sempre nell’ambito di centri storici nei quali si è intervenuto attraverso un abaco tipologico, il casodi sant’andrea di conza rappresenta, dal punto di vista dell’intervento urbanistico-edilizio un caso“misurato”. il piano, nel 1982, fu affidato all’ing. cristiano che agì in collaborazione stretta con itecnici comunali, approntando, in primo luogo, un rilievo metrico e fotografico estremamentedettagliato di tutto l’abitato. non vi erano stati grossi crolli ma la maggior parte degli edifici vennedichiarata inagibile. l’intervento deciso fu impostato sull’attenzione al centro storico disant’andrea come un unicum stratificato, in cui l’impianto medievale era però ancoraestremamente chiaro e leggibile, nonostante gli interventi realizzati nel tempo sui singoli lottiedificati. un incastellamento che partiva proprio dal complesso del fortilizio in cima al paese e si distribuiva poi sul fianco della collina verso valle. oggi sant’andrea ha mantenuto tutto l’assettoviario medievale e lì dove si è potuto recuperare il costruito lo si è fatto con interventi misurati,seppur a volte limitati alle tecniche in uso all’epoca, mentre dove era necessario abbattere si èlasciato a verde. sono stati restaurati, ugualmente, i monumenti come il castello e le chiese e solonella parte più bassa e già di espansione sono stati realizzati interventi più spinti di architetturamoderna. ma come gli altri paesi del cratere soffre il medesimo abbandono e la ripresa economicaprospettata non si è realizzata.una riflessione particolare richiedono gli ultimi tre “paradigmi”.la storia post-sisimica di lioni segue un iter che è l’esatto opposto dei precedenti. subito dopo ilterremoto, a parte le ulteriori perdite fisiche dovute all’azione delle ruspe che cancellarono spesso leuniche emergenze esistenti nel centro storico, non vi fu una assembleare volontà da parte degliabitanti a recuperare il paese, piuttosto una confusione amministrativo-politica che impedìmaterialmente l’affidamento dell’incarico per la stesura del piano e la definizione delle modalità diintervento. in un primo momento l’intenzione era quella di siciliana memoria prospettante lademolizione di un’ingente quantità di edifici e un ridisegno totale e avveniristico dell’abitato, sullaquale il consiglio comunale stesso “cadde”. dopo un paio di anni, solo nel 1983 e con una maggiorestabilità governativa l’incarico per il p.d.r. venne affidato e dalla relazione si evinse subito qualesarebbe stato il futuro di lioni. pur riprendendo i dettami, questa volta pedissequamente, della legge219/81, riguardo la tipologia di interventi prevista per il piano di recupero, si afferma la sporadicitàdi testimonianze di interesse storico-ambientale o architettonico, dovute alla continua ricostruzionedi lioni su se stessa, dopo i numerosi eventi sismici subiti. mentre il paese limitrofo trovava nellastratificazione, dovuta anche alle ricostruzioni in sito, un valore ambientale, lioni attraverso lastessa lettura del centro storico ne decretava la completa ricostruzione, o meglio, attraverso lostrumento del piano di recupero mascherava una completa ricostruzione e sostituzione del costruitoesistente, senza alcun tentativo di recupero. l’uso del piano di recupero può essere statogiustificato dai finanziamenti, ma più che di un piano di recupero si trattò di un vero e proprio pianodi ricostruzione. inizialmente partito dagli interventi dettati dalla legge passò, attraverso numerosevarianti, da quella che venne chiamata “diradazione edilizia” indispensabile ad un recuperoigienico, di ottocentesca memoria, ad una graduale sostituzione edilizia, dove fece fatica apermanere anche l’antico tracciato viario fatto di viuzze e scalinate, allargate e spianate per “motividi sicurezza” e per gli standard abitativi che prevedevano il quantum necessario di parcheggi al disotto o nelle vicinanze di tutti i nuovi edifici, adibiti ad abitazioni o al commercio. le tipologieedilizie, come si vede anche dal rilievo fotografico, furono ibridi tra la tradizionale e la nuovaarchitettura ed infine quasi nulla venne recuperato. anche il tentativo di rifunzionalizzazione, tradottosi solo in un sostanziale modello edilizio composto ai piani terra da porticati e