400 milioni di euro, questo si stima sia il giro d’affari intorno ai fiori nel giorno del 2 di novembre. Numeri impressionanti se si considera il periodo di crisi. Ma vediamo da dove deriva il rito di portare i fiori al cimitero: Già gli antichi Egizi colmano di fiori i loro defunti: mentre con le ninfee ornano le pareti delle tombe, mettono i narcisi accanto al morto. Infatti, moltissimi di questi fiori sono stati trovati nelle tombe, risalenti a più di tremila anni fa, in ottimo stato di conservazione. Fatti sia in occasione dei funerali che in momenti successivi, gli omaggi floreali sono documentati anche nella Grecia antica, civiltà che crede che il regno dei morti sia coperto di asfodeli, piante perenni che crescono dal mare sino ai 1200 metri, alte fino a un metro. Essendo così il simbolo dei defunti, vengono usate per adornare le tombe. In questo mondo c'è ancora un'altra pianta legata ai defunti: il mirto. Il nome del Mirto deriva da Mirsine e da Myrtila, personaggi mitologici. Secondo la leggenda, infatti, mentre il fiore nasce dal corpo della giovane ninfa Mirsine, abilissima nella caccia, uccisa dai maschi gelosi della sua bravura, il frutto nasce dal corpo di Myrtila, giovane profetessa morta per avere sbagliato oracolo. È da queste funeste vicende che nasce dunque l'usanza di considerare il mirto pianta dei defunti, ed in particolare delle anime dei defunti per amore che, secondo i Greci, sostano in boschi perennemente fioriti di mirto. In occasione della morte, nella Roma antica, il defunto viene disteso su un letto di fiori. Quindi, così come i parenti rinnovano in perpetuo per lui sulla tomba l'offerta di alimenti, così devono continuare a spargere di fiori freschi nel medesimo luogo. Ghirlande e corone, infatti, non sono solo gradite al defunto, ma servono anche a rianimarlo. I Romani prediligono fiori rossi che secondo lo scrittore Servio, noto commentatore dell'Eneide, capolavoro di Virgilio, richiamando il colore del sangue, sono destinati a rinvigorire l'ombra del defunto, ormai priva del liquido vitale. Spesso depongono anche i crochi, usati anche durante le cerimonie religiose come segno di buon augurio: infatti questi fiori rappresentano per loro la speranza per la vita ultraterrena. Tutti gli anni, dal 13 al 21 febbraio, in onore dei morti, i Romani celebrano poi i "Parentalia", giornate in cui si portano sulle tombe, oltre alle corone di fiori, farina di farro con grano inzuppato nel riso. Il 22 marzo, invece, vengono portati sui sepolcri le viole: è questo il giorno della festa di Attis, dio bellissimo della mitologia della Frigia, regione dell'Anatolia centrale, che impersona la natura che muore e rinasce. In questa circostanza, un pino che rappresenta il dio morto e inghirlandato di viole che, secondo la leggenda, sono nate proprio dal suo sangue, viene portato sul tempio del colle Palatino: di seguito, le famiglie portano ai loro defunti questi fiori che, con il loro colore, richiamano il sangue divino e sono ritenuti indispensabili per far rinascere la vegetazione dopo la pausa invernale. Presso i Romani, si trovano ancora due particolari occasioni per le offerte di fiori: sono feste private, in cui anche i partecipanti al banchetto in onore del morto ricevono omaggi floreali. Si tratta dei "Rosalia", che cadono in maggio o in giugno, in corrispondenza della primavera, e dei "Violaria", che hanno luogo nello stesso periodo. Se nella prima ricorrenza sono profuse rose sulle tombe e sul tavolo del banchetto, nella seconda si spargono nuovamente violette sui sepolcri, stavolta illuminate anche da lampade. La memoria delle feste romane dei fiori rimane comunque molto viva nei paesi dell'Est, dove