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10 FEBBRAIO "GIORNO DEL RICORDO" DELLE FOIBE


Finalmente, dopo più di 60 anni di oblio e di colpevole silenzio, il 10 febbraio di ogni anno sarà celebrato, per legge, il "Giorno del ricordo" , con riferimento ai martiri delle foibe e all’espulsione degli Italiani dalla Venezia Giulia, dall’Istria e dalla Dalmazia; lo ha stabilito il Parlamento su iniziativa con un ampio voto trasversale, contrario solo un gruppuscolo di comunisti, forse per una forma di incomprensibile e antistorica solidarietà con i partigiani titini che si macchiarono allora di orrendi crimini. Il riferimento è il 10 febbraio 1947, data in cui a Parigi fu firmato il trattato di pace che impose all’Italia, sul confine orientale, la cessione alla Jugoslavia di Zara in Dalmazia, dell’Istria con Fiume e di gran parte della Venezia Giulia, con Trieste costituito in Territorio Libero e ritornato poi all’Italia alla fine del 1954. Si trattò di una rinuncia dolorosa a terre italianissime, già della Repubblica di Venezia e aggregate alla madrepatria dopo la vittoria nella prima guerra mondiale, a compimento dell’epopea risorgimentale.Ma la rinuncia fu ancora più dolorosa perché su quelle terre furono perpetrati atti di inaudita ferocia slava e comunista ai danni degli Italiani con il benestare del PCI e di Togliatti, condizionati dall’ affinità ideologica con Tito. Il dramma inizia nel 1943 e si protrae sino al 1954. L’obiettivo è preciso: procedere ad una radicale pulizia etnica per eliminare quelle persone che in un modo o nell’altro avrebbero potuto opporsi all’annessione di quei territori allo Stato jugoslavo comunista. L’operazione si sviluppa su due fronti: eliminazione fisica ed esodo. Le uccisioni riguardano oltre ventimila connazionali, tra infoibati, ritrovati nelle fosse comuni, fucilati o affogati in mare e nei natanti fatti affondare. Tra essi persone di ogni condizione e persino 17 partigiani "bianchi", colpevoli di opporsi all’annessione di quelle terre di confine alla Jugoslavia di Tito. 5.000 persone sparirono da Trieste nei 40 giorni di feroce occupazione titina della città nel maggio/giugno 1945, quindi a guerra conclusa. Nella sola foiba di Basovizza, alle spalle della città, furono rinvenuti 400 metri cubi di cadaveri. Le foibe (dal latino fovea = fossa) sono delle voragini rocciose, a forma di imbuto, create dall’erosione di corsi d’acqua e profonde sino a 200 metri. In quei luoghi, dall’8 settembre 1943 sino a tutto il 1946 e per qualche caso anche oltre, in Istria e nei territori di Trieste e di parte della Venezia Giulia i partigiani delle formazioni titine, cui erano spesso aggregati partigiani italiani, usarono tali pozzi per eliminare, gettandoveli dentro, militari e civili italiani. Prima di essere infoibati uomini e donne, condannati senza alcun processo e solo per il torto di essere italiani, venivano sottoposti ad ogni forma di violenza fisica e di torture; alcuni, legati con il filo spinato ad altri falciati con la mitragliatrice, finivano trascinati vivi nei crepacci e morivano dopo una lunga e dolorosa agonia.L’esodo fu il risultato di una serie di abbandoni di massa delle popolazioni di tradizione e di lingua italiana per effetto delle intimidazioni, persecuzioni, spoliazione dei propri beni, violenze ed eliminazione fisica, ma anche per cacciata diretta da parte di Tito. Pertanto il drammatico fenomeno dell’esodo di 350.000 persone, private di tutto, fu determinato da un insieme di ragioni che vanno dal terrore psicologico per le foibe ed i massacri in genere, alle deportazioni e alla perdita della cittadinanza e della propria cultura. L’identità italiana veniva sradicata con ogni mezzo e per mantenerla bisognava andarsene: non si poteva più vivere da Italiani nella Jugoslavia comunista. L’ultimo esodo di 50.000 profughi avvenne da Capodistria nel 1954, dopo il passaggio della zona B alla Jugoslavia e ulteriori massacri di intere famiglie italiane. Purtroppo i disagi e l’angoscia degli esuli furono resi ancora più drammatici dalla cattiva accoglienza che essi ebbero in Italia su istigazione del PCI (temeva la verità sul "paradiso comunista" e il loro voto contrario alle elezioni) e l’indifferenza "strategica" della DC (calcoli politici internazionali), tanto che molti di essi furono costretti ad espatriare ancora e gli altri riuscirono a sistemarsi faticosamente sul territorio nazionale.