vani adibiti alcommercio e che spesso contrastava la conservazione, portò la tradizionale vocazione commerciale,che lioni aveva acquisito nei secoli, poiché nata e sviluppatasi limitrofa alle strade di passaggio ealla ferrovia, a dissiparsi ed oggi, come altri comuni, vive un momento di semiabbandono e disopravvivenza. come lioni, anche san mango, fra i paesi devastati subì, in irpinia la stessa sorte ditotale ricostruzione.e infine i due casi, quello di teora e quello di conza della campania, che per altre ragioni ancora sidiscostano dai precedenti quattro casi, poiché non si tratta, per loro, dell’utilizzo canonico del pianodi recupero, bensì di un’interpretazione dello stesso. nel caso di conza abbiamo unadelocalizzazione dell’intero abitato e su conza vecchia un progetto di recupero non a fini abitativi,teora invece opera attraverso il piano di recupero un progetto si accostamento del nuovo all’anticoin maniera del tutto differente rispetto ai precedenti piani. in questo ultimo caso, pur trattandosidello stesso tipo di aggregato, formatosi in periodo medievale e sviluppato stratificandosi fino alterremoto dell’80 sul versante di una collina, ci troviamo di fronte ad un centro con un danno delquasi 90% del costruito aggravato dal devastante uso delle ruspe che lasciò del paese ante-sismasolo la traccia planimetrica e pochi edifici interi. di fronte a questo i progettisti giorgio grassi eagostino renna, con un progetto approvato nel 1983, intervennero immaginando di realizzaresull’impianto esistente una città che fosse un insieme armonico tra antico e nuovo. a renderesingolare tale piano è anche l’analisi che lo precede: i progettisti riprendono i dibattiti svoltisi subitodopo il terremoto e i documenti dei convegni realizzando una relazione programmatica che farientrare il piano di recupero nel più ampio progetto di programmazione territoriale che relaziona, oavrebbe dovuto relazionare, la teora recuperata al resto dell’irpinia, al fine di consentire larealizzazione anche di quell’opportunità di rinascita economica auspicata e consentita dalla legge. èforse proprio in riferimento a questa opportunità e alla constatazione degli enormi danni alpatrimonio edilizio antico che i progettisti, verificando una vocazione marcatamente turistica delluogo ancora in possesso dei valori ambientali provano con il piano di recupero a inserire nuovivalori architettonici.sovrapponendo la mappa di microzonazione sismica a quella del rilievo effettuato dei “resti” diteora, realizzano un piano che vede una compartimentazione concentrica del paese, in cui la partesommitale, quella più antica ma maggiormente sismica, è dedicata ad un progetto di ridisegnototale, in cui castello e chiesa madre, fuochi dell’antica città e asse assieme a quello ad essoperpendicolare dell’intero disegno urbano, vengono mantenuti con l’inserimento però di architetturanuova con funzione pubblica. l’intento era di ridare agli abitanti la propria città, ricostruendone ilcuore e facendoli riappropriare di questo. la zona circoscritta a questa, invece, quella prettamente residenziale, gravemente danneggiata ma nella quale si leggeva ancora la traccia dell’anticaarchitettura, la sua intima connessione al terreno e alla curve di livello, con i piani interrati, le strettevie e le scalinate di collegamento, sarebbe stata interessata da un progetto di ricostruzione dove era,come era, coadiuvata in questo da un’ampia documentazione fotografica, grafica e catastale. lacorona più esterna, infine, caratterizzata da edilizia di espansione, sarebbe stata interessata dainterventi di ripristino degli edifici esistente, con un ampia fascia di verde attrezzato. il progettovenne portato a termine, anche se nella fase di realizzazione non fu più presente l’arch. grassi comedirettore dei lavori. ad oggi, il progetto è completato. la parte sommitale del paese, come descrittonel capitolo precedente, è una sorta di grande piazza pubblica, divisa in ambiti, con i due fulcri dellanuova chiesa madre e del “castello”, ricostruiti in chiave moderna, con il centro polifunzionale“castello” ancora inutilizzato. se l’intenzione dei due architetti era quella della riappropriazione delcentro da parte degli abitanti, purtroppo, è