”. Quanto all’Onorevole Antonio Di Pietro, che, abbiamo saputo, sarebbe in pieno accordo sul caso-Englaro con la sinistra e i radicali, vorremmo chiedere, con accorata sincerità, a quali “valori” egli e la sua parte politica si riferiscano, e se per caso questa stessa denominazione non dimostri tutta la sua incongruità. Gli chiediamo, quindi, se la vita e la sua conservazione siano o no un valore da tutelare ad ogni costo. Ci risponda, per favore. Tratto da Pontifex - A. Gemma -