FERMARE I SATRAPI

TERREMOTO E RICOSTRUZIONI IN IRPINIA IL RESTAURO E I PIANI DI RECUPERO DEI CENTRI STORICI MINORI


La seconda guerra mondiale arresta, però, questa già stentata evoluzione. All’indomani del conflittoil bagaglio culturale è dato dalle leggi di tutela da poco emanate (1939), da una esperienza legata adalcuni piani regolatori che registrano, grosso modo, due filoni, uno moderno corbusieriano comequello del piano aostano (1936) e quello più misurato e conservativo che vediamo, per esempio, nelpiano per Bergamo Alta (1935), ed infine un aggiornamento della cultura del restauro e dellaconservazione che annovera la Carta di Atene (1931) e quella del Restauro Italiana (1932), infine lalegge urbanistica del 1942. Le distruzioni conseguenti ai bombardamenti, il degrado politico,economico e sociale dovuto ad anni di dittatura fascista costituivano problemi prioritari per un’Italiache aveva necessità di ricostruire e mettersi al passo con gli altri paesi europei; “lavoro e casa”224divennero i punti focali del progetto di ricostruzione e ricrescita italiano e l’attenzione per certaarchitettura storica sembrò essere velleità di fronte al recupero di tanta distruzione. Un evento di indubbia importanza, anche nel merito della tutela, nell’immediato dopoguerra è costituito dallascrittura della carta costituzionale: entrata in vigore il 1° gennaio del 1948, nata dalle vicende dellaguerra, dal rifiuto del fascismo e della monarchia complice, e dalla Resistenza, impone tra gliarticoli fondamentali quello per cui «la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricercascientifica e tecnica. Tutela (la Repubblica)il paesaggio e il patrimonio storico e artistico dellaNazione.(art. 9)». Con questo articolo, non solo la parola “patrimonio” entra a pieno titolo adescrivere mobili ed immobili, con caratteristiche storiche, artistiche e paesaggistiche ma sisancisce la duplice caratteristica di “culturale” e di “pubblica utilitas” dalla quale discendel’appartenenza a tutta la Nazione e l’impegno della Repubblica alla tutela e promozione delpatrimonio stesso. La derivazione dell’art. 9 dalle leggi del 1939 è chiara, ma la Costituente fa unpasso avanti, non solo con l’uso della parola “paesaggio” piuttosto che “bellezze naturali”, malegando in modo inscindibile paesaggio e patrimonio artistico e storico e sottolineando, nel primocapoverso la natura attiva della tutela, non chiusa dentro il conservatorismo puro o il sistemameramente vincolistico delle precedenti leggi ma promuovendo e rendendo fruibile il patrimonio atutti.  Il dopoguerra, la ricostruzione, i centri storiciNonostante il principio rivoluzionario, durante la ricostruzione postbellica qualcosa di quell’articoloandò accantonato. Per molto tempo fu l’urgenza a caratterizzare la ricostruzione, quindi lostraordinario, che però, a volte, pur non perfettamente giustificato permise la convergenza dienergie e il raggiungimento di risultati altrimenti impossibili225. La ricostruzione non stimolò,almeno non da subito, un equivalente e contemporaneo riordino urbanistico, anzi entròsegnatamente in conflitto con i dispositivi urbanistici esistenti226, nel caso specifico i Piani diRicostruzione, spesso guidati da interessi economici, sicuramente non ispirati alla conservazionedell’esistente se non in casi di “palese monumentalità”227. Ma anche in questi casi, intenso fu ildibattito sul restauro dei monumenti danneggiati dai bombardamenti; esso riguardava le modalitàcon le quali intervenire ma soprattutto la necessità di intervenire in fretta per il pericolo della perditastessa del monumento; proprio l’atteggiamento nei confronti dei restauri urgenti fu motivo didiversi scontri e numerose polemiche in cui i cultori della materia che, giustamente e spesso, siattardarono, perdendo di vista ciò che succedeva all’intera città. Lo stesso Giovannoni, a propositodella ricostruzione, fu costretto a tornare sulla sua teoria del diradamento ammettendone la crisi difronte a tanta distruzione e riconoscendo la difficoltà di