malriuscita. fare i conti con il disegno della città eriproporre una teoria che contenesse i principi antichi non è bastato: il razionalismo architettonicodelle nuove costruzioni, il materiale freddo del cemento, la sproporzione delle dimensioni che creaampie piazze e abnormi edifici, in un paese invece spazzato dai venti, dove le case addossate le unealle altre, i vicoli stretti, nella storia, erano funzionali anche al clima, ha reso la nuova teora unnucleo semi deserto e poco vissuto. dal punto di vista sociale, teora subisce la stessa sorte delleconsorelle limitrofe, un abbandono in crescendo e un’economia non ripresa, in contrasto con quelliche erano i principi a base della relazione programmatica dei piani attuativi del 1983. non si ècompiuta quella pianificazione di insieme prospettata da grassi, che comunque richiedeva unimpegno di tutti gli elementi del sistema riaggregati insieme da un unico piano urbanisticocomprensoriale che ne desse una visione più ampia futura.quindi conza della campania. come teora esso si discosta dagli altri, in questo caso perché unicocentro ad essere delocalizzato. qui il piano di recupero fu utilizzato per dare nuova funzione alcentro distrutto dal sisma. nonostante la distruzione diffusa, dovuta alla vulnerabilità di un edificatonon manutenuto, in cui il crollo di parte delle costruzioni provocò una reazione a catena rispetto alresto della struttura addossata alla collina, nello sgombero delle macerie, resti della compsa romanavennero alla luce, rendendo, forse l’abbandono del centro meno traumatico, proprio nellaprospettiva di recuperare i resti dell’antica civiltà compsana e sperando di far rientrare il parcoarcheologico in un circuito turistico anche redditizio. la decisione di ricostruire il centro in unazona sismicamente più sicura avvenne all’indomani del sisma in un’assemblea nella quale i cittadiniall’unanimità scelsero di ricostruire la loro città altrove ma al contempo di recuperare la memoriastorica dell’antico centro. il piano, a firma del prof. corrado beguinot, prevedeva la costruzione diuna nuova città nella piana sottostante la collina che ospitava l’antica conza e di fare di quest’ultima un parco archeologico legato alla nuova città da un asse attrezzato. nella costruzionedella nuova città si adottarono tutte le recenti concezione urbanistiche e le tecniche costruttiveantisismiche. la vecchia città avrebbe ospitato il parco archeologico che metteva in luce l’interastoria della città dall’antica compsa romana fino alla conza anni ottanta. gli edifici di serviziosarebbero stati ricavati dal recupero di alcuni di quelli esistenti e dalla costruzione di nuovi lungol’asse attrezzato ovvero la strada che connette ancora oggi compsa con conza nuova. in un primomomento, dopo un iniziale sopralluogo, non tutta la popolazione sarebbe stata costretta adabbandonare il nucleo antico: alcuni edifici residenziali potevano essere recuperati, costituendoquasi un “nucleo doppio” tra colle e valle, cosa che probabilmente avrebbe incentivato la relazioneurbana. ma, la prospettiva di una nuova abitazione fornita di tutti i servizi moderni di una nuovacittà risultò la scelta migliore per tutti i cittadini i quali lasciarono, dunque, le loro proprietà alcomune. il centro antico venne così definitivamente abbandonato e per esso fu indubbiamente piùdifficile essere recuperato, da una parte perché, oramai vincolato dalla soprintendenza come benearcheologico, rientrò in tutte quelle complesse pratiche burocratiche che ne ampliarono i tempi,dall’altro perché prioritaria divenne la ricostruzione della città e della comunità. oggi il parcoarcheologico è attivo, non tutto è stato messo in sicurezza per cui è visitabile solo una parte e sonostati recuperati alcuni edifici, di cui uno adibito a museo. l’antica cattedrale è stata recuperatacome “museo a cielo aperto” di se stessa e dei resti romani ritrovati al di sotto del piano di calpestiodella stessa. a parte questo, il parco è un esperimento, forse un po’ confuso, di museo di se stesso,non valorizzato per ciò che realmente è anche perché non rientra effettivamente nel circuito piùampio dei beni archeologici campani.