si ritrovano celebrazioni simili ai Rosalia. I Serbi e i Bulgari, tra Pasqua e Pentecoste, celebrano la festa primaverile dei morti, in cui allietano le tombe con i fiori della stagione. Una festa simile, nello stesso periodo, viene celebrata dagli Slavi, che credono che, quando giunge il tempo del disgelo, le anime errano sulla terra assistendo al risveglio della natura. Anche i Russi pensano che la rinascita della natura comporti la risalita degli antenati sul mondo terrestre: in modo particolare le popolazioni contadine amano dire che, in questi mesi dell'anno, i loro morti mandano un "sospiro profondo" sulla terra, affinché possa tornare rigogliosa. Nonostante la matrice pagana e politeista dei rituali legati ai fiori, essi si diffondono poi anche nell'epoca cristiana, diventando un modo per continuare a mantenere saldi i legami con i defunti. Purtroppo l’ignoranza delle genti di allora, porta alla inevitabile commistione dei riti pagani e cristiani. I fedeli offrono dunque ai loro cari rose, viole, gigli e, in modo particolare, fiori rossi, credendo che tali omaggi rendano vivo e presente il morto tra di loro. Queste manifestazioni, tuttavia, pur essendo tollerate, vengono ritenute futili dagli scrittori ecclesiastici, che le considerano contrarie al senso della vera spiritualità cristiana. Contro i fiori durante i riti funebri e nei cimiteri si scagliano, ad esempio, San Gerolamo, che vive tra il 300 e 400 d.C., e lo scrittore Sulpicio Severo che, dopo essere stato un noto avvocato, si dedica con fervore alla vita monastica. Ci sentiamo di sposare appieno la tesi di San Gerolamo e di sostituire il rito dei fiori con quello delle preghiere per i nostri cari defunti, gioveremo certo alle amine dei nostri cari defunti e perché no, anche al nostro portafogli. - Guido Sica - Pontifex -
MEGLIO UNA PREGHIERA A DIO CHE UN OBOLO AL FIORAIO DI TURNO
400 milioni di euro, questo si stima sia il giro d’affari intorno ai fiori nel giorno del 2 di novembre. Numeri impressionanti se si considera il periodo di crisi. Ma vediamo da dove deriva il rito di portare i fiori al cimitero: Già gli antichi Egizi colmano di fiori i loro defunti: mentre con le ninfee ornano le pareti delle tombe, mettono i narcisi accanto al morto. Infatti, moltissimi di questi fiori sono stati trovati nelle tombe, risalenti a più di tremila anni fa, in ottimo stato di conservazione. Fatti sia in occasione dei funerali che in momenti successivi, gli omaggi floreali sono documentati anche nella Grecia antica, civiltà che crede che il regno dei morti sia coperto di asfodeli, piante perenni che crescono dal mare sino ai 1200 metri, alte fino a un metro. Essendo così il simbolo dei defunti, vengono usate per adornare le tombe. In questo mondo c'è ancora un'altra pianta legata ai defunti: il mirto. Il nome del Mirto deriva da Mirsine e da Myrtila, personaggi mitologici. Secondo la leggenda, infatti, mentre il fiore nasce dal corpo della giovane ninfa Mirsine, abilissima nella caccia, uccisa dai maschi gelosi della sua bravura, il frutto nasce dal corpo di Myrtila, giovane profetessa morta per avere sbagliato oracolo. È da queste funeste vicende che nasce dunque l'usanza di considerare il mirto pianta dei defunti, ed in particolare delle anime dei defunti per amore che, secondo i Greci, sostano in boschi perennemente fioriti di mirto. In occasione della morte, nella Roma antica, il defunto viene disteso su un letto di fiori. Quindi, così come i parenti rinnovano in perpetuo per lui sulla tomba l'offerta di alimenti, così devono continuare a spargere di fiori freschi nel medesimo luogo. Ghirlande e corone, infatti, non sono solo gradite al defunto, ma servono anche a