intervenire con tempi idonei alla dovutascientificità228. Pur riconfermando la validità dei dettami delle recenti carte del restauro (Atene 1931e Italiana 1932), Giovannoni esprimeva la necessità di intervenire velocemente anche attraversorestauri stilistici pur di non perdere “significativi monumenti d’arte”. Si prospetta quindil’abbandono di un certo rigore che fino ad allora aveva caratterizzato il restauro, spessospingendosi, anche senza bisogno, alla riproposizione stilistica di intere opere guidati dallagiustificazione di un’istanza psicologica che, seppur valida nella teoria, comportava una riflessionemaggiore anziché un abuso. Contemporaneamente, oltre alle distruzioni già subite con ibombardamenti, le città italiane dovettero affrontare la speculazione edilizia derivante, non solo,dall’urgenza della ricostruzione ma anche dall’aumento della popolazione dovuto agli spostamentidegli abitanti dalle campagne verso la città e dal sud del Paese verso il nord; questo facevaproliferare, senza il senno di una regolazione urbanistica, costruzioni periferiche rispetto al centrourbano di un’architettura che si rifaceva al razionalismo italiano ma in maniera industriale edomologata, peraltro senza la dotazione dei servizi necessari, il che comportò un peso ulteriore per ilcentro che, spesso, da solo doveva sopperire alle necessità direzionali dell’intera città in crescita229.In linea con quelle che erano le tendenze restaurative relative ai singoli monumenti anche ilrecupero dei centri storici, o degli ambienti al contorno dei monumenti, fette di città interessatedalle distruzioni belliche, si prospettava sempre più spesso come una ricostruzione “dove era comeera” o come un’occasione per recuperare l’intervento di liberazione e diradamento, econtemporaneamente avanzava velocemente l’interrogativo riguardo il trattamento dell’ambientemonumentale o piuttosto riguardo il concetto di monumento-ambiente. Il dibattito spesso prendevale mosse prorpio dalla riflessione sulla ricostruzione o meno di un monumento andato perduto ogravemente danneggiato dai bombardamenti, o sugli interventi massicci nelle più importanti cittàd’arte italiane, affrontando da qui i temi della conservazione, del restauro, della ricostruzione, senecessaria, fino all’inserimento di nuova architettura nel palinsesto antico230. Alcune riflessioniproponevano il recupero della pratica ruskiniana, frequente in Inghilterra231, di lasciare a rudere ciòche era stato danneggiato, sia che si trattasse del singolo monumento che di interi quartieri,considerando l’azione di ricostruzione una pratica dovuta ad una reazione emotiva dell’uomo difronte alla perdita di un elemento che aveva rappresentato un valore e che ora si tentava di ritrovareanche ricostruendolo totalmente in un rifiuto di soluzioni di continuità tra passato, ormai perduto, epresente, il che aggancia in qualche modo anche quell’istanza psicologica che in questi stessi anniandava sviluppandosi in Italia grazie a Roberto Pane232, il quale riflette sulle condizioni di una cittàdistrutta completamente dai bombardamenti dei tedeschi e sulla sua comunità e giustifica conquesta gli interventi di ricostruzione massiccia attuati a Varsavia233. «Che la crescita edilizia nell’immediato dopoguerra sia strettamente connessa alle scelte di politica economica esociale adottate dai governi guidati da Alcide De Gasperi è dimostrato anche dalla legge del febbraio 1949, fortementevoluta dal ministro del Lavoro Amintore Fanfani, e fin dal suo titolo: Provvedimenti per incrementare l’occupazioneoperaia, agevolando la costruzione di case per i lavoratori. E’ il piano Ina-Casa, che in quattordici anni realizza quasidue milioni di vani, pari a 355 mila alloggi. (…) Ma è anche, l’Ina-Casa, la testa di ponte perché le città prendanodirezioni di sviluppo ardentemente auspicate da settori della produzione fondiaria» (F. Erbani, Antonio Cederna el’Italia sventrata, prefazione in F. Erbani (a cura di), Antonio Cederna. I vandali in casa, Laterza, Roma 2007, pp. XXIV-XXV).