L’APPROCCIO ALLA CONSERVAZIONE DEL CENTRO STORICO: CONSIDERAZIONI SUI CASI IRPINI
sempre nell’ambito di centri storici nei quali si è intervenuto attraverso un abaco tipologico, il casodi sant’andrea di conza rappresenta, dal punto di vista dell’intervento urbanistico-edilizio un caso“misurato”. il piano, nel 1982, fu affidato all’ing. cristiano che agì in collaborazione stretta con itecnici comunali, approntando, in primo luogo, un rilievo metrico e fotografico estremamentedettagliato di tutto l’abitato. non vi erano stati grossi crolli ma la maggior parte degli edifici vennedichiarata inagibile. l’intervento deciso fu impostato sull’attenzione al centro storico disant’andrea come un unicum stratificato, in cui l’impianto medievale era però ancoraestremamente chiaro e leggibile, nonostante gli interventi realizzati nel tempo sui singoli lottiedificati. un incastellamento che partiva proprio dal complesso del fortilizio in cima al paese e si distribuiva poi sul fianco della collina verso valle. oggi sant’andrea ha mantenuto tutto l’assettoviario medievale e lì dove si è potuto recuperare il costruito lo si è fatto con interventi misurati,seppur a volte limitati alle tecniche in uso all’epoca, mentre dove era necessario abbattere si èlasciato a verde. sono stati restaurati, ugualmente, i monumenti come il castello e le chiese e solonella parte più bassa e già di espansione sono stati realizzati interventi più spinti di architetturamoderna. ma come gli altri paesi del cratere soffre il medesimo abbandono e la ripresa economicaprospettata non si è realizzata.una riflessione particolare richiedono gli ultimi tre “paradigmi”.la storia post-sisimica di lioni segue un iter che è l’esatto opposto dei precedenti. subito dopo ilterremoto, a parte le ulteriori perdite fisiche dovute all’azione delle ruspe che cancellarono spesso leuniche emergenze esistenti nel centro storico, non vi fu una assembleare volontà da parte degliabitanti a recuperare il paese, piuttosto una confusione amministrativo-politica che impedìmaterialmente l’affidamento dell’incarico per la stesura del piano e la definizione delle modalità diintervento. in un primo momento l’intenzione era quella di siciliana memoria prospettante lademolizione di un’ingente quantità di edifici e un ridisegno totale e avveniristico dell’abitato, sullaquale il consiglio comunale stesso “cadde”. dopo un paio di anni, solo nel 1983 e con una maggiorestabilità governativa l’incarico per il p.d.r. venne affidato e dalla relazione si evinse subito qualesarebbe stato il futuro di lioni. pur riprendendo i dettami, questa volta pedissequamente, della legge219/81, riguardo la tipologia di interventi prevista per il piano di recupero, si afferma la sporadicitàdi testimonianze di interesse storico-ambientale o architettonico, dovute alla continua ricostruzionedi lioni su se stessa, dopo i numerosi eventi sismici subiti. mentre il paese limitrofo trovava nellastratificazione, dovuta anche alle ricostruzioni in sito, un valore ambientale, lioni attraverso lastessa lettura del centro storico ne decretava la completa ricostruzione, o meglio, attraverso lostrumento del piano di recupero mascherava una completa ricostruzione e sostituzione del costruitoesistente, senza alcun tentativo di recupero. l’uso del piano di recupero può essere statogiustificato dai finanziamenti, ma più che di un piano di recupero si trattò di un vero e proprio pianodi ricostruzione. inizialmente partito dagli interventi dettati dalla legge passò, attraverso numerosevarianti, da quella che venne chiamata “diradazione edilizia” indispensabile ad un recuperoigienico, di ottocentesca memoria, ad una graduale sostituzione edilizia, dove fece fatica apermanere anche l’antico tracciato viario fatto di viuzze e scalinate, allargate e spianate per “motividi sicurezza” e per gli standard abitativi che prevedevano il quantum necessario di parcheggi al disotto o nelle vicinanze di tutti i nuovi edifici, adibiti ad abitazioni o al commercio. le tipologieedilizie, come si vede anche dal rilievo fotografico, furono ibridi tra la tradizionale e la nuovaarchitettura ed infine quasi nulla venne recuperato. anche il tentativo di rifunzionalizzazione, tradottosi solo in un sostanziale modello edilizio