rianimarlo. I Romani prediligono fiori rossi che secondo lo scrittore Servio, noto commentatore dell'Eneide, capolavoro di Virgilio, richiamando il colore del sangue, sono destinati a rinvigorire l'ombra del defunto, ormai priva del liquido vitale. Spesso depongono anche i crochi, usati anche durante le cerimonie religiose come segno di buon augurio: infatti questi fiori rappresentano per loro la speranza per la vita ultraterrena. Tutti gli anni, dal 13 al 21 febbraio, in onore dei morti, i Romani celebrano poi i "Parentalia", giornate in cui si portano sulle tombe, oltre alle corone di fiori, farina di farro con grano inzuppato nel riso. Il 22 marzo, invece, vengono portati sui sepolcri le viole: è questo il giorno della festa di Attis, dio bellissimo della mitologia della Frigia, regione dell'Anatolia centrale, che impersona la natura che muore e rinasce. In questa circostanza, un pino che rappresenta il dio morto e inghirlandato di viole che, secondo la leggenda, sono nate proprio dal suo sangue, viene portato sul tempio del colle Palatino: di seguito, le famiglie portano ai loro defunti questi fiori che, con il loro colore, richiamano il sangue divino e sono ritenuti indispensabili per far rinascere la vegetazione dopo la pausa invernale. Presso i Romani, si trovano ancora due particolari occasioni per le offerte di fiori: sono feste private, in cui anche i partecipanti al banchetto in onore del morto ricevono omaggi floreali. Si tratta dei "Rosalia", che cadono in maggio o in giugno, in corrispondenza della primavera, e dei "Violaria", che hanno luogo nello stesso periodo. Se nella prima ricorrenza sono profuse rose sulle tombe e sul tavolo del banchetto, nella seconda si spargono nuovamente violette sui sepolcri, stavolta illuminate anche da lampade. La memoria delle feste romane dei fiori rimane comunque molto viva nei paesi dell'Est, dove si ritrovano celebrazioni simili ai Rosalia. I Serbi e i Bulgari, tra Pasqua e Pentecoste, celebrano la festa primaverile dei morti, in cui allietano le tombe con i fiori della stagione. Una festa simile, nello stesso periodo, viene celebrata dagli Slavi, che credono che, quando giunge il tempo del disgelo, le anime errano sulla terra assistendo al risveglio della natura. Anche i Russi pensano che la rinascita della natura comporti la risalita degli antenati sul mondo terrestre: in modo particolare le popolazioni contadine amano dire che, in questi mesi dell'anno, i loro morti mandano un "sospiro profondo" sulla terra, affinché possa tornare rigogliosa. Nonostante la matrice pagana e politeista dei rituali legati ai fiori, essi si diffondono poi anche nell'epoca cristiana, diventando un modo per continuare a mantenere saldi i legami con i defunti. Purtroppo l’ignoranza delle genti di allora, porta alla inevitabile commistione dei riti pagani e cristiani. I fedeli offrono dunque ai loro cari rose, viole, gigli e, in modo particolare, fiori rossi, credendo che tali omaggi rendano vivo e presente il morto tra di loro. Queste manifestazioni, tuttavia, pur essendo tollerate, vengono ritenute futili dagli scrittori ecclesiastici, che le considerano contrarie al senso della vera spiritualità cristiana. Contro i fiori durante i riti funebri e nei cimiteri si scagliano, ad esempio, San Gerolamo, che vive tra il 300 e 400 d.C., e lo scrittore Sulpicio Severo che, dopo essere stato un noto avvocato, si dedica con fervore alla vita monastica. Ci sentiamo di sposare appieno la tesi di San Gerolamo e di sostituire il rito dei fiori con quello delle preghiere per i nostri cari defunti, gioveremo certo alle amine dei nostri cari defunti e perché no, anche al nostro portafogli. - Guido Sica - Pontifex -