ASCOLTA TUA MADRE

IL TEMPO DELLA GRAVIDANZA


Che cosa significa “attendere”? Aspettiamo qualcosa o qualcuno? Conosciamo l’identità di ciò che attendiamo? E quali sono gli atteggiamenti esteriori e interiori di colui che attende? L’antologia Nell’ombra accesa (Ancora 2010, pp. 125, € 13) offre un percorso attraverso cinquanta poesie per tematizzare questi interrogativi. Magari gustandosi una manciata di versi ogni giorno, rileggendoli più e più volte, lasciandoli depositare dentro di sé. Un invito a innervare le prossime settimane con il presentimento e la tensione caratteristici della grande Festa della Venuta. Breviario poetico di Natale è infatti il sottotitolo di questa raccolta, curata dal gesuita Antonio Spadaro e concepita come un percorso di gestazione. Niente meglio dei nove mesi della gestazione – con il loro carico di speranze, timori e trepidazioni – dona forma concreta all’esperienza dell’attesa, entro la quale viene plasmata, curata e protetta ogni esistenza. Tuttavia le esperienze proprie della maturità – quelle dell’incompletezza e del nostro «misterioso zoppicare», secondo l’espressione di Henri De Lubac – ci rimandano sull’altro versante dell’attesa. Siamo stati aspettati, in passato. E ora sta a noi attendere. «Da una parte infatti – scrive Spadaro nella prefazione – sperimentiamo in mille modi i nostri limiti; dall’altra parte ci accorgiamo di essere senza confini nelle nostre aspirazioni. La sete d’infinito che l’uomo reca nel suo cuore, la tensione verso l’assoluto che lo anima, il suo cor inquietum o il suo desiderium visionis, non possono venir saziati all’interno del mondo, da cose contingenti. Allora la condizione umana è radicalmente di attesa». L’inizio e il fine corrono sullo stesso binario. L’uomo vive la propria dimensione escatologica come una gravidanza di cui prendersi cura, come una nuova vita che va misteriosamente formandosi nel grembo della propria storia personale anno dopo anno, fino alla sua improvvisa rivelazione. Apparirà veramente una vita nuova? E quando? E come sarà? Neppure il credente può vantare certezze granitiche. Anche la fede può rotolare nel canale della routine come un esperimento meccanico di stimolo-risposta. Proprio la mancata risposta può allora risvegliare la coscienza, come rottura di un ingranaggio. È quello che scopre il sacerdote anglicano R. S. Thomas nella poesia La chiesa vuota:Avevano sistemato questa trappola di pietraper lui, adescandolo con candele,come se dovesse arrivare a guisa di enorme falenauscendo dal buio per sbattere là.Ah, egli aveva bruciato se stessoprima nella fiamma umanaed era sfuggito, lasciando la ragionelacerata. Non verrà mai piùalla nostra esca. Perché, allora, io rimango in ginocchiosfregando le mie preghiere su un cuoredi pietra? È nella speranza che unadi loro prenda ancora fuoco e gettisui suoi muri illuminati l’ombradi qualcuno più grande di quanto io possa capire?Il sentimento dell’attesa può essere quello sgomento salvifico capace d’incrinare un’esistenza ormai ripiegata su se stessa. «Attesa» non è sinonimo di «bisogno» (spinta narcisistica verso ciò che manca alla propria autosufficienza) ed è qualcosa di più del «desiderio» (sguardo fissato fuori di sé, verso le stelle: de-sidera). L’attesa indica la predisposizione verso qualcuno o qualcosa che si prevede debba manifestarsi con una risposta o un’apparizione personale. Qualcuno o qualcosa di libero, dunque, che non cade nelle trappole delle aspettative, neppure religiose, ma compare con la sovrana libertà di quanto non è riconducibile al nostro io né è a misura dei propri desideri. Proprio come nessuna madre può decidere di una sola cellula del figlio che si va formando nel suo corpo, per quando da lei intensamente voluto e amato. L’attesa non è un gioco al compromesso: l’unica ascesi che richiede è quella della più umile e concreta accoglienza. Scrive a questo proposito la statunitense Mary Oliver:Non devi fare il bravo.Non devi camminare sulle ginocchiaper cento miglia nel deserto, pentendoti.Devi solo lasciare che il tenero animale del tuo corpoami ciò che ama.Parlami dello sconforto, il tuo, e io ti parlerò del mio.Intanto il mondo va avanti.Intanto il sole e i ciottoli lindi per la pioggiasi spostano attraverso i paesaggi,sulle praterie e tra i profondi alberi,tra le montagne e i fiumi.Intanto le oche selvatiche, alte nella limpida aria azzurra,si stanno di nuovo volgendo verso casa.Chiunque tu sia, non