FERMARE I SATRAPI

TERREMOTO E RICOSTRUZIONI IN IRPINIA IL RESTAURO E I PIANI DI RECUPERO DEI CENTRI STORICI MINORI


Premessa e obiettiviA distanza di trent’anni dall’evento sismico del 23 novembre 1980 e soprattutto a trent’anni daquella che fu la legge di ricostruzione per antonomasia, la n. 219 del 14.05.1981, lo studio inoggetto si pone l’obiettivo di analizzare lo stato attuale dei centri storici irpini, interessati primadalla distruzione provocata dal terremoto, poi dagli interventi previsti dai Piani di Recupero,dettati proprio dalla legge di ricostruzione per le zone terremotate, valutando, tra l’altro,- quali furono i principi ispiratori dei piani;- se e dove tali piani abbiano rispettato i principi ispiratori;- quali furono l’iter e le modalità di intervento dei piani;- quali sono i risultati ottenuti dalla realizzazione dei suddetti piani.Il 23 novembre del 1980, un sisma di intensità pari al X grado della scala Mercalli colpì quella partedel meridione italiano definita da Manlio Rossi Doria, l’”osso d’Italia”, con epicentro individuatonel cuore dell’Appennino campano-lucano, tra i comuni di Conza della Campania (AV) e Laviano(SA), riducendo molti paesi a sole macerie. Non vi è dubbio che il sisma suddetto, oltre a colpire unterritorio vastissimo, comprendente ben tre regioni, Campania, Basilicata e Puglia, svelò il drammadelle comunità dell’entroterra meridionale, caratterizzato da quelli che si usavano definire “paesipresepe”,contornati da scenari suggestivi, con centri storici suddivisi da intricati sistemi di viuzze,impreziositi da rocche, castelli e antichi edifici, con “antichità” ancora da dissotterrare, serenità esemplicità di rapporti umani. Questi luoghi furono portati a conoscenza dell’intera nazione dalcatastrofico sisma e svelarono una realtà che poco aveva di bucolico e sereno, sia perché squassatadal terremoto sia perché già affetta da un degrado atavico, molto spesso caratteristica delle piccolerealtà d’entroterra, dimenticate e poco incentivate allo sviluppo. Un primo sopralluogo rilevò 36comuni disastrati e 280 danneggiati1, per un totale di 316 comuni terremotati; sopralluoghisuccessivi costrinsero ad ampliare l’area interessata, fino a contare 687 comuni interessati dalsisma2, divisi a loro volta in gruppi caratterizzati da diversa gravità di danno: “disastrati” (37comuni), ossia contraddistinti da un danno al costruito superiore all’80%, “gravemente danneggiati”(314), con danni al costruito tra il 40% e l’80%, “danneggiati” (336), con danni al costruito inferiorial 40%. L’area del “cratere”, come si definì la zona epicentrale, comprese molti dei comunidell’”alta irpinia”, parte a sua volta della provincia di Avellino, certamente la più danneggiata: di1 Il 13 febbraio 1981, il Consiglio dei Ministri rende noto, con un decreto, l’elenco dei comuni colpiti dal sisma,dividendoli in due allegati: Allegato A per i comuni “disastrati” di cui 19 in provincia di Avellino, 9 in provincia diSalerno e 9 in provincia di Potenza, Allegato B per i comuni “gravemente danneggiati”.2 D.P.C.M. 30.04.1981, in G.U. n.126 del 09.05.19814119 comuni, 18 furono classificati come “disastrati”, 99 come “gravemente danneggiati” e solo duecome “danneggiati”.Il “cratere”, come quasi tutta la provincia di Avellino, era, ed è tutt’ora, un vasto territoriodisseminato di piccoli nuclei urbani, tutti di antichissima fondazione, spesso conservati nella lorointegrità ambientale, formata da densissima stratificazione edilizia che contraddistingue solitamentei luoghi di secolare persistenza abitativa3: raccoglie i paesi nati attorno alle sorgenti di dueimportanti fiumi, il Sele e l’Ofanto; da questi e dal territorio, costellato di piccoli monti e colline, icomuni del cratere prendono le loro caratteristiche principali, poiché fu per queste due principaliragioni che in epoche lontanissime vi si insediarono i primi nuclei abitativi. Questi ultimi,crescendo, ebbero a far parte tutti della stessa storia che li vede uniti e dipendenti da quello che èpoi il vero epicentro del terremoto: Conza della Campania, uno dei gastaldati più importanti dellaLangobardia minor, che dal V al IX secolo vide formarsi, in senso compiuto, quasi tutti i paesidell’Irpinia. Questi ebbero uno sviluppo omogeneo nel tempo fino alla fine del XIX sec., da cui unprogressivo declino fino alla fine degli anni 60 del XX sec.L’iter storico benché restituisse paesi semiabbandonati permise la persistenza di caratteri distintivifigurativi, tipologici e costruttivi, lasciando leggere nella stratificazione l’identità culturale delluogo. Il terremoto rappresenta la battuta d'arresto, l'anno zero da cui inizia una nuova storiariformatrice del disegno di ognuno dei paesi scelti come casi studio per la loro paradigmaticitàrispetto al modo di affrontare la ricostruzione.3 Ministero dei beni culturali e ambientali – Soprintendenza generale agli interventi post-sismici in Campania eBasilicata, Dopo la polvere, Rilevazioni degli interventi di recupero (1985-1989) del patrimonio artistico-monumentaledanneggiato dal terremoto del 1980-1981. Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato. Roma, 19945CAPITOLO 1L’EVENTO SISMICO DEL 23 NOVEMBRE 1980«Dopotutto, non è la natura che ha ammucchiato là ventimila case di sei-sette piani», fu lariflessione di J.J. Rousseau, nel 1756, con lo sguardo rivolto ad una Lisbona distrutta dal terremoto.Giustino Fortunato, dal canto suo, indicava il terremoto come uno dei tre legati ereditari, insiemealla malaria e alle frane, del Sud italiano.Così, anche in Irpinia, il 23 novembre 1980, alle ore 19:344, quei paesi, chiamati presepi, furonoschiacciati come un piede schiaccia un formicaio, in 90 secondi scarsi. E non era stata la natura adammonticchiarli lì, ma secoli e secoli di opera umana, dimentica ogni volta dell’esperienza passata.Eppure non era lontano l’ultimo terremoto, generazioni ancora vive ne avevano vissuti anche due, ela storia stessa di quei paesi rimandava ad avvenimenti seriali5. Come fosse una tara ereditaria dadoversi portare dietro, o un Tifeo mitologico impossibile da prevedere ed affrontare, la maggiorparte dei paesi aveva replicato il proprio abitato su se stesso, non avendo, in alcuni casi, edisattendendo, spesso, quella, seppur insufficiente, normativa edilizia in materia6.La notizia, quella sera, venne data frettolosamente dai telegiornali, anche se in una stanzadell’Osservatorio di Monte Porzio Catone, il sismografo aveva registrato, senza alcuno che lonotasse, il diagramma disegnato dall’ago quasi impazzito. Subito dopo la scossa, le comunicazioni“crollarono” e non si seppe dare immediata evidenza alla catastrofe. Nelle prime ore si parlava di4 La scossa sismica durò un minuto e venti secondi, due scosse di magnitudo 6.8 e 5 con un intervallo di 40 secondi.L’epicentro tra Laviano, Lioni e Oliveto Citra (F. Mangoni, M.Pacelli, Dopo il terremoto la ricostruzione, Edizionidelle Autonomie, Roma 1981, pg.3), dichiarò a cavallo delle due Regioni Campania e Basilicata, interessando anche laprovincia di Foggia, con risentimenti estesi anche nelle province circostanti, per una superficie di 25000 kmq (N. DiGuglielmo, Terremoti in Campania. Aspetti storici e scientifici, Atti della Quinte Giornate storiche Andretesi,, 19-20agosto 1990, pg.151). L’onda sismica a bassa frequenza ha quindi investito il territorio delle tre regioni, manifestandosicon intensità estremamente elevata nei comuni limitrofi all’epicentro, e gradualmente decrescente con l’allontanarsidello stesso, ma non in maniera omogenea, bensì con una modalità che venne definita a “pelle di leopardo” (UnioneRegionale Camere di Commercio Campania, Scheda informativa sulle zone colpite dal sisma del 23 novembre 1980,Napoli s.d.).5 In un elenco prodotto dall’Osservatorio vesuviano nel 1986, si rilevano, nei 2000 anni precedenti il sisma del 1980,circa 149 terremoti in tutto il territorio italiano, 83 localizzati solo nel meridione, dei quali 49 solo in Campania; nei tresecoli precedenti, partendo dal terremoto del 1694 che colpì la medesima area colpita dal terremoto del 23 novembre,95 sono stati i terremoti in tutta Italia, 49 solo nel meridione, 24 in Campania, 10 nella sola Irpinia, di cui la metà dal1905. Una rapida valutazione porta a definire tutto il territorio italiano come territorio sismico e sicuramente la zonadell’appennino meridionale, fortemente sismica. (Osservatorio Vesuviano, Servizio di Didattica delle Scienze dellaTerra, Appunti di sismologia. Storia della sismica italiana, Quaderno n.3, Ercolano, 1986, pp. 45-49)6 Si veda L. Landolfo, L’evoluzione della normativa sismica in «Costruzioni metalliche», Anno LVII, gennaio-febbraio2005, pp. 54-66; A. Giuffrè, Cento anni di norme sismiche in «Ingegneria sismica», Anno IV, n.2, Patron Editore,Bologna 1987; E. Giancreco, La normativa sismica: tappe e prospettive in E. Giangreco, Fondamenti di Ingegneriasismica, Edizioni Tipografia Negri, Bologna 1983.6pochi feriti; solo giunti, tardivamente e con molta difficoltà, sul posto, carabinieri, polizia, esercito e reporter poterono iniziare a contare le vittime e i danni.