Sacro e Profano

IL CULTO DELLE PIETRE "FECONDE". Riti priapici e desiderio di maternità nelle culture subalterne.


         La funzione miracolosa della pietra non si ferma solo alla guarigione terapeutica. Anzi, come nudo parto della terra, (la Grande Madre Terra è la madre delle pietre),[1] ad essa si attribuiscono poteri fecondativi o di buon auspicio per abbondanti raccolti e figliolanze. Significativamente il mito iranico racconta che Mitra, il Deo Soli Invicto nato il 25 dicembre, non fu concepito da una vergine mortale,[2] bensì dalla petra genetrix, una roccia fecondata magicamente dal fulmine fallico di Padre Cielo:[3] il «Theòs ek pétras», Dio [venuto fuori] dalla roccia, divenne una delle più comuni formule dei suoi culti.[4] I nativi peruviani usavano certe pietre per aumentare il granturco e altre ancora per accrescere il bestiame. I Greci davano il nome di agata arborea ad una pietra preziosa i quali la ritenevano capace di incrementare il raccolto nel caso se due di tali pietre fossero state legate alle corna o al collo dei buoi all'aratro. Conoscevano anche una «pietra del latte», che procurava una copiosa secrezione del prezioso liquido a tutte le donne che ne avessero bevuto una soluzione di essa nell'idromele. Per di più a Trezene, nel Peloponneso, dove erano venerate le due potenze femminili connesse con la fertilità della terra, Damia e Auxesia, si teneva una festa con lancio di pietre in onore delle vergini divinità con l'espresso scopo di rendere il raccolto abbondante.[5] Analogamente, ancora oggi i contadini di Atessa (Chieti) spargono sui campi alcune pietre ritenute prodigiose, chiamate cicciole, con chiaro segno propiziatorio. Come augurio di fecondità la pronuba romana, guidando la sposa al lectus genialis, sparso di rose, la faceva sedere anticipatamente sul fallo d'un Priapo,[6] usanza d'origine indù che era ancora viva sul suolo italico nel IV secolo d.C.[7] Infatti, prima ancora che col marito legittimo, la donna doveva unirsi col simulacro itifallico in pietra del dio Matitus[8] (la priapica deità Tutunus), chiamato «Christus» perché il pene eretto della statua veniva dapprima lubrificato con il crisma, ovvero l'olio santo, e la giovane che andava a poggiarsi su di esso per essere così deflorata veniva di conseguenza indicata come Vergine Sposa di Dio.[9] Il termine italiano «affascinare» deriva da fascinum, il cui significato in latino alludeva inequivocabilmente al membro virile in erezione (che evidentemente affascinava ed attraeva magneticamente il sesso opposto): il fascinum veniva adoperato soprattutto nella forma di amuleti, i quali, a partire dalle credenze romane e durante tutto il corso del Medio Evo più superstizioso, funzionarono da autorevoli rimedi apotropaici contro il malocchio e le iettature di vario genere. In ogni caso, antichi idoli priapici a cui si attribuivano magiche virtù procreative generarono di fatto altri simulacri fallici dai poteri straordinari che il cristianesimo medievale assorbì nell'ordine celebrativo dei santi. Un tempo, nei santuari di saint Giles in Normandia e di saint René nell'Anjou (oggi Maine-et-Loire), le donne dovevano coricarsi per l'intera nottata con le immagini itifalliche di questi due santi nella speranza di restare incinte. Rito simile riguardava la devozione, anzi la fascinazione femminile per  saint Guignolé e saint Foutin (sic!) de Varages, i cui prodigiosi membri di legno venivano carezzati con ardore dalle donne ansiose di posterità. Santi fallici, patroni della virilità, erano anche Cosma e Damiano,[10] invocati ad Isernia dagli uomini con problemi sessuali: sir William Hamilton, un diplomatico scozzese alla corte di Napoli che testimoniò direttamente questo culto nel XVIII secolo, riferì anche di ex-voto plasmati con la cera a forma di membro virile e di un olio benedetto contro l'impotenza, che il prete raccomandava di spalmare sui genitali. Ma finanche Gesù assunse il ruolo di un dio fallico, nel senso che il suo (falso) prepuzio residuo della circoncisione diventò nel Medio Evo e nel Rinascimento la più conosciuta ed efficace reliquia atta ad ingravidare le donne sterili: al Santo Prepuzio conservato a Chartres sono state addirittura attribuite migliaia di gravidanze miracolose.