importa quanto solo,il mondo si offre alla tua immaginazione,ti chiama, come le oche selvatiche, austere ed eccitantiancora e ancora proclamando il tuo postonella famiglia delle cose.Padre Spadaro commenta: «Non c’è condizione umana che non possa, inclinandosi adeguatamente, condurre a Dio». L’affidamento all’Atteso – piuttosto che alla propria presunt(uos)a santità – l’affidamento alla sorpresa e allo spiazzamento, a un giudizio sulla propria vita esterno al proprio io, è la maturazione ultima dell’attesa. Significa ricavare un minimo spazio nella stanza ingombrata delle proprie preoccupazioni: magari anche solo uno sgabello o una fessura della porta, o delle persiane. Sgombrare il proprio io per far spazio all’Atteso. E al suo apparire potrà scoccare la meraviglia dell’origine. Il frastuono quotidiano si smorza in un balbettare confuso e infantile, come quello di Giovanni Testori, sgomento al punto di non osare pronunciare ciò che vede: « Crisscorè. Jesusgè. Jesursì. / Gesicrè. Gesustòs. / Stoscrisgè. Gescrirè. Grisgesè. / Gesucriì! Cristocrì! Gesugè! / Gesucrè! Gesustòs! Gristosgè. / Grisgiusè. Gestu Cri. / Tu il cri…». «Il miracolo è fatto di questo – continua Spadaro – vedere uno spazio ampio in ciò che sembra ristretto da un orizzonte spaziale e temporale. La fede è la luce che illumina da dentro le cose e le fa essere uniche». E cosa c’è di più piccolo – sia nel tempo che nello spazio – di un neonato? E allora perché continuiamo a incantarci alla nascita di un bimbo? Forse perché «alla nascita d’un bambino / il mondo non è mai pronto», come annota la Nobel polacca Wislawa Szymborska. Dev’essere per questo che, anche quest’anno, torniamo a celebrare il Natale. Non siamo ancora pronti. Eppure attendiamo. Il Bambino viene. E s’infila nelle case anche non atteso, anche senza bussare. Mancanza di buona educazione? I neonati non ne hanno ancora, per fortuna…Pare ci sia in giro Dio, stamaneentra senza chiedere permessoné bussare in ciò che restadel mio monolocale, e chise lo aspettava, mi dico,proprio adesso…È una luce troppo chiara e amarairreale limpida e sfuggitatra nubi come macchiesul cielo che è uno straccioallo stremo teso sulle caseÈ a suo agio, comincia a camminarea luminosi passi silenziosisopra il pavimento a scivolaretra scarpe, libri, fogli, fotocopie, un mucchiosparso di CD per terra e poi si siedesulla sedia e mi vergognodegli abiti che fanno una catasta coloratacresciuta a dismisura in questi giorniTroppo in fretta, caro Dio, è arrivatoil fine settimana, perché non hai avvertitonon mi hai dato tempo per tornarealla civiltà (se esiste), e liberareil lavabo dei piatti da lavarerintracciarti una tazzina e strofinareper offrirti un bel caffè tra i fiorifreschi e non questi cadaveridi plastica col capo reclinatosopra libri ancora, e sigarette,monetine, gadget, dizionari,cartelline, lettere d’offesedi stima, e di bugie, poesieun rimborso FS di due euro da riavereil certificato elettoralela lista delle cose da non fare(fumare, cercarlo, mangiar male)che appena lasciano filtrareil marmo (di plastica) del tavoloGrazie, Dio, per essere venutodove ormai non entra (per fortuna)più nessuno, tendimi una mano,che mi alzi e in tutta fretta vincaquesta mia stanchezza invalidantela mestizia soffocante che mi toglieil fiato per tornare ad essere all’incircaquella che sembravo prima d’incontrarloMi dici di salvare le mie piante (si sporgonoti cercano), che io lascio seccareguardandole morire per potereuccidere qualcuno anch’io, a mia volta.Dio, accomodati pure, non ti formalizzarenon mi rimproverare se mi lascioun poco andare e mi circondodel disordine in cui hanno messoil mondo, lo so che hai altro da farema liberaci, se ti capita, dal malefatto da quelli che usano il tuo nomee non sanno cos’è la compassionedelle umiliazioni che c’inducono a ingoiarei pavidi, i pazzi, i polli, i potentelligli pseudocredenti e tutti quelliche non trovano altro modoper potersi realizzareMa piano, mio Dio, così mi accechima non ero preparata a tutta questa vitaa una primavera arrivata nonostantee al tremito di luce sulle mani stanche.(Chiara De Luca, da La coda della cometa)*Paolo Pegoraro (Vicenza, 1977) si è laureato in Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana e in Letterature comparate presso l'Università "La Sapienza" di Roma. Collabora da anni alle pagine culturali di numerose riviste, tra cui L'Osservatore Romano, La Civiltà Cattolica e Famiglia Cristiana.