composto ai piani terra da porticati e vani adibiti alcommercio e che spesso contrastava la conservazione, portò la tradizionale vocazione commerciale,che lioni aveva acquisito nei secoli, poiché nata e sviluppatasi limitrofa alle strade di passaggio ealla ferrovia, a dissiparsi ed oggi, come altri comuni, vive un momento di semiabbandono e disopravvivenza. come lioni, anche san mango, fra i paesi devastati subì, in irpinia la stessa sorte ditotale ricostruzione.e infine i due casi, quello di teora e quello di conza della campania, che per altre ragioni ancora sidiscostano dai precedenti quattro casi, poiché non si tratta, per loro, dell’utilizzo canonico del pianodi recupero, bensì di un’interpretazione dello stesso. nel caso di conza abbiamo unadelocalizzazione dell’intero abitato e su conza vecchia un progetto di recupero non a fini abitativi,teora invece opera attraverso il piano di recupero un progetto si accostamento del nuovo all’anticoin maniera del tutto differente rispetto ai precedenti piani. in questo ultimo caso, pur trattandosidello stesso tipo di aggregato, formatosi in periodo medievale e sviluppato stratificandosi fino alterremoto dell’80 sul versante di una collina, ci troviamo di fronte ad un centro con un danno delquasi 90% del costruito aggravato dal devastante uso delle ruspe che lasciò del paese ante-sismasolo la traccia planimetrica e pochi edifici interi. di fronte a questo i progettisti giorgio grassi eagostino renna, con un progetto approvato nel 1983, intervennero immaginando di realizzaresull’impianto esistente una città che fosse un insieme armonico tra antico e nuovo. a renderesingolare tale piano è anche l’analisi che lo precede: i progettisti riprendono i dibattiti svoltisi subitodopo il terremoto e i documenti dei convegni realizzando una relazione programmatica che farientrare il piano di recupero nel più ampio progetto di programmazione territoriale che relaziona, oavrebbe dovuto relazionare, la teora recuperata al resto dell’irpinia, al fine di consentire larealizzazione anche di quell’opportunità di rinascita economica auspicata e consentita dalla legge. èforse proprio in riferimento a questa opportunità e alla constatazione degli enormi danni alpatrimonio edilizio antico che i progettisti, verificando una vocazione marcatamente turistica delluogo ancora in possesso dei valori ambientali provano con il piano di recupero a inserire nuovivalori architettonici.sovrapponendo la mappa di microzonazione sismica a quella del rilievo effettuato dei “resti” diteora, realizzano un piano che vede una compartimentazione concentrica del paese, in cui la partesommitale, quella più antica ma maggiormente sismica, è dedicata ad un progetto di ridisegnototale, in cui castello e chiesa madre, fuochi dell’antica città e asse assieme a quello ad essoperpendicolare dell’intero disegno urbano, vengono mantenuti con l’inserimento però di architetturanuova con funzione pubblica. l’intento era di ridare agli abitanti la propria città, ricostruendone ilcuore e facendoli riappropriare di questo. la zona circoscritta a questa, invece, quella prettamente residenziale, gravemente danneggiata ma nella quale si leggeva ancora la traccia dell’anticaarchitettura, la sua intima connessione al terreno e alla curve di livello, con i piani interrati, le strettevie e le scalinate di collegamento, sarebbe stata interessata da un progetto di ricostruzione dove era,come era, coadiuvata in questo da un’ampia documentazione fotografica, grafica e catastale. lacorona più esterna, infine, caratterizzata da edilizia di espansione, sarebbe stata interessata dainterventi di ripristino degli edifici esistente, con un ampia fascia di verde attrezzato. il progettovenne portato a termine, anche se nella fase di realizzazione non fu più presente l’arch. grassi comedirettore dei lavori. ad oggi, il progetto è completato. la parte sommitale del paese, come descrittonel capitolo precedente, è una sorta di grande piazza pubblica, divisa in ambiti, con i due fulcri dellanuova chiesa madre e del “castello”, ricostruiti in chiave moderna, con il centro polifunzionale“castello” ancora inutilizzato. se l’intenzione dei due architetti era quella della riappropriazione