[11]          Hermes, nato da Maia in una grotta d'Arcadia del monte Cillene in seguito allo stupro di Zeus, non era in origine concepito come un dio ma personificava le virtù totemiche di un simulacro fallico: si riteneva che egli risiedesse in una pietra a forma di membro virile attorno alla quale si svolgevano le danze orgiastiche in onore di Maia (un appellativo della dea Tellus come Vegliarda).[12] Un senso fallico aveva pure la pietra sopra il letame, ed altre pietre alle quali lo sposo indiano, a più riprese, faceva accostare la sposa, «dalla quale scongiuravasi pertanto Viçvàvasu, il genio della verginità».[13] Nel villaggio di Saint-Ours, sul versante francese delle Alpi occidentali, si trova una pietra sulla quale le ragazze si strofinano per trovare marito e le mogli affinché possano ottenere la discendenza. In Madagascar, pochi chilometri a sud della capitale Antananarivo, giace un masso di forma affusolata che gli abitanti del luogo conoscono come pietra gravida, non perché sia in procinto di partorire bensì per la ragione che rende feconde tutte le ragazze che lo invocano.[14] In Indonesia, sulle isole Kai, la donna che desidera figli cosparge di grasso una pietra ritenuta prodigiosa. Le fanciulle che abitano nei dintorni della grotta di Saint-Baume, vicino alla cittadina provenzale di Saint-Maximin, implorano la fecondità di Maria Maddalena, intesa da quelle parti come una potente antica Madre,[15] mediante un rito pittoresco:[16] di nascosto da sguardi indiscreti costruiscono i cosiddetti «castelletti», vale a dire tre ciottoli disposti a triangolo al cui centro infiggono una pietra oblunga (appare qui chiaramente un mimica dell'atto sessuale). La venerazione del fallo e l'emulazione del coito emerge chiaramente nella festività indù del Namaputche, celebrata comunemente dalle donne, che consiste nel bagnare alcuni simulacri di pietra, raffiguranti il linga, posti fra due serpenti.            In località Malachrito, vicino ad uno degli ingressi del vecchio bosco di Calimera, un paese della Grecìa salentina, all'alba di Lunedì dell'Angelo molte donne e numerosi uomini, raccolti all'interno della chiesetta dedicata a san Vito (XV secolo), attraversano strisciando, sempre nella stessa direzione, uno sgraziato reperto monolitico di circa un metro d'altezza, forato al centro, per rievocare in tal guisa un antico rituale primaverile di fecondità e di propiziazione per la nascita dei figli, se non addirittura un vero e proprio atto personale di «rinascita» interiore. Con l'idea di assorbire la fermezza della pietra una sposa brahmana è tenuta, durante la cerimonia, a camminare con il piede destro mentre le vengono recitate queste parole: «Cammina su questa pietra; come una pietra sii salda». Tale rito indù recupera notevoli affinità con quelli eseguiti nei pressi di Rennes, in Bretagna, dove la donna cristiana desiderosa di figli saltava sulla cosiddetta Pietra delle Spose o si coricava, a Saint-Renan, per tre notti sopra una grande roccia denominata «la cavalla di pietra». A detta di alcuni studiosi di psicologia religiosa, queste pratiche non possono spiegarsi razionalmente se evitiamo di presupporre, per coloro che le attuano, o le hanno attuate, un'estrema risorsa di fede come forza psichica individuale che, opportunamente conosciuta ed esercitata, permette ai credenti di oltrepassare i limiti delle leggi fisiche e naturali:Quante donne hanno concepito per virtù di una pietra? Si può pensare molte, o almeno tutte quelle che soffrivano di un blocco psicologico al momento del concepimento e che, grazie a una terapia totalmente placebica, immaginativa, potevano superare la causa psicosomatica che bloccava la loro procreazione.[17][1] Cfr. Erich Neumann, La Grande Madre, cit., p. 262.[2] Delle mitiche varianti sulla nascita di Mitra cfr. J.M. Robertson, Pagan Christs, cit., p. 322, nota 6.