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Angelo Ribelle

La Via Che Conduce All'Inferno E' Lastricata Di Buone Intenzioni? Piacere, Io Sono Il Pavimentatore...

 

 

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La pioggia gialla

Post n°217 pubblicato il 11 Giugno 2015 da Solo_Vita

Dicembre: un  cielo giallo, carico di sabbia sahariana sovrasta la piccola città, cogliendola quasi di sorpresa nel lunedì di inizio del mese.
 
E' colpa dello scirocco, dicono. L'aria è piena di particelle portate dal vento che hanno sferzato la punta dell'Africa così, più che una mattina del dodicesimo mese dell'anno, pare quella antecedente al giorno del giudizio.
Stenti a riconoscerlo il mese del Natale: temperature da inizio primavera, con questa dannata crisi che striscia e anestetizza la voglia di alberi accesi e piccoli pacchi da scartare come fosse una setticemia che si sparge lenta ed incurabile. Facce tese, pugni stretti nelle nocche, nervi che stirano i lineamenti del volti e rendono i sorrisi rari come i brividi di freddo di questa anomala anticamera di inverno.
 
Vicoli, strade, monumenti, case: tutto è avvolto nelle pennellate isteriche di un non meglio precisato impressionista  di seconda linea, uno di quelli che nei cataloghi delle mostre finiscono ammucchiati nelle pagine di coda assieme agli altri colleghi, gli unici che hanno le loro opere, tristemente economiche, col prezzo scritto accanto. Tanto nessuno si scandalizzerà se non dovesse rispecchiare il loro reale valore.
 
Di colpo un primo botto scuote l'aria: arriva veloce come un diretto sulla mascella. E come quello quasi spegne i sensi, disorientandoli. Il secondo arriva qualche istante dopo assieme ad una saetta violetta che attraversa perpendicolare il cielo sino a scaricarsi sulla sommità di un campanile che si fa incandescente.
I sensi sono ko, il fulmine è caduto a poche centinaia di metri ed adesso le orecchie ronzano come un alveare pieno di api impazzite.
Dovrei cercare un riparo ma sono pietrificato, le gambe si sono fatte pesanti, non riesco a trasmettere il comando -correte cazzo!- mentre i primi enormi goccioloni mi rovinano addosso.
Mi pare di sentirla dappertutto quella sabbia africana, mescolata al vapore acqueo del cielo di Toscana: commistione fatale.
 
Attorno a me la città ripiega come un esercito allo sbando: in pochi istanti sono solo, eroe e disertore sotto ad un cielo che un minuto dopo l'altro pare purgarsi dei peccati. La violenza del temporale è un atto di purificazione, con tutta quella pioggia che schiantandosi sui tetti, gli alberi, i parabrezza porta con sé i corpuscoli desertici che l'aere aveva incamerato qualche migliaio di chilometri più a sud.
 
Dal mio avamposto urbano solitario assisto, fradicio, al miracolo. Nuvole possenti che sfumano dal giallo verso un liberatorio e quieto grigio. Di colpo la gragnola di pioggia, lo schianto fragoroso dei tuoni, le ventate gagliarde diventano soltanto il frammento di un inno alla vita.
La tela prende energia, il quadro ha un senso. Non uno sconosciuto autore ma un grande impressionista si palesa con tutta la sua maestria.
 
Per qualche istante, nella città post-atomica, assieme alla sabbia paiono precipitate a terra pure follia, tensioni, rabbia, amore. I primi umanoidi iniziano ad unirsi timidamente a me dentro la pioggia.
Lo stato di emergenza, da sempre, riconduce tutto ai minimi termini. Cosa conta veramente in questa camminata sul filo dell'esistere?
C'è da chiederselo, mentre ogni anima ha una diversa reazione allergica al pericolo, alla gioia, al dolore, ai sogni e agli incubi. Qualcuno ha anticorpi che prendono a cazzotti, altri invece risolvono le questioni con le carezze, altri ancora soccombono senza colpo ferire.
Chi ha veramente capito qual è veramente la cosa giusta?
 
Un giovane uomo, al centro della strada, completamente zuppo, grida al miracolo. Nessuno però lo sentirà.
Chissà quante vite dovrà consumare prima di poter essere capito da un mondo che lo relega nelle ultime pagine del catalogo.

Buona fortuna.

 

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INFERNO, CANTO V, VV. 127-138

Noi leggiavamo un giorno per diletto

di Lanciallotto, come amor lo strinse:

soli eravamo e sanza alcun sospetto.

Per più fïate li occhi ci sospinse

quella lettura, e scolorocci il viso;

ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il disiato riso

esser baciato da cotanto amante,

questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi baciò tutto tremante.

Galeotto fu il libro e chi lo scrisse:

quel giorno più non vi leggemmo avante.

 

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