delcentro da parte degli abitanti, purtroppo, è malriuscita. fare i conti con il disegno della città eriproporre una teoria che contenesse i principi antichi non è bastato: il razionalismo architettonicodelle nuove costruzioni, il materiale freddo del cemento, la sproporzione delle dimensioni che creaampie piazze e abnormi edifici, in un paese invece spazzato dai venti, dove le case addossate le unealle altre, i vicoli stretti, nella storia, erano funzionali anche al clima, ha reso la nuova teora unnucleo semi deserto e poco vissuto. dal punto di vista sociale, teora subisce la stessa sorte delleconsorelle limitrofe, un abbandono in crescendo e un’economia non ripresa, in contrasto con quelliche erano i principi a base della relazione programmatica dei piani attuativi del 1983. non si ècompiuta quella pianificazione di insieme prospettata da grassi, che comunque richiedeva unimpegno di tutti gli elementi del sistema riaggregati insieme da un unico piano urbanisticocomprensoriale che ne desse una visione più ampia futura.quindi conza della campania. come teora esso si discosta dagli altri, in questo caso perché unicocentro ad essere delocalizzato. qui il piano di recupero fu utilizzato per dare nuova funzione alcentro distrutto dal sisma. nonostante la distruzione diffusa, dovuta alla vulnerabilità di un edificatonon manutenuto, in cui il crollo di parte delle costruzioni provocò una reazione a catena rispetto alresto della struttura addossata alla collina, nello sgombero delle macerie, resti della compsa romanavennero alla luce, rendendo, forse l’abbandono del centro meno traumatico, proprio nellaprospettiva di recuperare i resti dell’antica civiltà compsana e sperando di far rientrare il parcoarcheologico in un circuito turistico anche redditizio. la decisione di ricostruire il centro in unazona sismicamente più sicura avvenne all’indomani del sisma in un’assemblea nella quale i cittadiniall’unanimità scelsero di ricostruire la loro città altrove ma al contempo di recuperare la memoriastorica dell’antico centro. il piano, a firma del prof. corrado beguinot, prevedeva la costruzione diuna nuova città nella piana sottostante la collina che ospitava l’antica conza e di fare di quest’ultima un parco archeologico legato alla nuova città da un asse attrezzato. nella costruzionedella nuova città si adottarono tutte le recenti concezione urbanistiche e le tecniche costruttiveantisismiche. la vecchia città avrebbe ospitato il parco archeologico che metteva in luce l’interastoria della città dall’antica compsa romana fino alla conza anni ottanta. gli edifici di serviziosarebbero stati ricavati dal recupero di alcuni di quelli esistenti e dalla costruzione di nuovi lungol’asse attrezzato ovvero la strada che connette ancora oggi compsa con conza nuova. in un primomomento, dopo un iniziale sopralluogo, non tutta la popolazione sarebbe stata costretta adabbandonare il nucleo antico: alcuni edifici residenziali potevano essere recuperati, costituendoquasi un “nucleo doppio” tra colle e valle, cosa che probabilmente avrebbe incentivato la relazioneurbana. ma, la prospettiva di una nuova abitazione fornita di tutti i servizi moderni di una nuovacittà risultò la scelta migliore per tutti i cittadini i quali lasciarono, dunque, le loro proprietà alcomune. il centro antico venne così definitivamente abbandonato e per esso fu indubbiamente piùdifficile essere recuperato, da una parte perché, oramai vincolato dalla soprintendenza come benearcheologico, rientrò in tutte quelle complesse pratiche burocratiche che ne ampliarono i tempi,dall’altro perché prioritaria divenne la ricostruzione della città e della comunità. oggi il parcoarcheologico è attivo, non tutto è stato messo in sicurezza per cui è visitabile solo una parte e sonostati recuperati alcuni edifici, di cui uno adibito a museo. l’antica cattedrale è stata recuperatacome “museo a cielo aperto” di se stessa e dei resti romani ritrovati al di sotto del piano di calpestiodella stessa. a parte questo, il parco è un esperimento, forse un po’ confuso, di museo di se stesso,non valorizzato per ciò che realmente è anche perché non rientra effettivamente nel circuito piùampio dei beni archeologici campani.