[3] Cfr. Barbara G. Walker, The Woman's Encyclopedia of Myths and Secrets, cit., p. 663. La maggior parte degli dèi nelle religioni di matrice indoeuropea si caratterizza per aver fecondato la Terra con le folgori. Il Mahābhārata paragona la folgore al pene e i Tantra ne fanno il simbolo della forza sessuale. L'indiano Dyaus Pitar, Padre Celeste, brandì il fulmine come prova d'amore per l'unione con la Dea. Dumuzi, Dioniso ed il Leviatano, inclusi Lucifero e i dèmoni satanici (cfr. Marco 10,18) furono o concepiti o identificati attraverso il fulmine fallico di Padre Cielo.[4] Cfr. J.M. Robertson, op. cit., p. 305.[5] Damia e Auxesia sono una versione locale di Demetra (dea madre o madre del dio in greco), divinità della terra e del raccolto, datrice di vita e garante del giusto ritmo delle stagioni, e di sua figlia Kore (o Persefone), entrambe riferimenti divini cultuali dell'antica religione eleusina.[6] Orazio, ne Le satire (I, 8), descrive il fallo di Priapo come "obscenoque ruber porrectus ab inguine palus". Anche le noci, simbolo di fertilità, venivano generosamente distribuite nelle stanze quando la sposa giungeva alla casa dello sposo.[7] Fu difatti usanza induista avere spose deflorate dai linga scolpiti nei templi di Shiva, di modo che i primogeniti venissero considerati come figli concepiti dal dio.[8] Cfr. Julius Evola, Metafisica del sesso, cit., p. 205.[9] Cfr. Barbara G. Walker, op. cit., p. 1022. In particolare, G.L. Simons, Sex and Superstition, New York, Harper&Row, 1973.[10] I santi guaritori Cosma e Damiano, nella cui basilica loro dedicata di Costantinopoli si svolgeva il rito dell'incubatio, sono la sovrapposizione cristiana dei gemelli divinizzati Castore e Polluce (Polideuce). Un altro esempio di trasposizione religiosa riguarda Helios, dio solare, trasformato in sant'Elia. Curiosamente san Nicola, protettore dei naviganti, ha preso il posto di Poseidone, dio del mare.[11] Cfr. Barbara G. Walker, op. cit., p. 795.[12] Robert Graves, I miti greci, cit., 14,1 e 26,2. Eros (che a Tespie i Beoti veneravano sotto forma di simulacro fallico) era lo stesso Hermes pastorale, o Priapo, con un nome diverso.[13] Angelo De Gubernatis, Storia comparata degli usi nuziali, Cerchio, Adelmo Polla, 1991, p. 175 (ristampa anastatica della seconda edizione pubblicata dai Fratelli Treves Editori in Milano, 1878).[14] Cfr. Pierre Saintyves, Las Madres Virgenes y los embarazos milagrosos, cit., p. 18. Lo studioso francese ha raccolto una mole impressionante di riti inerenti il culto delle pietre feconde. Egli attribuisce la devozione al fatto che tali sassi richiamano alla mente forme decisamente falliche e ne fa un elenco di cui riporto solo in parte: il blocco di granito di Sarrance, il pilastro di Orcival, il menhir di Kerveathon, la pietra eretta di Poligny e la roccia nella valle di Aspe, nei Pirenei. Egli rintraccia inoltre tale pratica cultuale anche al di fuori della fede cristiana e delle credenze tribali. Scrive per esempio che in una località nei pressi della città di Tunisi le donne musulmane sterili si riuniscono a frotte imploranti intorno ad una grande roccia frastagliata; poi, scegliendo ognuna una pietra liscia, incominciano dapprima a strofinarsi sul masso, schiacciando nel frattempo la pietra al ventre e quindi si mettono a correre col serio rischio di rompersi il collo.[15] «Quando una coppia di giovani sposi si reca in pellegrinaggio alla Santa Grotta perché possano ottenere figli, all'entrata del bosco entrambi devono abbracciare il fusto della prima grande quercia che trovano, supplicando mentalmente Santa [Maria] Maddalena affinché conceda loro la prole». Bérenger-Féraud, Superstitions et Survivances, Paris, 1890, ora in Pierre Saintyves, op. cit., p. 36.[16] Cfr. Alfredo Cattabiani, Calendario. Le feste, i miti, le leggende e i riti dell'anno, Milano, Mondadori, 2003, p. 253. L'autore venne direttamente a conoscenza di questa usanza dalla gente del posto.[17] Armando Pavese, Guarigioni miracolose in tutte le religioni, Casale Monferrato, Piemme, 2005, p. 67.